altosalento riviera dei trulli         benvenuti in Puglia

 

 

STUDI SU CEGLIE MESSAPICA DI PASQUALE ELIA


PASQUALE ELIA, nasce a Ceglie Messapica nel 1937.  Conseguito il diploma di Scuola Media Superiore, dopo una brevissima parentesi come impiegato di concetto al Comune di Ceglie, intraprende la carriera militare raggiungendo il grado di Colonnello dell’Esercito. Decorato di Croce d’Oro e Croce d’Argento, Cavaliere dell’ordine “al merito della Repubblica Italiana”.

Attento ricercatore e studioso della storia locale ha pubblicato: "Ai Cegliesi decorati al Valore" (1995); "I caduti di Brindisi e Provincia nella seconda Guerra Mondiale" (1996); "Ceglie Messapica - La Storia"(2000); "Gli Ordini religiosi  a Ceglie Messapica" (2000); "Glossario dei vocaboli dialettali cegliesi" (2000); "Note di Metrologia, Monete, Pesi e Misure in uso nei secoli XVI - XIX" (2000); "Ceglie Messapica, Blasone araldico della Città" ( 2004); "Kailia, Caelia, Ceglie del Gaudo, Ceglie Messapica - La Storia - dalle origini ai nostri giorni" (2008);  "Ceglie Messapica - I Sanseverino" (2008).


Ringraziamo il Colonnello Pasquale Elia  per la gentile concessione alla pubblicazione on line di estratti dei suoi studi.

Questi gli argomenti trattati: STORIA DI CEGLIE  - I MESSAPI - CEGLIE E LA MESSAPIA - IL PARETONE MESSAPICO - LE VIE DI COMUNICAZIONE MESSAPICHE - CEGLIE NEL PRINCIPATO DI TARANTO - PERSONAGGI CHE HANNO FATTO LA STORIA DI CEGLIE - IL CASTELLO - CEGLIE, GLI STEMMI ARALDICI - LE PORTE MEDIEVALI - CORSO GARIBALDI - IL TRULLO - IL TERRITORIO IN ETA' ANTICA - LE FESTE PATRONALICEGLIE TRA LA RIVOLUZIONE FRANCESE E LA DEMOCRAZIA  -LA SANITA' NEI SECOLI PASSATILA GASTRONOMIA - CURIOSITA' E PARTICOLARI  (CEGLIE NON MOLTI ANNI FA - UNO SPACCATO DI VITA QUOTIDIANA22 SETTEMBRE 1901 IL NUBIFRAGIO DI CEGLIE - SANTA FILOMENA - LA GRANCE - LE  CEGLIE IN EUROPA - ATTO ANTICO DI PRESUNTA VENDITA TERRE DI CEGLIE - LA DUCHESSINA ISABELLA NOIROT  )


 STORIA DI CEGLIE MESSAPICA

di Pasquale Elia

 

 La documentazione archeologica relativa a Ceglie in età classica ed ellenistica (V-III secolo a.C.) è quanto mai numerosa. Delle necropoli di Ceglie, scoperte dalla fine del XIX secolo, resta una documentazione che ci consente di inquadrare l’utilizzo delle aree di sepolture tra la seconda metà del V secolo e il III secolo a.C.

Altra antica testimonianza è la cerchia muraria che circondava il centro abitato, meglio conosciuto quale Paretone che risalirebbe al VI-V secolo a.C. Se ne contano ben quattro e la più grande misurava un perimetro di circa 5 Km. E cosa dire poi delle cosiddette specchie? ….tumuli di pietra dalla forma di trulli. Sono da considerarsi, senz’altro, ostacoli all’avanzata nemica oltre che torri per segnalarne il pericolo.

Ceglie, per la sua posizione geografica, quando era abitata dalle popolazioni messapiche era un centro di notevole importanza strategico-militare e viene ricordata da Plinio, Strabone e Catone.

La nazione messapica era un'etnia civilissima, una popolazione che conosceva la scrittura, uno stato che aveva un avanzato sistema politico, una cittadinanza che possedeva una sua religione e, per di più, si ha notizia di Messapi e Peuceti discepoli di Pitagora.

I Messapi erano dei valorosi guerrieri e famosi allevatori di cavalli. Le attività di rilievo risultano essere la pastorizia e l’agricoltura. Il commercio molto sviluppato si svolgeva con i vicini insediamenti, ma soprattutto con la Grecia. Secondo i più accreditati studiosi le genti messapiche provenivano dall’Illiria (odierna Albania – Montenegro – Slovenia - Isole Dalmate) che nel V-IV secolo a.C. attraversarono l’Adriatico e  si stanziarono sulle coste pugliesi. Altri affermano invece che quel popolo provenisse dall’attuale Slovenia.

La parola Ceglie (Celia per Tolomeo), infatti, deriverebbe proprio da Celeia sloveno “Celija”, o dallo slavo “Kelija” anche per Strabone “Kelia”.

In ogni caso tutti sono concordi nel ritenere che i Messapi provenissero dai territori del versante adriatico della penisola balcanica.

Quella popolazione ha combattuto duramente contro la città di Taranto per conservare l’indipendenza, con alterne vicende. Nel 267 a.C., purtroppo, l’esercito della confederazione messapica (Ceglie-Oria-Manduria ed altre), fu sconfitto da quello romano. Ceglie fu pertanto saccheggiata, distrutta e assoggettata a Roma. Molti suoi abitanti trasferirono la loro residenza nella Capitale dove si integrarono nell’organizzazione sociale romana, ma tanti altri ricostruirono dalle ceneri la loro, la nostra Ceglie.

Nel Borgo Antico, c’era una chiesetta dedicata a Sant’Antonio Abate, (ora complesso di ristorazione) che secondo alcuni studiosi del settore potrebbe risalire addirittura al periodo dell’editto di Costantino (Milano 313 d.C.). In quel locale, infatti, sull’architrave della porta d’ingresso sono stampigliate le lettere I.H.S.V. (In Hoc Signo Vinces) tradotte in italiano: “Con questo segno vincerai”. Sulla stessa architrave è riprodotta in altorilievo una croce greca, segno che la costruzione sarebbe da collocare ad un’epoca più antica a quella cui si crede.

Sappiamo che il piccolo insediamento cegliese continuò regolarmente la sua vita e la conferma ci viene fornita dalla nascita nella nostra città di un certo Giuliano (385-450/4), il quale eletto vescovo ricoprì la cattedra episcopale di Eclano, città scomparsa, corrispondente alla odierna Mirabella Eclano in provincia di Avellino. Egli divenne strenuo assertore delle teorie eretiche di Pelagio. Per questi motivi fu deposto dalla cattedra episcopale, condannato e cacciato in esilio dall’Italia. Si rifugiò in Oriente presso amici vescovi della scuola di Antiochia. Ebbe una fitta corrispondenza con Sant’Agostino. Un cronista del tempo annotava : “Il vescovo Agostino, in tutto eccellentissimo, muore il 28 agosto, mentre, fin negli ultimi giorni della sua vita e sotto gli attacchi dei vandali assedianti, sta rispondendo ai libri di GIULIANO, continuando così a difendere gloriosamente la grazia di Cristo” .

Alcuni storici riportano che l’Imperatore bizantino Costantino o Costante II (641-658), sbarcato a Taranto, nella marcia di avvicinamento a Lucera, avrebbe saccheggiato e distrutto, nell’ordine, Oria, Ceglie, Conversano, Monopoli, Bari, Ordona, Salpi, Arpi, Montesangelo, Vieste, Aecae.

Da Taranto, la via di comunicazione più idonea al passaggio di truppe, per quel tempo, passava per Oria, Ceglie, che collegava il porto di Egnatia, Conversano, Monopoli, etc. Infatti, gli studi condotti sulla viabilità preromana della Messapia hanno evidenziato un collegamento di Ceglie con Egnazia a Nord ed Oria a Sud.

La costruzione del castello, in posizione strategica sul cocuzzolo più alto della collina, a mio parere, dovremmo collocarla al periodo (1070-1100) di quel (Sire) signore normanno di nome Pagano, figlio di Drimo. Non abbiamo alcuna testimonianza, ma dallo stile maestoso della sua torre quadrata e dalle sue notevoli dimensioni, alta circa 35 metri, possiamo e dobbiamo congetturare che sia proprio di origine vichinga (normanna), poi nei secoli seguenti ha avuto ristrutturazioni, rimaneggiamenti e fortificazioni idonee alle esigenze del momento. Trattasi di un complesso comunque unico nel suo genere. Fin dall’antichità la torre è stata il simbolo della città, infatti, lo stemma araldico antico (1100-1800) di Ceglie è “un castello aperto con sopra tre torri aperte”; con l’abolizione della feudalità comparve altro stemma “torre aperta con sopra tre merli e su quello centrale un’aquila imperiale a volo spiegato con testa rivolta a sinistra” . Il 6 marzo 1953, infine, con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri fu assegnato l’attuale blasone : “torre aperta con sopra tre merli” che tra l’altro risultano anche errati. Sono del tipo ghibellino, dovevano essere invece del tipo guelfo. Guardando ad occhio nudo i merli della nostra torre sono proprio del tipo guelfo (merli a profilo superiore rettilineo). Altra aquila, ma questa volta bicipite la troviamo riprodotta in altorilievo sul pulpito basso nella Chiesa di San Domenico.

Un antico documento custodito presso l’Archivio di Stato di Brindisi datato anno del Signore 1100, il padrone del castello di Ceglie, certo Pagano,figlio di Drimo, si lamenta con il padrone di Ostuni, certo Accardo. La lamentela riguardava l’invasione, da parte degli ostunesi, delle terre di confine per pascolo. Il padrone della città di Ostuni e di Lecce (così si definiva), dopo aver accertato che, in effetti, i suoi uomini, spesso e volentieri, sconfinavano in territorio cegliese stabilì che coloro i quali, in futuro, avessero invaso le terre altrui sarebbero stati condannati a pagare un’ammenda di duecento michelati buoni e sonanti. Il michelato era una moneta bizantina.

Il documento in argomento, deve essere considerato di rilevante importanza storica per la nostra città. Esso infatti è l’unico atto, fin qui conosciuto, riferito all’epoca, in cui, oltre ai nomi dei personaggi ci fa conoscere la toponomastica del territorio cegliese. I confini descritti (contrade, muri a secco, recinti per gli animali, etc.) conservano ancora oggi gli stessi nomi. -Approfondimenti e traduzione del documento -

A quest’epoca dovrebbe risalire la cessione (se cessione ci fu) di Ceglie alla curia brindisina. E’ noto che i normanni all’atto della loro conversione al cristianesimo cedevano parte delle terre possedute alla Chiesa. Nessun documento che avvalori purtroppo questa mia ipotesi.

Caduta la dinastia normanna sotto i colpi svevi, il possedimento di Ceglie de Gualdo fu concesso a Gervasio De Persona, meglio conosciuto come de Matina, dalla signoria principale di questa famiglia: Matino in provincia di Lecce. Succedette il figlio Glicerio I de Matino, padre e figlio, nativi di Mottola erano legati alla Casa Sveva.

In occasione della discesa di Corradino in Italia, parteggiarono per questi contro Carlo I d’Angiò.

Gervasio (padre), fu dichiarato traditore e rinchiuso in carcere insieme alla moglie Pellegrina, quindi condannato all’impiccagione.

Come già detto anche Glicerio parteggiò per Corradino. Caduto l’ultimo degli Svevi, Carlo I d’Angiò ordinò la sua cattura. Glicerio si era dato alla latitanza nelle campagne di Otranto dove in seguito fu catturato e condotto in carcere nel castello di Brindisi. Subì il patibolo.

Carlo I d’Angiò, il 28 gennaio 1258, concesse la nostra città, confiscata ai de Matino, ad un suo parente Ezzelino de Tuzziaco.  Quella famiglia tenne Ceglie fino al 1273, quando morto l’ultimo dei de Tuzziaco senza figli, i parenti più prossimi non vollero lasciare la Francia per rilevare l’eredità. Per tale motivo le terre di Ceglie de Gualdo furono cedute (1273) da Carlo II d’Angiò ad un certo Giovanni Pipino. Un Giacomo Pipino, nativo di Brindisi, fu medico personale del re angioino.

Ceglie con le sue terre, i suoi uomini, animali e cose è appartenuta nel passato a molti feudatari. La famiglia che più ha lasciato una impronta indelebile nella nostra città fu la Casata dei Sanseverino. Essa arrivò nel 1484 con Sansone Sanseverino e sua moglie Antonella Dentice, quindi da padre in figlio governò Ceglie fino al 1612, quando alienò il feudo forse a causa della morte per incidente di Fabrizio, avvenuta nel 1602.

Poi con i Lubrano, i Sisto y Britto e i Verusio, arriviamo ai nostri giorni.

Alla luce di quanto sopra esposto dobbiamo convenire che la nostra città ha da 2400 a 2500 anni di età.

 

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CEGLIE E L'ANTICO POPOLO DEI MESSAPI

di Pasquale Elia

         
  Le prime notizie sulla città di Ceglie, avvalorate da documenti, risalgono ai Messapi, popolazioni orientali scese nelle nostre contrade parecchi secoli prima della fondazione di Roma. In precedenza è un fitto buio, che si addensa nei misteri della preistoria; dell'epoca cioè primordiale dei dolmen, dei menhir, delle specchie, monumenti unici in Italia, che ancora oggi si trovano sparsi qua e là in quell'angolo di terra salentina. Specchia, uguale cumulo di sassi uguale vedetta uguale altura (cfr. G. Rohlfs), è da intendere quindi quale torre di avvistamento.

  L'abbondante messe di materiale archeologico venuto fuori dagli scavi, rivela chiaramente, che dove oggi sorge la città di Ceglie e dintorni, in quei tempi remoti, esisteva un importante centro messapico. Il mondo messapico, prima dell'impatto con la politica di Roma, era composto di realtà etniche che conducevano guerre e stipulavano trattati come unità politiche e che potremmo definire leghe. E come unità politica quelle leghe furono sconfitte da Taranto, intorno al 490; i Messapi si allearono con le popolazioni confinanti ottenendo una clamorosa rivincita, nel 473. Le popolazioni indigene della Puglia, in genere, si scontrarono ripetutamente con i Greci per la supremazia territoriale.

L'unione delle città messapiche contro Taranto nella guerra del 471 a.C. accenna ad una federazione politico-militare. Alla ferocia con cui i Greci e i Tarantini distruggono ed oltraggiano Carbinium [odierna Carovigno (Athen, XII, 522 d)], i Messapi replicano con la vittoria del 471 che secondo Erodoto (VII, 170), fu per i Greci la più grave disfatta che avessero mai subìto. Gli eserciti di Taranto e di Reggio Calabria, dunque (Erodoto VII, 170), ricevettero una ennesima sonora sconfitta proprio sotto le mura di Kailìa, odierna Ceglie (IV-III secolo a.C.).

  Nella prima metà del IV secolo a.C. in Puglia, esistevano insediamenti indigeni di origine Illirica-Japigia: Japigi gruppo di popolazioni giunte in Italia, intorno al 1000 a.C. dall'Illiria e dall'Epiro, dapprima stanziatasi sul Gargano e poi nella Puglia e nel Bruzio, (odierna Calabria), distinti in Peuceti (sistemati sulle Murge), Messapi (sparsi nel Salento) e agglomerati per città Stato, che facevano parte della federazione dei Greci d'Italia e, Taranto era la città egemone di questa federazione.
In un episodio accennato da Strabone, troviamo i Messapi schierati contro Taranto; con Taranto furono alleati i Peucezi e i Dauni (Strabone 6,3,4,281). Ancora Messapi e Peuceti, alleati, furono sconfitti, poco dopo, nel 465, da Taranto.
Il re Artas dei Messapi, al tempo della guerra del Peloponneso, nel 415, era legato ad Atene da un trattato di alleanza [cfr. Ateneo, Deipnosophistae 12, 522, d-e; c.473; Diodoro, 11, 25, 11 (Erodoto, 7, 170, 3); Aristotele, Politica, 5, 1303 a.3; c.465; Pausonia, 10, 13, 10; Artas: Tucidite, 7, 33, 3-4].
Quando poi Taranto per proteggersi dalla minaccia osco-lucana, si rivolse al re di Sparta, Archidamo, il quale accorse in Italia, nel 338, ai Lucani si allearono i Messapi e i Peucezi. Archidamo morì in una cruenta battaglia sotto le mura di Manduria quello stesso anno 338 a.C.
In una successiva spedizione in difesa di Taranto contro i Bruzi e i Lucani, nel 333, il re epirota Alessandro il Molosso, dapprima combatté contro i Messapi, poi, si alleò con loro e con i Peucezi, aprendo con geniale intuito ai Romani.

Gran parte del III sec. a.C. è caratterizzata da una grave crisi che tocca tutta la Puglia e non solo essa. Alle devastazioni di città e di campi coltivati, dovute alla presenza di numerosi eserciti combattenti, si accompagna il crollo del tradizionale quadro storico ed il conseguente radicale mutamento di secolari strutture economiche, sociali e politiche. Basti ricordare la sconfitta di Taranto da parte dei Romani (272 a.C.), la conquista romana dell'intera Puglia (266 a.C.), la fondazione della colonia di Brundisium (244 a.C.), la sanguinosa II guerra punica (218-220 a.C.), con la presenza prolungata dell'esercito di Annibale proprio in Puglia. Alla fine di questo periodo tumultuoso ci si troverà dinanzi ad una regione profondamente mutata rispetto a quella della fine del IV e degli inizi del III secolo.
Si afferma che i Tarantini facessero dei patti di non belligeranza o addirittura di alleanza vera e propria con i Messapi, in genere, e con Ceglie, in particolare, per combattere la potenza di Roma. I Tarantini formano una lega di popoli liberi Salentini contro gli invasori romani. E perché questa nuova lega difettava di soldati, fu dall'Epiro chiamato Pirro; insieme con il quale combatterono Messapi, Lucani, Tarantini
La campagna di Roma contro i Messapi e i Salentini, nel 267 e nel 266 a.C., completò l'espansione romana nell'Italia meridionale.

 Dopo le campagne militari dei Romani contro i Messapi salentini del 267-266 a.C. anche le altre popolazioni indigene della Puglia stipularono accordi con Roma. I Messapi furono alleati con Roma nelle prime due guerre sannitiche (3° secolo a.C.), romanizzati completamente dopo il 90 a.C. Ciò consentì ai Romani di poter disporre del porto di Brindisi per gli scali commerciali con l'Oriente e di fondarvi una colonia latina nel 244 a.C. Con la concessione della cittadinanza romana a tutti gli italici nell'89, le città divennero municipi romani. La latinizzazione fu un processo lento e si generalizzò con la municipalizzazione.
Ceglie aveva una sua storia ancora prima dell'arrivo dei Romani, essa si nasconde, come avviene per decine e decine di centri autoctoni della Puglia, nel silenzio della letteratura greca, avara di informazioni sui nomi e sulla vita dei centri aborigeni lontani dalla costa.
Della Ceglie romana non ci rimane niente, proprio niente, segno che la popolazione cegliese emigrò verso la Capitale, Roma, dove si integrò completamente con quelle popolazioni.

 Mi preme precisare, a questo punto, che i Messapi non erano barbari, come qualcuno potrebbe pensare, era una etnia civilissima, una popolazione che conosceva la scrittura, aveva un avanzato sistema politico, possedeva una sua religione e, per di più, le fonti pitagoriche del IV secolo citano messapi discepoli di Pitagora.  La loro civiltà risaliva ai precedenti rapporti commerciali e culturali con la Grecia.
 
 Il Messapico era un idioma che è documentato da iscrizioni dalle quali si deduce la sua appartenenza al gruppo illirico, di cui, ancora oggi, conserva alcune peculiarità fonetiche. Il linguaggio e i dialetti messapici, scomparvero quasi interamente quando nuove popolazioni s'imposero sugli indigeni abitatori.

 I Messapi erano, oltretutto, dei valorosi guerrieri e famosi allevatori di cavalli. Era un popolo che voleva vivere in pace, ma diventava terribilmente bellicoso se attaccato. La loro maggiore fonte di sostentamento era, unitamente alla caccia, l'agricoltura e la pastorizia.
Ceglie quando era abitata da quelle popolazioni, doveva essere, per la sua posizione geografica, a cavallo tra la Valle d'Itria e la pianura leccese, di sicuro, un centro di notevole importanza strategico-militare e, una città chiamata Caelia, viene ricordata da Plinio (Naturalis Historia, 3, 101,105), Strabone e Catone. Caelia sopravvisse in età romana come attesterebbero alcuni rinvenimenti monetali. Troppo poco per affermare l'esistenza di un insediamento di rilevante importanza politica, militare, storica e culturale con la presenza solo di alcuni rinvenimenti monetali. Allo stato attuale delle conoscenze  manca qualsiasi testimonianza dell'abitato e delle necropoli. Eppure Caelia, citata da Plinio seppure in posizione subalterna nel territorio rispetto a Brindisi, doveva avere una sua vitalità anche in età romana.


 Le fonti di Strabone (IX, 405 = 2,13) tramandano l'arrivo di Messapo dalla Beozia in Messapia: le popolazioni che i Greci in epoca storica trovarono stanziate nel Salento avrebbero avuto origine dalla Beozia; qualche nome come Hyria in Beozia torna anche in Hyria di Puglia .
Secondo alcuni storici, Messapo fu Principe etrusco, figlio di Poseidone, eccellente domatore di cavalli che, secondo l'Eneide (VII, 691), mosse in aiuto di Turno contro i Troiani.
Per altri  il significato originario di Messapi è genericamente "stanziamento", solo successivamente l'etnico fu ricalcato per indicare specificamente le popolazioni del Salento, tra lo Ionio e l'Adriatico; la voce fu sentita dai Greci come "Terra tra i due mari".

 Testimonianza della civiltà messapica sono le Trozzelle, tazze con grandi manici, e le Ghiande, pietre o piombo della grandezza di una noce, che venivano lanciate, con tanta forza, per mezzo di fionde, che, quando colpivano il bersaglio, arrecavano danni come fossero dei veri e propri proiettili.

 La divinità dei Messapi era denominata Menzana "Pluvio". Si tratterebbe di un attributo di Giove. Fin dai quei lontani tempi, Ceglie, in particolare, ed il Salento tutto, in genere, hanno avuto grandi problemi nell'approvvigionamento dell'acqua.

 Il sistema insediativo indigeno diffuso nelle aree interne è caratterizzato da raggruppamenti di capanne, sparse in vaste superficie di territorio, in ragione di un migliore sfruttamento agricolo. Le capanne vengono descritte a pianta circolare od ovale, formate da una struttura di sostegno in pali di legno, dalle pareti e dalla copertura di canne e di rami impermeabilizzate con l'aggiunta di strati di argilla.

 Il rito funerario dominante dei Messapi era quello dell'inumazione. Il defunto, secondo un rituale molto antico, veniva deposto su di un fianco con le gambe piegate in posizione rannicchiata e con il viso rivolto ad Oriente. Questa usanza di guardare verso Est fu ripreso da molte religioni tra cui anche dai cristiani i quali costruirono le loro chiese proprio con l'altare maggiore rivolto ad Oriente, cioè il viso rivolto ad Est nell'atto di pregare.

 Gli studi condotti sulla viabilità pre-romana della Messapia hanno evidenziato un collegamento di Ceglie con Egnazia a Nord e con Oria a Sud. Verosimilmente quel troncone seguiva un percorso che raggiungeva il sito di Ceglie, via Laureto, dintorni masseria San Pietro. Proprio nelle immediate vicinanze di quella masseria furono trovati, infatti, alcuni anni fa, i resti di una strada lastricata. Altra ipotesi, d'altronde molto probabile, potrebbe essere quella che da Egnazia via odierna località di Cisternino, Pascarosa, masseria Giuseppe Nisi, Galante, quindi Ceglie per proseguire in seguito per Oria. E' da tenere presente che Oria era una città molto importante all'epoca tanto che poi i Romani fecero passare la via Appia proprio da quel sito. Potremmo supporre che Egnazia era il porto di Ceglie (Cisternino e Fasano non esistevano) sull'Adriatico. Forse questo poteva e doveva esser il motivo di oltre tre secoli di guerra con Taranto.

Tutte le popolazioni successive (romani, saraceni, bizantini, normanni, spagnoli, francesi, ecc.), hanno utilizzato quelle vie di comunicazioni ampliandole, a volte.

 

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CEGLIE E LA MESSAPIA
di Pasquale Elia


Come ho già scritto in altra mia ricerca la nostra città di CEGLIE e altre con lo stesso nome della nostra sparse per l’Europa, furono certamente fondate da popolazioni di origine Illirica. L’Illiria o Illirico, in latino Illiricum era una antica regione che nel periodo di massima espansione occupava la parte occidentale della penisola balcanica, dal Danubio all’Epiro, verso la costa sud orientale del Mare Adriatico. Era abitata dagli Illiri, antica popolazione avente lingua indoeuropea L’Illiria fu anche una antica provincia della Repubblica romana che all’inizio del periodo imperiale fu suddivisa nella regione augustea della Regio X, Venetia et Histria. Ad est del fiume Adige iniziava l’Illiricum oltre alle due nuove province di Pannonia e Dalmazia. Gli Illiri ebbero rapporti commerciali e conflitti con i loro vicini. A Sud e lungo le coste del Mare Adriatico, gli Illiri subirono l’influenza dei greci, che vi fondarono delle postazioni commerciali..

MESSAPIA è il territorio abitato dai Messapi corrispondente alle attuali province di Brindisi, Taranto e Lecce che, anticamente, fu chiamato Calabria.I Calabri erano uno dei due gruppi cui si divideva l’antico popolo dei Messapi stanziato nell’attuale penisola Salentina. I Calabri verso il Mare Adriatico e i Sallentini verso lo Ionio. Dopo la conquista romana del Salento (3° sec. a. C.), il loro nome prevalse e la penisola fu denominata Calabria, nome che nel 7° sec. si estese alla terza regione augustea comprendente la Lucania e il Bruttium. I Bruzi erano un piccolo popolo di stirpe italica che abitarono la quasi totalità dell’odierna Calabria che in epoche successive fu la parte meridionale della Regio III augustea Lucania e Brutti.

“La regione Calabria o Messapia, che confinava colla Sallentina (regione) dalla linea tratta da Idrunto a Manduria dal lato occidentale, e settentrionale avea l’Adriatico, e dall’occidentale era separata dalla Peucezia da una linea tratta da Brindisi alla regione Tarentina” (Antica Topografia Istorica del Regno di Napoli dell’Abate Domenico Romanelli).
“Tutta quella parte della nostra penisola boreale che dal lato del mare Adriatico toccava Brindisi, e dall’opposto arrivava alla regione Tarentina non con altro nome fu da’ Greci scrittori appellata che di Messapia……….narrando l’arrivo de’ Cretesi in questo lido, e la città di Hyria da lor fabbricata, aggiunse, che cambiando il natio nome da Cretesi fossero divenuti Giapigi-Messapj: pro Cretensibus Iapiges Messapioe evasisse. Da questo passo non solo restiamo convinti che tutto questo tratto entrasse nella regione Giapigia, ma dappiù, che una parte della Giapigia, fosse detta Messapica, dove i Cretesi fondarono per loro dimora….Non va alcun dubbio che questo tratto della penisola, secondo le addotte testimonianze, e per altro, che dovremo produrre, fosse una parte della Giapigia, col nome di Messapia da’ Greci appellata. (Antica Topografia Istorica del Regno di Napoli dell’Abate Domenico Romanelli).

Il nome Messapia, secondo l’opinione di alcuni studiosi deriva dal caldeo “Messap” con il significato di “vento”, poiché questa parte dell’Italia era più spesso devastata dai venti. “I caldei furono un popolo semita abitante la parte meridionale della Mesopotamia la cui esistenza è attestata fin da IX sec. a. C.” (Muhammad Dandamayev, Chaldeans, in Enciclopedia Iranica). “Quale esser possa l’etimologia di questo vocabolo, o se derivi da Messapo uno de’ favolosi condottieri de’ Greci, come afferma Strabone, e poi Plinio, o se possa dedursi dalla voce orientale “Messap” cioè “vento” non è dato sapere aggiunge lo scrivente. Secondo altri studiosi invece Messapo, eponimo dei Messapi,“uno de’ favolosi condottieri greci”, scrive l’Abate Domenico Romanelli, un’altra tradizione invece l’eponimo dei Messapi sarebbe “un eroe illirico”. Messapo era figlio di Nettuno, principe di Beozia (regione storica della Grecia), eccellente allevatore e addestratore di cavalli, il quale si pose sotto le bandiere di Turno contro i troiani ed in quella guerra si distinse per brillanti ed eroiche gesta.

L’origine dei Messapi è incerta, probabilmente si deve a flussi migratori mai dimostrati di origine illirica o egeo-anatolica giunti in Puglia alle soglie dell’età del ferro intorno al IX sec. a. C. L’ipotesi illirica, oggi la più accettata dagli studiosi è supportata soprattutto da considerazioni di tipo linguistico
I Messapi, antica popolazione, Illirica per alcuni, od Anatolica per altri, combattiva ed indipendente della Puglia, stanziata assieme ai Calabri e Sallentini nella Penisola Salentina (antica Calabria), sono collocati nell’Italia Meridionale ed il re era proprio lui, Messapo, il quale secondo Strabone dalla Beozia (antica regione della Grecia) raggiunse la Puglia ed in particolare il Salento. Anatolia storicamente nota con il nome di Asia Minore è geograficamente corrispondente alla parte più a ovest dell’Asia occidentale. In parte è ciò che oggi è la maggior parte della Turchia.

I Messapi, dunque, potrebbero essere una antica popolazione emigrata dall’Illiria all’inizio del Primo millennio a. C. La documentazione archeologica mostra l’esistenza, già alla fine del 9° sec. a. C. di rapporti con il mondo greco attestati dal rinvenimento di ceramiche medio geometriche corinzie, cui si affiancano nell’8° sec. a.C.
I Messapi utilizzavano per le loro iscrizioni un alfabeto greco, più propriamente laconico (sottogruppo linguistico dialettale del greco classico parlato in Beozia), importato certamente dai greci di Taranto. Una dedica in lingua messapica rinvenuta a Ceglie Messapica: Iscrizione votiva in Messapico: “Ana Aprodita Lahona Theotoridda Hipaka Theotoridda Th Aotoras Keosorrihi Biliva”. La stessa iscrizione tradotta in italiano: “Alla dea Afrodite Lahona da parte di Theotoridda e di Hipaka Theodoridda figlia di Thaotor Keosorres”.

Alla luce di quanto sopra esposto, la nostra Ceglia fu sicuramente fondata da popolazione illirica durante le grandi migrazioni, mentre la Messapia deve essere considerata di assoluta origine greca. MESSAPO, infatti, era “ principe dell’antica regione greca Beozia” e “uno dei favolosi condottieri greci” scrive l’Abate Domenico Romanelli.
A riprova di quanto sopra esposto, ovvero, Ceglie di origine illirica, troviamo altre città con questo nome proprio in quei territori che all’epoca furono occupati dalle popolazioni illiriche. Infatti, in Slovenia, esistono altre due città con il nome di Celje, di cui una proprio identica alla nostra “Ceglie”; è una località del Comune di Villa del Nevoso, Comune autonomo fino al 1924 della provincia di Fiume, poi, nel 1924, fu annesso al Comune di Primano (Pola) e nel 1947 annesso alla Iugoslavia. In Croazia esiste altra Celie, in Serbia addirittura tre con quel nome, sempre in Serbia un lago artificiale con il nome Celje, un Monastero vicino alla città Serba di Valjevo chiamato Celje.
La Regina di Ungheria e Boemia, Barbara, nata a Celje nel 1392, morì a Melnik nel 1451, fu Imperatrice del Sacro Romano Impero e alla sua morte fu sepolta nella Cattedrale di Praga.
 

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L'ANTICO "PARETONE" DI CEGLIE MESSAPICA

di Pasquale Elia


Fin dall’antichità, il centro abitato della nostra Città era protetto da mura di varia altezza e dimensione. La cerchia muraria di Ceglie, secondo gli ultimi studi sull’argomento, risalirebbe al V-IV secolo a.C.  in quanto a partire dal VI-V secolo a.C. tutte le città messapiche si circondarono di mura per difendersi dalle incursioni tarentine e, forse, anche dalla pirateria illirica, congiuntamente, tese a procurarsi mano d’opera servile.

Per alcuni studiosi intorno a Ceglie si conterebbero ben quattro circuiti murari, il più grande lungo il perimetro esterno della città.  Di queste ciclopiche muraglie è rimasto poco e, sono conosciute con il nome di "paretone", il termine deriverebbe da "parete" (muretto a secco) e vorrebbe indicare un muro molto grande. 

La recinzione più esterna era collegata, a vista, da una specie di torre detta specchia ancora molto nota nelle nostre campagne. Queste specchie  aventi funzioni di difesa e di comunicazione (sono infatti collocate a vista fra loro), sono dislocate a corona intorno all'abitato. La cronologia di queste opere che presentano rifacimenti e restauri che arrivano sino all'età romana, tenendo presente le vicende belliche dei Japigi-Messapi-Salentini nel lungo periodo delle lotte con Taranto e delle guerre sannitiche, è fatto risalire come limite estremo superiore alla fine del V secolo a.C., se non agli inizi del IV, ma la loro costruzione originaria e, soprattutto, il sistema difensivo deve essere considerato più antico di alcuni secoli.

A 4 km. circa dall’abitato esistono ancora alcuni resti di due muraglie. Quel sistema di fortificazione serviva per indebolire e fiaccare le forze di un eventuale nemico.  Potremmo pensare che i guerrieri cegliesi avessero, per esempio, un concetto molto dinamico di difesa, ossia se superati sulla prima linea difensiva si ritiravano su una fortificazione arretrata (molto vicina alla prima) già predisposta e presidiata da altre forze fresche, mentre i primi avevano tutto il tempo di raggiungere il sistema difensivo più arretrato per riorganizzarsi.  Se così fosse non doveva essere stato tanto facile, per un nemico, espugnare un sito così ben fortificato e difeso. Ma potrebbe significare anche che la Ceglie di quei tempi fosse molto grande (almeno 30.000/40.000 abitanti), altrimenti come avrebbe potuto presidiare un manufatto, a dir poco, ciclopico per i nostri giorni, pensate per quei tempi (la recinzione più esterna ha un perimetro addirittura di oltre cinque chilometri).
Una difesa statica del tipo passivo, di quelle proporzioni, non presidiata da truppe, non avrebbe potuto avere alcun significato di rilevanza strategico-militare. Il nemico avrebbe superato l'ostacolo senza subire alcuna perdita e sarebbe stato quanto mai pronto ad attaccare ancora più baldanzoso e ringalluzzito di prima l'altro muro e così ancora l'altro fino a raggiungere il cuore della città. Sempre che nelle intenzioni dei Messapi quelle enormi costruzioni non servissero, con la loro maestosità, esclusivamente, ad impressionare, intimorire, e quindi a scoraggiare l'eventuale nemico. Forma di difesa psicologica? Potrebbe anche essere, perché no. Personalmente ci credo molto poco. Quelle opere devono essere state presidiate e difese tenacemente dall'esercito confederato. La strategia adottata dall'esercito messapico doveva essere, per forza di cose, una guerra di logoramento sistematico del nemico con atti di guerriglia, sporadiche scaramucce, ma mai scontri decisivi veri e propri in campo aperto tra gli eserciti contrapposti. La cinta di mura intorno alla città ci fa pensare proprio a questa forma di organizzazione militare.

Il paretone variava da uno spessore di 5-8 metri ai 3-4 ed era costruito con materiale reperito in loco. La mastodontica recinzione era costituita da due muri a secco laterali riempiti di materiale vario di risulta. I blocchi erano posti in opera, senza fondamenta scavate, ma seguendo l’andamento del terreno, in filari posti alternativamente per testa e per taglio, a secco e, secondo il loro piano di sfaldamento, senza preventiva squadratura.

Queste costruzioni furono distrutte in gran parte per la gretta ignoranza e la scarsa sensibilità degli amministratori locali, i quali permisero, addirittura, che la odierna circonvallazione sud-est, per esempio, fosse costruita proprio sopra quel monumento. Costoro appellandosi all'idea del "pubblico interesse", hanno, di proposito, distrutto un patrimonio di millenni di storia della nostra città. Colpevoli, oltre che i nostri governanti cittadini, anche l'Ente pubblico che aveva l'obbligo della difesa e della tutela di quei beni. La citata strada fu costruita negli anni 50 del secolo scorso. Il colpo di grazia fu inferto dal tracciato per la costruzione della ferrovia, nel 1924, nel tratto passaggio a livello di via Cisternino e via Francavilla. Il resto di quelle mura, annualmente e sistematicamente, fu trasformato in ciottoli per ricoprire le strade urbane ed extra urbane comunali.

 

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LE VIE DI COMUNICAZIONE MESSAPICHE
di Pasquale Elia

 

Il sistema di comunicazione viario salentino ha origine con i Messapi e ha costituito la base, su cui si è innestato prima quello romano e poi si è andato integrando quello medioevale. I Messapi, quando potevano, costruivano le loro città in cima ad una collina da cui potevano con facilità, controllare le vallate sottostanti. Tipico esempio di questa caratteristica sono oltre alla nostra Ceglie, le città di Ugento e di Alezio.
Le vie di comunicazioni di quelle popolazioni, inizialmente, erano delle semplice tracce pedonali, poi, con il passare degli anni, quelle tracce furono allargate per il transito degli armenti e dei cavalli carichi di basto per il trasporto di merci.
Le vie di comunicazione messapiche dunque dovevano consistere specialmente in mulattiere e forse pochi tratti erano transitabili da carri indice di una economia povera e stazionaria.Il reticolo di mulattiere messapiche, che rimane quasi identico, nel suo sviluppo e nelle direttrici in epoca romana, delinea interessanti relazioni essenzialmente legate a “vie commerciali”. A causa della insufficiente conoscenza dell’ambiente geografico e degli insediamenti, sia nella loro distribuzione che nei loro aspetti culturali, economici e sociali, esclude la possibilità di riconoscere il movimento di viaggiatori e di merci.
I Messapi preferivano l’allevamento e l’addestramento dei cavalli, esercitavano la pastorizia, la caccia e la coltivazione della terra. Solo in seguito alla conquista romana, al tempo di Traiano, si ebbe un miglioramento della viabilità attraverso la costruzione e sistemazione di varie strade che rimasero sostanzialmente su un tracciato messapico, i cosiddetti “tratturi”, in dialetto cittadino “passatur”.
Prima della costruzione delle antiche strade da parte dei Romani i “tratturi” servivano per i traffici commerciali. I “tratturi”, sorti con l’occupazione romana, erano lunghe vie utilizzate anche e soprattutto per la transumanza di armenti e greggi. Le genti le percorrevano seguendo l’istinto o le indicazioni delle stelle, i corsi dei fiumi o le colorazioni dell’orizzonte durante la giornata. La parola “Tratturo” deriva da “Trattoria” e indicava la possibilità di usare il suolo di proprietà dello Stato da parte di funzionari pubblici e dei pastori nella transumanza.
Nella toponomastica della nostra città sono ben noti il “Tratturo Sant’Anna” (fino a qualche anno fa era conosciuto come “passatur’ di Sant’Anna”), “passatur’ di li cient scalun” e i tratturi di “Ferruzzo”, “Ulmo” “Moretto”, “Cappelle”, “Vacche Circiello”, e “Tarturiello” con il significato quest’ultimo di “piccolo tratturo”.
Nella lontanissima epoca messapica, il primo, collegava la strada dell’epoca proveniente da Ostuni con l’ingresso in città attraverso la “Porta del Monterone”, ed in periodo medioevale con diramazione per raggiungere la “Basilica di Sant’Anna”, mentre il secondo, era la strada, il sentiero, la mulattiera, che dalla porta principale della città giungeva alla “Porta del Monterone”.
A causa poi della costruzione della strada provinciale per Ostuni, del passaggio della strada ferrata Martina Franca – Ceglie Messapica – Francavilla Fontana e della successiva realizzazione della Via don Rocco Gallone, gran parte di quel sentiero fu distrutto per quei lavori, ma alcuni tratti rimangono ancora ben visibili ed addirittura gran parte in originale.
Oggi i “tratturi” non sono più utilizzabili come vie di comunicazione di persone, animali e merci, ma sono diventati dei grandi musei all’aperto che costituiscono testimonianze storiche e culturali pronti ad accogliere l’uomo tecnologico alla ricerca di se stesso in sella ad un cavallo, in bicicletta, a piedi o sul carro (traino) di un tempo.
I “Tratturi”, con sentenza n.388/2005 della Corte Costituzionale, sono stati definiti “….beni di notevole interesse archeologico sulla base della legge 01 giu. 1939 n. 1089). La conservazione e la tutela dei “tratturi” rivestono notevolissima importanza per la storia politica, militare, economica, sociale e culturale, in quanto essi costituiscono preziosa testimonianza di percorsi formatisi in epoca protostorica. Essi sono sottoposti alla stessa disciplina che tutela le opere d’arte d’Italia (D.M. 15 giu.1976, 20 mar. 1980, 22 dic.1983). La manutenzione di quelle strade si riduceva a riparare le irregolarità più gravi delle carreggiate riempiendo le ormaie e le buche con materiali ricavati nelle vicinanze: pietre, sabbia, terra, macerie. Sulle vie principali si usava consolidare la superficie della parte centrale destinata al carreggio, di solito, si stendeva uno strato di ciottoli preparati sul posto dai “cazzaricci”. Le parti laterali della piattaforma stradale destinate al someggio ed ai pedoni venivano livellate con terra.
All’interno della regione Messapia scorrevano importanti vie di comunicazione e fra le più importanti troviamo:
a.- la via Sallentina che da Taranto portava fino a Leuca passando per Manduria, Nardò, Alezio e Ugento;
b.- la via Idruntina che da Brindisi arrivava a Leuca passando per Cavallino e Otranto;
c.- la via Brentyria (toponimi Brentesion e Hyria) che portava a Taranto passando per Oria e Grottaglie;
d.- la via Acheorum era una strada più antica che seguiva un tracciato ad ellisse che da Hydruntum (Otranto) passava per Sybar Sallentina (Cavallino), Rhudia, Orra, Mesocoron (Grottaglie), Taranto e continuava fino a Metaponto;
e.- la via che da Oria proseguiva a Nord per Ceglie (Messapica e da qui attraverso le contrade di San Pietro, Lamia Nuova, San Salvatore e Giannecchia, raggiungeva il territorio di Fasano fino alla città di Egnazia (F. Ribezzo in R.I.G.I. IX (1925) p. 67 e sgg.; P. Locorotondo, Ceglie Messapica, Cisternino 1963; G. Magno, Storia di Ceglie Messapica, Fasano 1967).
Sconosciute ai più sono poi le strade che univano direttamente Ceglie con Ostuni, con Carovigno e con Mesagne. A titolo di curiosità, a Mesagne è ancora molto nota la “via vecchia per Ceglie”, la quale era una arteria esclusiva e diretta tra le due città.
E’ giusto ricordare anche la strada che da Ceglie via Fedele Grande, Monte Trazzonara, univa Ceglie con Martina e diramazione con Taranto.

 

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CEGLIE NEL PRINCIPATO DI TARANTO

di Pasquale Elia

 

Nel 1060 Roberto il Guiscardo si impadroniva della Città di Taranto, ma nell’ottobre dello stesso anno ne era ricacciato dai Bizantini.
          Al Conte Goffredo, morto nel 1072, successe, quale tutore del nipote Riccardo, il fratello Pietro II, resosi protagonista (nel 1072-73 e 1078-80) di due ribellioni contro Roberto il Guiscardo. Questi sottoponeva al suo dominio la città di Taranto riconquistata nel 1080.Dopo la sua morte (1085) e la conclusione dei contrasti fra i figli di lui Ruggero Borsa e Boemondo, a quest’ultimo nel 1086 erano ceduti, con Taranto i territori della contea di Conversano e tutto il Salento, tranne Lecce e Ostuni.
Queste due città (Lecce e Ostuni) ed il loro territorio appartenevano, nel 1100, ……..gratie Dei Onnipotentis Dnus Civitatis Ostunei…., ad Accardo, della famiglia reale normanna degli Altavilla.
Il territorium della città di Taranto si estendeva per una vasta area che comprendeva a partire da oriente, Maruggio, San Pietro in Bevagna, San Marzano, Grottaglie, Ceglie, Martina, Monopoli, Locorotondo…..
          Su di esso si esercitava la subgabella del pascolo. Nel territorio della città compaiono 28 Terre e Casali.

          Il feudo di Ceglie, a quei tempi inglobato nel Principato di Taranto, risulta appartenere ad un certo Sire Paganus. A causa della mancanza di documentazione è difficile stabilire chi fosse quel Sire Paganus, certamente, per come viene rispettato da Accardo padrone di Ostuni, un signore, a mio parere, di rango elevato.
          Nella diatriba sorta tra Accardo e Sire Paganus, filius Dni de Castillo Cilii – l’ostunese così dice…..ad nos venit in Ostuneo….…...sic ad nos venire feci…….il notaio Giorgio Leone, cum catulis nostris, i vicini Maggio de Turi, Giovanni de Monaco, Giovanni de Santo, Rocco Sirone, ..…..cum ipso sire Pagano et suis hominibus……………coram presentia bonorum hominum testium subscriptorum…….ambularent omnes fines usque ad terras Monopoli set postea reverterunt ante nos….  -Approfondimenti e traduzione del documento -
          Da questo atto ricaviamo che il territorio di Ceglie e fin verso le terre di Monopoli rappresentava il confine tra l’allora Principato di Taranto e il territorio della città di  Ostuni.  Come è facilmente intuibile la città di Fasano non esisteva all’epoca.
          I buoni uomini (..presentia bonorum hominum…) di cui sopra altro non sarebbero che gli Amministratori comunali del tempo.
          Interessante è anche l’elenco delle proprietà extraurbane della Curia del Principe (tra cui tenimenta, cioè tenute), concesse a censo o in feudo o in altra forma a enti religiosi o a privati. Tra queste tenimenta dovrebbe trovarsi, tra l’altro, la nostra Ceglie. 

          Con Bolla Pontificia, datata Velletri 4 gennaio 1182, il Papa Lucio III, concede, a favore di Pietro da Guinardo, Arcivescovo di Brindisi e Oria, …….l’uso del Pallio alla Villa di Ceglie e non all’Abbazia di Sant’Anna di Ceglie…..  Da questa Bolla dobbiamo ipotizzare che la Villa di Ceglie era stata ceduta, durante il periodo normanno, in feudo o in censo o in altra forma alla Curia brindisina, meglio ancora credo alla Curia oritana, perché Ceglie apparteneva, per territorio, alla diocesi di Oria (le diocesi conservarono la ripartizione dei municipi romani). In quel tempo le due diocesi erano sotto un unico Pastore con sede in Brindisi. Fu, infatti, Papa Gregorio XIV con Bolla del 10 maggio 1591 a separare le due Cattedre e ordinò che Brindisi e Oria avessero ognuna il proprio vescovo. Nella realtà poi il vescovo arrivò nella sede di Oria soltanto nel 1596, nella persona di Mons. Vincenzo del Tufo (1596-1600).
          Caduta la dinastia normanna sotto i colpi svevi, Ceglie fu concessa, nel 1226, in feudo a Gervasio De Persona e da questi al figlio Glicerio. Costoro erano nativi di Mottola (TA), meglio conosciuti come De Matina, dal feudo principale di quella famiglia (Matino in prov. di Lecce).
          I De Matina, erano molto legati alla Casa Sveva. In occasione della discesa di Corradino di Svevia in Italia, parteggiarono per questi contro Carlo I d’Angiò. Gervasio fu dichiarato traditore, rinchiuso in carcere insieme alla moglie Pellegrina, e condannato all’impiccagione.
          Il figlio Glicerio aveva ricevuto da Carlo I d’Angiò una forte somma di denaro ed una compagnia di militi per andare a Morea al servizio del principe d’Acaja. Anche Glicerio parteggiò per Corradino.
          Caduto l’ultimo degli Svevi, Carlo I ordinò la cattura di Glicerio. Nel frattempo, costui si era dato alla latitanza e viveva alla macchia nelle campagne nei dintorni di Otranto, ma fu catturato e condotto in carcere nel castello di Brindisi insieme ai figli, Gervasio, Giovanni e Perello. Subì il patibolo.          

Dopo la battaglia di Tagliacozzo (1268), e la sconfitta di Corradino, i feudi e le proprietà dei membri del partito svevo furono assegnati ai cavalieri francesi fedeli al sovrano angioino.
          Carlo I dona ad Anselino (Ezzelino) de Toucy (de Tuzziaco), suo consanguineo, la città di Motola, le Terre di Ceglie de Gualdo e di Soleto ed il Casale di San Petro in Galatina, confiscati al ribelle Glicerio De Matina.
          Ezzelino de Tuzziaco, sposò Lucia, principessa di Antiocchia, dalla cui unione nacque Filippo, il quale sposò Eleonora, figlia di Carlo I d’Angiò e di Beatrice di Provenza.
          Filippo ricevette, nel 1270, la contea di Nardò, nel 1271, il feudo dell’Acaya e, nel 1272, quello di Giurdignano.
          A seguito del matrimonio con Eleonora, Filippo divenne, dunque, genero di Carlo I d’Angiò. Egli, nei documenti, viene indicato infatti, ….Nobili Philippo de Tucziaco regni Sicilie ammirato consanguineo consiliario familiari…..
          Nardone non ebbe figli e pertanto alla sua morte gli successe il fratello Ezzelino II, il quale morì, nel 1273, anch’egli senza aver avuto figli.
          I parenti più prossimi non vollero venire dalla Francia a rilevare l’eredità e, pertanto, tutti i beni, tra cui anche le Terre di Ceglie, furono devoluti alla Regia Corte che in quello stesso anno, 1273,  le concesse a Giovanni Pipino.
Un Giacomo Pipino nacque a Brindisi e fu medico personale di Carlo II d’Angiò. Un Giovanni Pipino, conte di Altamura e di Minervino, ottenne dalla Regina Sancia anche i possedimenti di Potenza, poi, perduti perché si rese colpevole di tradimento nei confronti del re Roberto.

Nel 1294, Carlo II, donò il Principato di Taranto, a suo figlio Filippo, Regis Caroli secundi Philippo filio nostro Carissimo quem nunc militari cingulo decoravimus concessio tituli Principis Tarentini sub quo Principatus titulo concedimus et Civitatis Tarenti, Mathere, cum casali, Latersie, Ostunij, Carivigni, Castrum Horie, Grottaglie, Martina, S.Vito, Vellie.
Dai decreti di cui sopra notiamo che Ceglie non viene mai menzionata. Perché? Forse perché era stata data in censo od in altra forma alla Curia brindisina.
Abbiamo detto che Giovanni Pipino, conte di Altamura (nipote forse del nostro Giovanni Pipino), nel 1358, si rese colpevole di tradimento e per tale motivo fu impiccato ai merli del castello di Altamura.
           Il 14 maggio 1361……..……….Die quartodecimo mensis Madij XIIIJ Indictione, l’arcivescovo Brundusinus et Horitanus, dominus frater Pinus, magister in sacra pagina miseratione divina, vendeva al Magnificus et Potens vir dominus Franciscus de Sancto Severino, miles, marito di Isabella, la villa Cilij de Gualdo…….cum hominibus et vassallis, silvis, nemoribus aquis, pascuis, juribus et pertinentiis suis pro florenis aurej mille computato qualibet floreno pro sexaginta IIJ carlenis argenteis duobus….Il documento, scritto su carta, è rogato dal Notaio Nicolaus magister de Octavio di Brindisi
          Per XIV Indizione, secondo il computo romano, nel XIV secolo, corrisponde agli anni 1301 – 1316 – 1331 – 1346 - 1361 – 1376 – 1391. Il calcolo è molto semplice. Si aggiunge TRE alla data considerata in quel momento e si divide per QUINDICI, il resto che si ottiene è l’INDIZIONE, se non ci fosse resto l’indizione sarebbe quindici. Sarà bene, però, fare qualche esempio: 1361 + 3 : 15 = 14, quindi XIV Indizione, invece, 1325+3:15 dà per resto 8, ossia VIII Indizione.
          Francesco Sanseverino era signore di Nardò, terzogenito figlio di Guglielmo, signore di Policastro, Sansa, Padula e Montesano. Questi era ultrogenito figlio del grande Tommaso Sanseverino, conte di Marsico Nuovo in Basilicata.
          Frate Pino Giso, domenicano, già vescovo di Ventimiglia, fu trasferito a Brindisi nel 1352, dove assunse la carica di arcivescovo di Brindisi e Oria che tenne fino alla sua morte avvenuta nel 1378.
          Il documento di cui sopra menziona ancora un personaggio, …Magnificam mulierem dominam Comitissam Tochcii. Trattasi della Contessa Di Tocco, moglie di Pietro II Di Tocco, conte di Martina, il quale aveva ricevuto il titolo su Martina, nel 1364, da Giovanna I, Regina di Napoli.

          Nel 1364, Filippo d’Angiò che era succeduto al fratello Roberto, diede ai Di Tocco le Terre di Avetrana in cambio di quelle di Martina. Nel 1377, infatti, nei Cedolari di Terra d’Otranto, il feudo di Avetrana apparteneva a Guglielmo di Tocco, figlio di quel Pietro, già conte di Martina, all’epoca della cessione di Ceglie a Francesco Sanseverino.
          Alla morte di Ladislao, avvenuta nel 1414, il Principato passò a Giacomo della Marca, marito della nuova Regina Giovanna II, indi nel 1420 a Giovanni Antonio Orsini Del Balzo (1386 – 1463), figlio di Maria d’Enghien che lo tenne fino alla sua morte, avvenuta in maniera violenta il 15 novembre 1463.
          Alla morte del Principe, tutte le Università (Comuni) pugliesi inviarono al re Ferdinando suppliche per ricevere sgravi fiscali, concessioni di privilegi, provvidenze, raccomandazioni. La nostra città non fu da meno, infatti, il 26 novembre del 1463, quando il re, nel suo viaggio verso la Terra d’Otranto, si trovava a Terlizzi, gli amministratori comunali cegliesi inviarono la seguente petizione:
          “……Grazie e dimanda…..alli piedi della Severissima Maestà del re Ferdinando, il quale Dio conservi, per li uomini ed Università della Terra di Ceglie del Gaudo, della Provincia di Terra d’Otranto,……sudditi e…….vassalli di Essa Maestà…..li detti uomini ed Università ch’essendo stati vassalli et in governo dati per la benedetta memoria dello Principe di Taranto (Giovanni Antonio Orsini Del Balzo), prossimo passato, alla principessa sua consorte (Anna di Giordano Colonna), la quale ne ha governato come vassalli per anni trentacinque e più si debba degnare Vostra Maestà per misericordia e grazia lasciare in suo governo che come per lo passato ne stato utilis Domina coss’ì ancora…..

          Nel corso degli anni il Principato fu più volte smembrato, sia perché i suoi Principi, per ricompensare dei servigi resi loro da cavalieri donavano a costoro parte dei loro domini, sia perché i Sovrani napoletani, timorosi della potenza a cui era giunto il Principato, ne sottraevano dei territori che donavano ad altri baroni.
          Alla morte, per strangolamento, di Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, il Principato fu, definitivamente, smembrato e Taranto divenne città demaniale.

         Dopo il Principato di Taranto ...

  Dal quel momento Ceglie seguì le fortune o le sfortune dei vari signorotti: Scisciò, Brancaccio, Sanseverino, Lubrano, Sisto y Britto, Verusio.
          Dopo l’assedio di Otranto da parte dei Turchi avvenuto nel 1480, si diffuse nel Salento un’epidemia di peste  “……..et accomenzao da che fu pilliato Otranto de Turchi, e foronci morti da circa 15 millia….”           Il Cinquecento fu il secolo decisivo per il rilancio della nostra città sotto la spinta della famiglia Sanseverino.   
          Fu questa famiglia che si prodigò per abbellire l’insediamento. Tra l’altro, ristrutturò, nel 1521, la vecchia Chiesa Madre, la più antica delle chiese all’interno della cinta muraria, si adoperò per la costruzione, nel 1534, di un convento per monache con annessa chiesetta, costruì il carcere cittadino, nel 1568, poi ingrandito, nel 1611, a richiesta del Comune, abbellì ed ingrandì il castello, nel 1525.
          Il poco meno che trentennale viceregno austriaco (1707-1734) che fece seguito al lungo periodo di dominazione spagnola, non portò alcuna sostanziale modifica all’assetto territoriale e politico-amministrativo del Regno.
          Alla notizia che don Carlos arrivava con un esercito, gli austriaci si prepararono alla resistenza, ma le varie guarnigioni furono costrette alla resa.
          L’ascesa di Carlo apportò sostanziali mutamenti nelle strutture politiche, sociali ed amministrative  del Mezzogiorno e i risultati conseguiti, alla fine del secolo, getteranno le basi per i più grandi e profondi rivolgimenti del decennio francese.
          Nel campo della feudalità il fervore riformistico di Carlo (e, dal 1759, di Ferdinando IV) non si prefiggeva quale obiettivo l’abolizione quanto piuttosto la diminuzione del suo peso sociale.
          Carlo organizzò un nuovo estimo catastale basato non sul valore dei beni, quanto sulla loro rendita, al netto degli oneri (catasto conciario).
          Nel 1806, quando Napoleone Bonaparte istituì il Ducato di Taranto comprendeva oltre alla città di Taranto, anche Ceglie, Grottaglie, Leporano, Ostuni, Carovigno, San Vito, Sava, Oria, Francavilla.


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PERSONAGGI che hanno fatto la STORIA DI CEGLIE

di Pasquale ELIA 

elenco in successione cronologica

GIULIANO - Vescovo - da Ceglie

Il cardinale e storico Cesare Barone, latinizzato Baronius (1538-1607) scriveva che Giuliano (385-450/4) fosse nativo di CELIA di Lecce. Tutti gli storici salentini unanimemente riconoscono Giuliano nativo dell'odierna Ceglie Messapica.

Egli fu vescovo e uno dei più dotti seguaci del movimento e delle dottrine di Pelagio. Suo padre Memore, anch'egli vescovo, fu legato d'amicizia con i Santi Agostino e Paolino di Nola.

Giuliano, scrittore ecclesiastico latino del V secolo, fu istruito nelle divine Scritture e già chiaro fra i Dottori della Chiesa, fu elevato alla cattedra episcopale di Eclano, città scomparsa, corrispondente alla odierna Mirabella Eclano (AV).

Fu uomo di forte ingegno ed estesa cultura, abile scrittore, in esegèsi biblica seguì i migliori maestri.

Sant'Agostino lo descrive come scrittore forbito ed elegante, conoscitore esperto dell'arte dialettica; abbracciò le dottrine pelagiane sulla grazia e il libero arbitrio e dopo la morte di Pelagio fu il principale campione contro Sant’Agostino e le decisioni della Chiesa romana.

Nel maggio del 418, quando papa Zosimo nella sua Epistola Tractoria confermò la condanna portata dal suo predecessore Innocenzo I contro Pelagio e il suo complice Celestio, Giuliano, unitamente ad altri diciotto vescovi italiani, rifiutò di sottoscrivere quel documento (condanna del movimento).

Per i motivi di cui sopra fu deposto dalla sua sede episcopale, condannato e cacciato in esilio dall'Italia, nel 419, per decreto imperiale, si rifugiò in Oriente presso vescovi suoi amici della scuola di Antiochia. In quella parte dell'Impero continuò a difendere le sue opinioni, divenendo ben presto il capo del partito pelagiano. Fu ospite del vescovo Teodoro di Mopsuestia in Cilicia e di Nestorio patriarca di Costantinopoli.

Per i motivi di cui sopra fu deposto dalla sua sede episcopale, condannato e cacciato in esilio dall'Italia, nel 419, per decreto imperiale, si rifugiò in Oriente presso vescovi suoi amici della scuola di Antiochia. In quella parte dell'Impero continuò a difendere le sue opinioni, divenendo ben presto il capo del partito pelagiano. Fu ospite del vescovo Teodoro di Mopsuestia in Cilicia e di Nestorio patriarca di Costantinopoli.

Scrisse in difesa delle dottrine pelagiane due lettere a papa Zosimo e due altre, dopo la sua deposizione, a suoi partigiani di Tessalonica e di Roma. Scrisse, inoltre, due grosse opere contro le tesi cattoliche sostenute da Sant'Agostino; una, Libri quattuor ad Turbatium, l'altra, Libri octo ad Florum, infine, un libro De bono constantiae,  ai quali risponde Sant'Agostino con i sei libri Contra Iulianum, e il cosiddetto Opus imperfectum.

Nel 1913 il Morin ha rivendicato a Giuliano un Commentarius in prophetas minores tres, Osee, Joel et Amos, che va sotto il nome di Rufino d'Aquileia; nel 1915, il Vaccari gli ha attribuito un Commentarius in Job, che andava sotto il nome di un certo Filippo, discepolo di Girolamo, e un Commentarius in Psalmos, anonimo.

Alcuni storici affermano che Giuliano dopo aver peregrinato per alcuni anni in Oriente ivi morì, nel 450, altri, invece, sono del parere che si ritirò in un villaggio della Sicilia dove morì nella più nera miseria, nel 454.

La dissertazione sulla data di morte è di scarsa rilevanza agli effetti della nostra ricerca.  E’, invece,  di significativa importanza storica conoscere se Giuliano sia lo stesso Giuliano di cui parlano gli storici di Terra d’Otranto e non solo.

Confrontando, ora, con molta attenzione le date, analizzando gli avvenimenti documentati di quel periodo, i personaggi storici noti e quanto è stato scritto dagli studiosi salentini e non, devo concludere, senza ombra di dubbio, che costui è proprio il nostro Giuliano, nato a CELIA di Lecce, quindi odierna Ceglie Messapica.

La scuola ereticale faceva capo al monaco bretone Pelagio (354-427).

La dottrina pelagiana tendeva a rivalutare la fondamentale bontà e capacità morale dell’uomo, negando sia la trasmissione del peccato originale cui era attribuito al più il significato di cattivo esempio, sia l’esistenza e la necessità di qualsiasi grazia soprannaturale come rimedio a questo e ad ogni altro peccato.  E queste tesi, oltre a negare l’utilità di un sacramento come il battesimo, venivano a mettere in discussione lo stesso valore estrinseco di buon esempio.

La corrente ereticale fu combattuta oltre che da Santo Agostino anche da San Gerolamo e condannata dai Concilii di Cartagine (418), Efeso (431) e Orange (529).

Il movimento colpito da molte condanne ecclesiastiche si estinse alla fine del V secolo.

 

COSTANTE II DI BISANZIO

L' Imperatore bizantino (641-668), sbarcato a Taranto, nella marcia di avvicinamento a Lucera ove rase al suolo quella città, avrebbe saccheggiato e distrutto, tra le altre città, anche Ceglie.

 

SIRE PAGANO DI CEGLIE  E ACCARDO SIGNORE DI OSTUNI

Dopo la morte di Roberto il Guiscardo (1085), e la conclusione dei contrasti fra i figli di lui Ruggero Borsa e Boemondo, a quest’ultimo nel 1086 erano ceduti, con Taranto i territori della contea di Conversano e tutto il Salento, tranne Lecce e Ostuni. Queste due città (Lecce ed Ostuni), ed il loro territorio appartenevano, nel 1100, ad ACCARDO, della famiglia reale degli Altavilla.

Il feudo di Ceglie, inglobato nel Principato di Taranto, a quel tempo, apparteneva ad un certo (Sire) PAGANUS.

Paganus, dal latino propriamente “abitante del villaggio” e più tardi “pagano”; altra ipotesi paganus con il significato di “civile, borghese, non militare” contrapponendosi quindi a miles, avrebbe acquistato il nuovo significato perché i primi cristiani si consideravano militi di Cristo, chiamavano pagani, cioè “borghesi” gli infedeli, i non cristiani, i saraceni, i musulmani.

Il Pagano si lamentò con Accardo perché i pascoli nelle vicinanze del confine con Ostuni venivano spesso violati. Quel signore della città di Ostuni, prima di adottare una decisione, volle conoscere la verità sui fatti, quindi, chiamò suo figlio [Goffredo (doveva essere molto giovane all'epoca), non ancora conte di Montescaglioso], il notaio Giorgio Leone, i proprietari confinanti con il territorio cegliese, Rocco Sirone, Giovanni de Monaco e Giovanni de Sancto, lo stesso “signor” Pagano e i suoi uomini e i bonorum hominum (gli amministratori comunali del tempo) ai quali “ordina” di percorrere tutto il confine fino alle terre di Monopoli (Cisternino e Fasano non esistevano all'epoca) e, al termine, riferire se davvero fossero stati violati i pascoli appartenenti al feudo cegliese. Stupisce la parola “ordina”. Per ordinare significa che Accardo aveva l’autorità per farlo.

Davanti agli interessati nella città di Ostuni si stipulò l'atto di seguito riportato.

           Ma prima di presentare, tradotto, l'unico documento di epoca medioevale (1100) in cui si parla di Ceglie sarà bene approfondire la conoscenza dei personaggi.

(Sire) PAGANO, viene indicato da ACCARDO II, per grazia di Dio Onnipotente, signore della Città di Ostuni, quale “figlio del signore del Castello di Ceglie”.
PAGANO, potrebbe essere stato uno straniero di rango elevato (Longobardo o bizantino) venuto da lontano, un soprannome affibbiato ad uno non credente, o uno di religione diversa, quindi non cristiano, che per la popolazione indigena era sempre comunque un PAGANO; potrebbe essere stato anche un soldato normanno (si convertirono ben presto al cristianesimo), che per i servigi resi alla corona o per il suo valore dimostrato in combattimento il principe Goffredo gli avrebbe potuto donare il castello di Ceglie con le terre circostanti.
Il signor PAGANO era, certamente, un normanno non ancora convertito al cristianesimo, perciò PAGANO. La scarsità di documentazione ci costringe purtroppo ad azzardare solo delle ipotesi.
Sire, in latino, ha il significato di signore. Sappiamo, per certo, che i Greci usavano premettere al proprio nome l'appellativo di "KIR", ovvero "signore".
Le chiese costruite da privati assumevano il nome delle famiglie emergenti come "de kiri Adralisto", "de kiri Jannacio". Il castello di Ceglie, visto sotto questa ottica, potrebbe essere stato costruito da PAGANO, "de kiri Paganus", ovvero Sire PAGANUS, quindi, signor PAGANO. Egli viene conosciuto, infatti, (Sire) signor Pagano, padrone del Castello di Ceglie.
Possiamo affermare pertanto che la costruzione del Castello di Ceglie risalirebbe a parecchi anni prima del 1100. Ho ipotizzato tra il 1050 e il 1070 con l'arrivo delle popolazioni normanne, ma potrebbe essere molto più antico di quanto si possa pensare (Longobardo o bizantino), soprattutto per il fatto che, nel 1100, i confini con la città di Ostuni erano ben delineati. Qualche sopralluogo all'interno dei giardini, del castello, per esempio, potrebbe rivelarci grosse sorprese.

ACCARDO II, (figlio di Goffredo II), antico signore normanno di Lecce e di Ostuni, apparteneva alla Dinastia reale degli ALTAVILLA. Viene conosciuto, dopo il 1118, quale Liciensis et hostunensis dominator.

"""Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo. Amen.

Nel 1100 dalla sua Incarnazione della terza Indizione (corrisponde all’anno 1110) del mese di Aprile io, Accardo, per grazia di Dio Onnipotente, signore di Ostuni, dichiaro che alla presenza di buoni uomini, testi sottoscrittori, Ser Pagano, figlio del signore del Castello di Ceglie da noi viene in Ostuni e si lamentò con noi dei nostri uomini poiché invadevano la sua terra e devastavano il territorio: Io udendo ciò, poiché era vicino di terra, non volle sopportarlo, così feci venire presso di noi i miei fedeli e vicini di terra /Maggio de Turi e i suoi confinanti, che erano negli stessi confini di (Ceglie), e Giovanni di Monaco, con i suoi confinanti, Giovanni di Sancto e Rocco Sirone, Giorgio Leone, notaio con i figli nostri, ai quali ordinai di andare diligentemente e incominciare dagli stessi confini che si dice di Lerna, con lo stesso Ser Pagano, e i suoi uomini, e percorressero tutti i confini fino alle terre di Monopoli, e in seguito ritornassero a noi, i quali fecero così come ordinai io, e vennero davanti a noi e presero a dire a noi i confini con le terre con lo stesso Ser Pagano e con i suoi uomini naturalmente dal muro di Lerna dalla parte di San Vito fino alla Lama e dalla Lama fino alla cisterna di Maggio di Turi, e dalla cisterna fino alle corti palaziati, e dalle stesse corti fino al muro che va verso la Croce del muro, e dalla Croce del Muro fino alla via di San Vito, e dalla via di San Vito fino al Casile (sotto) a Monte Calvo, dal Casile viene verso la via Carolineata, dalla via di Carolinea fino al Votano, dal Votano viene alla Lama fino alla via di San Paolo, dalla via di San Paolo fino alla Specchia e dalla Specchia fino al ponte, dal ponte va all'altra specchia, che è in via di Santa Lucia, e quella va per la Lama Rachele fino al metano di Campo Orlando, dal metano c'è un muro che va verso la palude di Campo Orlando, e va verso la via di Monopoli, e continua verso il varco del muro ed in seguito verso un altro muro, che va verso la terra per la Lama fino al varco che esce sulla via di San Salvatore e per la via fino al luogo  (agiativo) e va per la Lama, ed esce dalla via che prosegue verso la palude Prociliana, e continua verso l'altra via di San Salvatore, dove c'è una Croce in pietra della via, e finisce il confine che é tra la terra di Ostuni e di Ceglie, e esce verso la via, e va per la Lama verso due specchie, una delle quali è dalla parte di oriente (fincta), della terra di Ceglie, udendo io, che sopra Accardo, questo da Ser Pagano, dai suoi uomini, e dai nostri che così concordarono, ordinai che i convenuti si obbligassero affinché se in qualche tempo una qualche parte andasse contro l'altra sia Ostunese, sia Cegliese, e la parte che abbia fatto tali cose, prenda all'altra parte duecento michelati buoni e sonanti e (persentes), in seguito quella, questa nostra carta della concessione rimanga ferma e stabile in ogni tempo, in cui con le nostre mani feci il segno della Santa Croce e al nostro (segretario?), ordinai di (imblare) di piombo. Che ordinai anche di sottoscrivere a Leone, notaio della nostra Città e feci scrivere nel mese dell'Indizione del prelodato.

Il segno della Croce, la mano del signore Accardo, di cui sopra, il segno della Croce, la mano di Sabino, soldato = Il segno, la mano di Rugero Strangotti, il segno, la mano di Giovanni citato prima = il segno la mano di Pantaleone. """

 

PIETRO DA GUINARDO 

Il Papa Lucio III, con Bolla Pontificia data a Velletri il 2 gen. 1182, concede a favore di Pietro da Guinardo, arcivescovo di Brindisi e Oria, “….l’uso del Pallio alla Villa di Ceglie e non all’Abbazia di Sant’Anna di Ceglie….”.

La Bolla Pontificia di cui sopra ci costringe ad ipotizzare che Ceglie fosse stata ceduta, in feudo o in censo o in altra forma alla Curia brindisina, meglio ancora a quella oritana, perché la Villa di Ceglie apparteneva, per territorio, alla diocesi di Oria (le diocesi conservarono la ripartizione dei municipi romani). In quel tempo le due diocesi erano sotto un unico Pastore con sede in Brindisi. Fu, infatti, Papa Gregorio XIV con Bolla del 10 maggio 1591, a separare le due Cattedre e ordinò che Brindisi e Oria avessero ognuna il proprio vescovo.  Nella realtà poi il vescovo arrivò nella sede di Oria solo nel 1596, nella persona di S.E. Mons. Vincenzo del Tufo (1596-1600). E’ necessario precisare che Pietro da Guinardo, nativo di Bisignano, assunse la Cattedra di Brindisi il 2 gen. 1183 e la tenne fino alla morte avvenuta nel 1196 pertanto, quella data (2 gennaio 1182) dovrebbe essere 1183.

Caduta la dinastia normanna sotto i colpi svevi, il possedimento di Ceglie fu, dalla Corona, concesso a: 

GERVASIO DE PERSONA (sec.XII). 

Nato a Mottola (TA). Rivoluzionario. Signore delle Terre di Ceglie del Gualdo (Gaudo), di Mottola, di Soleto e del Casale di San Pietro in Galatina. De Persona, meglio conosciuto come De Matina, dalla signorìa principale di quella famiglia (Matino in provincia di Lecce).

Dai documenti di Carlo I d’Angiò ricaviamo che il De Matina fu dichiarato traditore, rinchiuso in carcere insieme alla moglie Pellegrina, e condannato all’impiccagione.

 

GLICERIO DE PERSONA (sec. XII) 

Nato a Mottola (TA). Rivoluzionario. Era figlio di Gervasio, signore delle Terre di Ceglie del Gualdo (Gaudo), di Mottola, di Soleto e del Casale di San Pietro in Galatina. Glicerio aveva ricevuto da Carlo I una forte somma di denaro ed una compagnia di soldati per andare a Morea al servizio del Principe d’Acaja. Glicerio parteggiò per Corradino. Caduto l’ultimo degli Svevi, Carlo I d’Angiò ordinò la sua cattura. Costui si era dato alla latitanza nelle campagne di Otranto dove fu catturato, condotto in carcere nel castello di Brindisi insieme ai figli Gervasio, Giovanni e Perello, subì il patibolo. La moglie Riccarda con le figlie Sibilla, Smirilla, Peregrina e Rogerella furono affidate al Sindaco di Brindisi. Non conosciamo la fine di quelle donne.  I possedimenti che deteneva furono tutti confiscati e ceduti ad:

 

EZZELINO DE TUZZIACO (Anselino de Toucy)

Arme: “Di rosso alla croce di Sant’Andrea d’argento“

Il cognome originale francese era “de Toucy”, latinamente scritto  “de’Tucciaco”, fu alterato in “Tulciaco”, “Tuzciaco” . La famiglia De Tuzziaco era una nobile ed illustre Casata francese, la quale venne nel regno di Napoli, al seguito di Carlo I d’Angiò, con il quale era imparentata. Per tale motivo fu tenuta in molta considerazione.

            Carlo I, il 28 gennaio 1258, XII Indizione, concesse le Terre di Ceglie del Gualdo, Soleto, Mottola ed il Casale di San Pietro in Galatina al consanguineo Ezzelino De Tuzziaco.

            Alla morte di Ezzelino succedette il figlio.

 

FILIPPO DE TUZZIACO 

nato da Lucia, Principessa di Antiochia, sposò Eleonora, figlia di Carlo I d’Angiò. Costui, nel 1270, fu Grande Ammiraglio del regno di Napoli in sostituzione del defunto Guglielmo di Belmonte  Ebbe il dominio di Laterza e fu signore di Nardò fin dal 1271. Alla morte di Filippo, succedette il figlio .

 

NARDONE o NARZONE  DE TUZZIACO

 “Mentio Narzonis de Tucziaco mil., consanguinei et fam., f. Philippi, Regni Amirati, qui succedit in Motula, Cilia, Soleto, Sancto Petro in Galatina, que bona fuerunt Eligesii de Martino proditoris nostri.

Alla morte di costui succedette il figlio.

           

EZZELINO II DE TUZZIACO 

Alla morte di questi, i parenti più prossimi non vollero venire dalla Francia a rilevare l’eredità, pertanto, tutti i beni di quella famiglia furono devoluti alla Corona, la quale il 23 gennaio 1273, con diploma dato a Calvi tutte le proprietà dei De Tuzziaco passarono al fisco. . 

            La Regia Corte quello stesso anno 1273, cedette le “Terre di Ceglie”  a:

 

GIOVANNI PIPINO 

Arme: “D’azzurro alla banda d’argento caricata di tre conchiglie di rosso col lambello dello stesso nel capo”. Alias: “D’azzurro alla quercia al naturale sostenuta da due leoni d’oro controrampanti”.

Conosciamo poco di questo personaggio. Sappiamo solamente che i Pipino erano notai barlettani, che con Giovanni, Maestro razionale della Magna Curia, nel 1268, avevano non solo “varcato le soglie della dignità cavalleresca, ma avevano anche ottenuto il rilevantissimo incarico del comando dell’esercito inviato ad occupare Lucera e a reprimervi la renitenza della colonia saracena”

Nobile famiglia otrantina e ugentina. Giovanni fu medico personale di Filippo d’Angiò, Principe di Taranto, ma l’investitura la ricevette da Carlo II d’Angiò.

Un Giovanni Pipino, conte di Minervino, nel 1358, fu impiccato, per tradimento, ai merli del castello di Altamura.

           

PINO GISO  (arcivescovo di Brindisi e Oria)

 nato a Genova, dell’Ordine dei Predicatori, già vescovo di Ventimiglia, fu trasferito a Brindisi, dove assunse l’incarico di arcivescovo di Brindisi e Oria dal 2 novembre 1352 fino alla sua morte avvenuta nel 1378

Sotto la data del 14 maggio 1361, l’arcivescovo Pino, vendette “la Contrada di Ceglie, con …. uomini, vassalli, selve, boschi, acque, pascoli, diritti….” a:

 

FRANCESCO SANSEVERINO 

Terzogenito figlio di Guglielmo, signore di Policastro, Montesano, Sansa e Padula. Era figlio del grande e potente Tommaso II Sanseverino, conte di Marsico, oggi Marsiconovo in Basilicata.

Sposò Isabella de Sabran (* 1330 ca. + post 1378), vedova di Pietro II di Tocco, 1° conte di Martina. Era figlia di Guglielmo de Sabran, conte di Celano, Governatore di Abruzzo e Molise, e di Francesca Celano. Nel 1409, diventerà padrone di Nardò. Proprio in questa città gli succedette il figlio Luigi e alla morte di Luigi il figlio Tommaso.

Da un “presunto” atto notarile custodito presso la biblioteca “A De Leo” di Brindisi, risulterebbe che il 14 maggio 1361, Francesco Sanseverino abbia acquistato le Terre di Ceglie, unitamente a uomini, vassalli, selve, boschi, pascoli, diritti, acque, per MILLE fiorini d’oro, dall’arcivescovo di Brindisi e Oria Pino. Il documento, purtroppo, non convince per i seguenti motivi: è scritto su carta, manca il nome del notaio, l’anno e il luogo in cui fu redatto l’atto, la firma dell’estensore e il sigillo notarile, inoltre, contiene dei termini “Magnificus, Magnificam” in uso nel Rinascimento, mentre il documento vorrebbe essere di tarda età angioina (1361). Non possiamo affermare con sicurezza quindi che Ceglie sia stata effettivamente acquistata dal Sanseverino.

            Potrebbe trattarsi di una testimonianza redatta, ad arte, dalla Curia brindisina per accampare diritti sulla “Contrada di Ceglie” all’atto della separazione con la diocesi di Oria, avvenuta nel 1591.

 

PRINCIPE GIOVANNI ANTONIO DEL BALZO ORSINI

 

Ceglie, nel principato di Taranto, rimase dal 1425 ca. al 1463, quando era Principe Giovanni Antonio Del Balzo Orsini (1386-1463), figlio della contessa di Lecce, Maria d’Enghien, la quale aveva acquistato quel Principato, nel 1419, in nome e per conto del figlio.

            Il Principe era, tra l’altro, anche un famoso letterato, e tra le sue opere pervenuteci, ricordiamo la “Lettera indiretta a Giorgio Castriota detto Scanderbek”.

            Principes Tarenti infeudabant libere et donabant feuda e da “Salerno a Taranto viaggiava sempre in terre sue, era il padrone di uno “Stato nello Stato”, disponeva di curia giudiziaria separata da quella del regno.

            “Lo principo de Taranto è signore da per se in lo Reame de più de quattrocento castelle. E comenzia el suo dominio dalla porta del merchà de Napoli, lunzi octo milya a uno locho se chiama la terra del Marignano, et dura per XV zornade per fina in capo de Leucha…..”

            Alla morte del principe, avvenuta il 15 novembre 1463, per strangolamento, a seguito di ribellione, tutte le Università (Comuni) pugliesi avanzarono al re Ferdinando I d’Aragona, “suppliche”, per ricevere sgravi fiscali, raccomandazioni, concessioni di privilegi,   provvidenze. La nostra città non fu da meno, infatti, il 26 novembre 1463, quando il re, nel suo viaggio verso la Terra d’Otranto, si trovava a Terlizzi, gli amministratori comunali, portarono personalmente al Sovrano una petizione con la quale si chiedeva di lasciare Ceglie ancora alle dipendenze del principato governato dalla consorte (Anna di Giordano Colonna), del principe ucciso.  La richiesta non deve essere stata accettata dal re, infatti, troviamo che il padrone di Ceglie divenne:

 

NICCOLO’ SCISCIO’ 

Arme: “D’argento alla fiamma di rosso movente dalla punta”.

            Di nobile famiglia leccese, originaria di Palermo, giunta nel capoluogo salentino al seguito degli aragonesi proprio con Niccolò. Niccolò nacque a Lecce, fu padre di Elisa, la quale sposò Berardo Paladini, barone di Lizzanello e Melendugno, e di Jacopo. Aveva servito, con il grado di Capitano, Ferdinando I d’Aragona. In un privilegio si legge di lui: “Magnificus Vir Nicolaus Xisciò Consiliarius et Capitaneus Civitatis Litii ad Iustitam. An.1464”.

Ebbe la carica di vigilare la città di Castellammare e, poi, nel 1484, quella di castellano di Lecce. Per i suoi meriti fu remunerato con 250 ducati all’anno. Nella Chiesa di Santa Maria della Luce di Lecce, da un suo nipote, gli fu eretta una statua.

Ed è proprio da Niccolò Scisciò che, nel 1468, Re Ferdinando d’Aragona, detto “il Cattolico” (1452-1516), si riprese la “signorìa di Ceglie e la Terra di Roca” in cambio concesse la tenuta della Foresta di Lecce, e quella del Parco con altri beni.

 

GIO: BATTISTA BRANCACCIO           

La Regia Corte, nel 1463, deve aver concessa Ceglie, alla famiglia Brancaccio.

Gio: Battista era figlio di Lisolo Brancaccio. Questi aveva ereditato le Terre dal padre Marino, il quale aveva sposato Margherita Capece Minutolo. Lisolo, rimasto vedovo si fece sacerdote e poi, fu eletto anche vescovo di Potenza.

Nel 1484, Gio: Battista Brancaccio,…….”per istrumento Notar Cesare Amalfitano, cedette la Terra di Ceglie ad….

 

ANTONELLA DENTICE            

Figlia di Antonio (+146…), detto “Naccarella”, Patrizio napoletano, Cavaliere, signore di Viaggiano, Peschici e Ischitella, Gran Giustiziere del Regno di Napoli durante i regni di Carlo III e Ladislao I, e di Cicella CAPECE (+145….). Il nonno Francesco, anch’egli conosciuto con il nomignolo “Naccarella” aveva sposato Eleonora Brancaccio. Famiglia originaria di Amalfi, si dice discendente da un Sergio detto “Dentice”, che fu Duca di quella città.

 In seguito la famiglia si trasferì a Sorrento e poi a Napoli. Ed in questa città risulta aggregata al patriziato, per il Seggio di Capuana, intorno al 1200. 

Secondo la tradizione si divise in due linee i Dentice del Pesce e i Dentice delle Stelle che presero il nome dalle caratteristiche delle rispettive blasonature. Antonella apparteneva al ramo dei Dentice del Pesce antica famiglia di Saponara (odierna Grumento Nova in Provincia di Potenza).

Nel 1484, riceve in dono dal padre Antonio il feudo di Ceglie con “….istrumento per Notar Cesare Amalfitano….”  “………..….la quale concesse in cambio il feudo di Roccabascerano..”              Antonella aveva sposato Sansone Sanseverino, signore di Nucara.

            Il 21 maggio 1480, XIII Indizione, a Napoli, furono stipulati patti per il matrimonio di Berardino de Maramonte, barone di Santa Maria de Nove, odierna Novoli, e Isabella Sanseverino, tra il procuratore di Antonella Capece, vedova di Sansone Sanseverino, madre e tutrice dei figli Isabella, Gio.Tommaso, Polidoro (Teodoro), Caterina e Diana, da una parte e Filippo Antonio de Maramonte, fratello dello sposo dall'altra.

Alcuni studiosi riportano dunque Antonella Dentice, quale moglie e vedova di Sansone Sanseverino (A. Foscarini, L.A. Montefusco), altri, invece, Antonella CAPECE. La madre di Antonella era una Capece.  

 

GIO:TOMMASO SANSEVERINO 

Arme: “d’argento alla fascia di rosso.  I conti di Tricarico usarono la bordura di azzurro intorno allo scudo. Cimiero: del ramo di Bisignano: Un’aquila che stringe una vipera tra gli artigli. Motto: Nec morsus timebo”.

Figlio di  Sansone e di Antonella Dentice.  Il 15 dicembre 1497, a Lecce, sposò Isabella, figlia di Giacomo di Acaja. Nel 1510, Gio:Tommaso e la moglie Isabella risultano deceduti.

 Il 15 dicembre 1497, I Indizione, a Lecce, dunque, fu rilasciata quietanza dei capitoli stipulati a Napoli, per il matrimonio di Gio.Tommaso Sanseverino, figlio di Antonella Dentice e Isabella, figlia di Giacomo dell’Acaja. Acaja, era feudo fortificato, appartenente alla contea di Lecce.

            Dal matrimonio di cui sopra, per quanto di nostra conoscenza, nacquero: AURELIA (1498/9?), Adriana e Porzia. Quest'ultima, nel 1515, andò sposa a Jacopo Francone, signore di Trepuzzi. Di Adriana non conosciamo proprio niente.

            Nel 1510, i genitori di Aurelia risultano trapassati.

 

AURELIA SANSEVERINO           

figlia del quondamGio:Tommaso e della “quondam” Isabella dell’Acaja, andò sposa al cugino Giovanni. L’avverbio latino “quondam”, veniva usato, nel passato, davanti al nome di defunti  con lo stesso significato del nostro odierno “fu”.

            Quando il cronista domenicano, nella Platea seu campione di tutti li Beni stabbili di campagna…..posside il venerabile convento di San Domenico della Terra di Ceglie, sotto il titolo di San Giovanni Evangelista, ecc. ecc., scrive ……fu fondato dall'Ill.ma signora Aurelia Sanseverino……la quale sin dal 1534, con suo padre don Giovanni Sanseverino, chiamò la nostra religione in questa terra (Platea cit. p.2), commette una madornale inesattezza. Sappiamo per certo che Gio:Tommaso e la moglie Isabella, nel 1510, risultano deceduti. Se riteniamo veritiera la data del 1510 della sua morte, e, non abbiamo alcun motivo per dubitare, quel suo padre, deve intendersi suo marito. L'imprecisione di cui sopra, commessa certamente in buona fede dallo scrivano domenicano, potrebbe scaturire dal fatto che il padre aveva come prenome Giovanni (Tommaso) e i due mariti lo stesso nome Giovanni. 

            In quel periodo era molto in voga l'usanza di anteporre al proprio nome il prenome Gio. con il significato di Giovanni o Gian (es. Gio. Tommaso, Gio. Jacopo, Gio. Giacomo, Gio. Antonio, Gio. Francesco, ecc.), ma il vero nome era il secondo.

             Il 15 gennaio 1512, XV Indizione, a Cassano, Alfonso Sanseverino si costituisce fideiussore, in sostituzione di Ferdinando Dias Garlon, conte di Alife, per la dote e il dotario stabiliti nei capitoli matrimoniali di Giovanni e Aurelia Sanseverino.

            Il matrimonio della tredicenne Aurelia e Giovanni Sanseverino venne celebrato a Napoli il 26 e il 27 giugno 1512, nella Chiesa di San Tommaso a Capuana. Sotto questa data Gio:Tommaso Sanseverino e Isabella dell'Acaja, rispettivamente padre e madre della sposa, come già detto, risultano morti da alcuni anni. Per tale motivo venne costituita a dote della sposa la Terra di Ceglie.

            La prematura scomparsa (1510) di entrambi i genitori deve aver molto condizionato le decisioni e la vita futura della giovane Aurelia. Costei era anche la maggiore delle altre due sorelle Adriana e Porzia. E proprio perché era la primogenita delle sorelle ereditò la baronia di Ceglie che poi, unitamente al titolo nobiliare, portò in dote al marito e cugino Giovanni Sanseverino.

            Il 27 ottobre 1512 a Napoli Alfonso Sanseverino sottoscrive l'assenso all’obbligazione dei beni feudali per garantire la dote e il dotario di Aurelia, moglie del fratello Giovanni.

            I coniugi Sanseverino, dopo il matrimonio, devono aver deciso di eleggere domicilio nella nostra città. Il castello era la loro casa e le rendite delle proprietà cegliesi il loro sostentamento.

Dalle iscrizioni poste in vari punti del castello "Aurelia Sanseverina has sedes reparavit, Aurelia Sanseverina" possiamo ipotizzare che Aurelia, alla morte dei genitori, si sia trasferita, con le sorelle Adriana e Porzia, nel castello di Ceglie. 

Fu in quegli anni di permanenza a Ceglie che i Sanseverino promossero lavori di abbellimento della nostra città.

Nel 1521, fecero ristrutturare (reparavit) fin dalle fondamenta la Chiesa Madre (lapide murata sulla facciata della chiesa), nel 1525, fecero lavori di fortificazione del maniero (lapide sulla porta d'ingresso della sala consiliare del castello), nel 1534, invitarono l'Ordine dei Predicatori ad essere presenti sul nostro territorio sovvenzionando la costruzione di un convento per monache

Quel convento, ancora oggi largamente conosciuto, in quel modo (u' cumènt'), con la chiesa annessa, fu fondato da Aurelia Sanseverino con il titolo di San Giovanni Evangelista dello Spedale. Da questo possiamo ricavare che in quel complesso, a mio avviso, era ubicato il nosocomio cittadino del tempo.

Tra il 1527 e il 1528 furono confiscati a Giovanni Sanseverino tutti i beni, compreso le Terre di Ceglie perché creduto, a torto certamente, personaggio di spicco nella cosiddetta Congiura dei Baroni.

Alcuni consanguinei, chi per tradimento, chi per fellonia, chi per ribellione furono catturati, dichiarati colpevoli, legati in un sacco e gettati in mare, altri, decollati sulle pubbliche piazze, altri ancora fuggiti in altri Stati.

E' noto, tra l'altro, che in questo periodo si accese la guerra tra il re di Spagna e Carlo V imperatore, il reame ed in particolare il Salento fu invaso dall'esercito transalpino, comandato da Lautrech. I Francesi erano alloggiati a Grottaglie e paesi vicini. E' probabile che Giovanni Sanseverino fosse stato costretto dalle circostanze, ad ospitare qualche reparto dell'esercito francese e quindi potrebbe essere stato considerato ribelle. Per una ragione o per l'altra, a noi non nota, fu sottoposto ad inchiesta e giudicato da una Commissione Imperiale di cui parleremo in seguito.

Il 19 febbraio 1530 fu reso esecutivo un decreto del Consiglio del Collaterale nella causa vertente tra la moglie di Giovanni Sanseverino (Aurelia), da una parte, e il Regio Fisco e Luigi Icart, castellano del Castelnuovo di Napoli, possessore della terra di Viggianello, dall'altra.

Un mese dopo circa, il 26 marzo 1530, venne assegnato ad Aurelia il castello di Viggianello (Potenza) in esecuzione della sentenza  del Consiglio del Collaterale, per quanto a lei dovuto per dote e diritti dotali dal marito Giovanni Sanseverino.

A questo punto, Giovanni Sanseverino, deve essere considerato deceduto, pertanto, Aurelia era  rimasta vedova.

Giovanni Sanseverino fu, dunque, per fatti di cui non siamo venuti a conoscenza, giudicato dalla Commissione Imperiale composta da Innico de Mendoza, vescovo di Burgos, da Giovanni Sunyer, vice cancelliere imperiale d'Aragona e dal dottor Martino Romano. Il 18 gennaio 1531 fu riconosciuto innocente e reintegrato in tutti i suoi possedimenti tra cui anche la baronìa di Ceglie.

Il 23 settembre 1535, in Saponara (odierna Grumento Nova in provincia di Potenza), fu redatto un pubblico istrumento per i capitoli matrimoniali di Isabella Sanseverino, figlia di Aurelia e Giovanni, e Pietrantonio Concublet (o Concubleth), figlio del conte di Arena e Stilo, Giovan Francesco Concublet di Bagnara.

……..Aurelia alla morte del marito (quale? Anche il secondo marito si chiamava Giovanni) donò due Cappelle, una della Natività della Madonna e l'altra di San Giovanni Evangelista dello Spedale (atto Notaro Apostolico Lorenzo Provarola (potrebbe essere Fumarola) della città di Ostuni). La donazione fu confermata dall'Arcivescovo di Brindisi e Oria Giovanni Alessander, A.D. 2 marzo 1544 (ASBr., Platea cit. p.3).

La costruzione di altari e cappelle era sempre un segno di distinzione e prestigio sociale, come la sepoltura nelle chiese maggiori. Alti esponenti del mondo feudale, ecclesiastico e della ricca borghesia esprimevano nel testamento la volontà di avere l'ultima dimora nella cappella fatta erigere nella chiesa riservandosi il Patronato, ossia il diritto di farsi ivi tumulare.

Intanto Aurelia deve aver contratto un secondo matrimonio perché sotto la data del 9 giugno 1546, IV Indizione, a Napoli, costei, in occasione del pagamento della quietanza per la dote della figlia Delia, risulta vedova di Giovan Francesco Concublet, suo secondo marito

Morì il 28 dicembre 1562.

 

GIOVANNI SANSEVERINO 

Giovanni Sanseverino, era il terzogenito figlio di Gio:Antonio e di Enrichetta Carafa. Allo stato odierno delle ricerche non conosciamo una data certa per quanto riguarda la sua nascita, né tanto meno per quanto attiene la sua morte. Dagli avvenimenti storici cui questo personaggio partecipa possiamo congetturare alcune scadenze e nemmeno poi tanto sicure. 

Sappiamo che costui sposò la cugina Aurelia Sanseverino, il 26 e 27 giugno 1512, a Napoli. La cerimonia nuziale fu celebrata nella Chiesa di San Tommaso a Capuana. Rammento che Giovanni essendo il terzo figlio maschio non aveva diritto ad alcuna eredità.

            Alcuni giorni prima del matrimonio, esattamente, il 15 giugno 1512, a Cassano (BA), Alfonso Sanseverino, che aveva sposato Maria Dias Garlon, dei conti di Alife, fratello maggiore di Giovanni, si costituì fidejussore per la dote e il dotario stabiliti nei capitoli matrimoniali di Giovanni e Aurelia. Il 27 ottobre di quello stesso anno 1512, a Napoli, fu posto l’assenso all’obbligazione dei beni feudali da parte di Alfonso per garantire la dote e il dotario di Aurelia..

            I coniugi Aurelia e Giovanni Sanseverino, nel 1521, sono a Ceglie, nel loro castello.

            Tra il 1527 e il 1528 il feudo cegliese fu confiscato a Giovanni, forse, perché ritenuto ribelle o quant’altro di cui non siamo venuti a conoscenza. Sappiamo però che fu giudicato dalla Commissione imperiale composta da Innico de Mendoza, vescovo di Burgos, da Giovanni Sunnyer, vice cancelliere imperiale d’Aragona e dal dottor Martino Romano. Il 18 gennaio 1531, a Napoli, Giovanni fu riconosciuto innocente dalla Commissione di cui sopra e reintegrato in tutti i suoi possedimenti, tra cui anche la baronia di Ceglie.

            L’illustrissima signora Aurelia Sanseverino, utile signora e padrona antica di questa Terra la quale, sin dal 1534, con suo padre Giovanni (in realtà Giovanni Tommaso), promosse la costruzione di un convento per suore, con l’annessa Cappella, che in seguito diventerà la sagrestia dell’odierna Chiesa di San  Domenico.

            E’ da credere che Giovanni sia morto nel 1530.

Un’altra prova del decesso di Giovanni Sanseverino la possiamo ricavare dalla quietanza di pagamento che Aurelia rilascia il 9 giugno 1546, per la dote della figlia Delia, la quale contrasse matrimonio con Francesco di Castelbisbal, conte di Briatico. Se Giovanni fosse stato ancora in vita il pagamento di cui sopra sarebbe stato fatto dal padre e non dalla madre. E’ da notare infine che sotto questa data Aurelia risulta ancora una volta vedova, ma questa volta del secondo marito

 

FERDINANDO SANSEVERINO

 Figlio di Giovanni e di Aurelia Sanseverino. Nel 1532, sposò la cugina Violante Sanseverino, figlia di Giacomo ed erede delle Terre di Saponara  (oggi Grumento Nova - PZ) e di Castelsaraceno (PZ).

A seguito di tale matrimonio, Ferdinando, assumerà il titolo di III conte di Saponara ed negli anni a venire il nipote Luigi potrà accampare diritti sul titolo di Principe di Bisignano. Dal matrimonio nacque, nel 1538, Giovanni Giacomo che, alla prematura morte del padre, ereditò i possedimenti e i titoli nobiliari. Tra i feudi ci fu anche la baronia di Ceglie. Ferdinando deve essere morto tra il 1562 e il 1563, perché proprio, nel 1563, il figlio Giovanni Giacomo, pagò il “relevio” del feudo.

            Il “relevio”, nel diritto feudale, era la tassa che l’erede del feudatario doveva corrispondere per rilevare il feudo, cioè per riottenere il  possedimento che era decaduto per la morte del vassallo originariamente investito dalla mano del padrone. Deriva dalla parola latina “relevium”, ossia riscattare un beneficio.

 

VIOLANTE SANSEVERINO           

figlia di Giacomo Sanseverino, II conte di Saponara e di Castelsaraceno. Sposò suo cugino Ferdinando, portandogli in dote il titolo e le proprietà del padre Giacomo. Fu necessario l’assenso regio dell’Imperatore Carlo V da Bruxelles ai capitoli matrimoniali in data 16 gennaio 1532  Alla morte prematura del marito Ferdinando, andò sposa al mercante Paolo Tolosa.

 

GIOVANNI GIACOMO SANSEVERINO

I possedimenti di questo Casato furono tutti ereditati dal giovane nipote di Aurelia, Giovanni Giacomo (1538), perché il primogenito, Ferdinando, era morto (tra il 1562 e il 1563) prematuramente. Giovanni Giacomo ereditò, tra l'altro, anche il titolo di IV conte di Saponara che appartenne al padre Ferdinando, il quale lo aveva ricevuto a seguito del matrimonio con sua cugina Violante Sanseverino, figlia di Giacomo ed erede nelle Terre di Saponara e di Castelsaraceno.

Giovanni Giacomo Sanseverino aveva sposato Cornelia Pignatelli figlia di Fabrizio (*149…+ 3.5.1567), signore di Noia, 1° barone di Cerchiara dal 21.2.1532, 1°marchese di Cerchiara dal 7.11.1556; Viceré di Calabria, si distinse per la sua lotta ai pirati turchi, sposò Vittoria di Galeazzo Cicinelli, patrizio napoletano e di Vittoria Mila.

Nel 1580, refuta il feudo di Ceglie a favore del figlio Ferdinando.

            Costui, fu signore prodigo e magnanimo nei confronti della popolazione cegliese che, alla sua morte, gli tributò convinti onori e sentito rimpianto.

 Morì il 31 ottobre 1582, all’età di 44 anni, ….”dopo aver visitato…” - riporta la cronaca – la penisola salentina (Ceglie era l’unico suo feudo nel Salento).

 L’Università di Saponara, sua città natale, gli dedicò una lapide che pose sulla facciata della casa comunale di quella città. Quella lapide oggi è collocata sul muro, a destra della salita che porta alla Chiesa Madre di Grumento Nova. Fu sepolto nella Cappella dei Sanseverino del convento di San Francesco, situato dove oggi è ubicato il cimitero comunale di Grumento. Sulla sua tomba furono apposte tre lapidi. La prima gli fu dedicata dai figli, le altre due dall’Università di Saponara.  Dalla prima lapide veniamo a conoscenza del nome dei figli maschi, Ferdinando (nato a Ceglie, 1562), Lucio (nato a Saponara, 1564), Fabrizio (nato a Ceglie, 25.9.1565), Ascanio (nato Ceglie, 1571); le figlie furono: Delia, nel 1579, sposò Alessandro de’ Medici, barone d’Ottajano, Vittoria, nel 1584, sposò a Napoli, Decio Coppola.

            Gli successe il figlio primogenito

 

FERDINANDO II SANSEVERINO  

Nacque a Ceglie, nel 1562, figlio di Giovanni Giacomo, IV Conte di Saponara e di Cornelia Pignatelli. Sposò Isabella Gesualdo di Fabrizio, conte di Venosa, sua consanguinea. Fu necessaria la dispensa, data a Roma il 31 gennaio 1585, dal Papa Sisto V, dall’impedimento di consanguineità nel matrimonio .

Oltre che Barone di Ceglie del Gaudo, fu anche signore di Viggianello (PZ), in esecuzione di una sentenza del Consiglio del Collaterale in data 26 marzo 1530, a favore della nonna Aurelia. Da Isabella, Ferdinando ebbe sei figli: Luigi, primogenito, nel 1622, divenne Principe di Bisignano Giovanni, secondogenito, morì nel 1607, all’età di vent’anni, Carlo, terzogenito, diventò conte di Chiaromonte, Fabrizio, dopo la morte del fratello Giovanni, conte di Saponara, Antonio, e Francesca (18.2.1587 - 11.9.1607). Si racconta che Antonio si rese responsabile di fatti di inaudita ferocia. Fece uccidere nella Chiesa Collegiata di Saponara il Sacerdote Scipione Giordano, facendolo ivi seppellire semivivo. Fece, altresì, usare violenza ad alcune monache del Monastero di S. Croce di Saponara e fece bastonare un Padre Cappuccino.

            Nel 1573, concesse, …”Grazie e favori…” all’Università di Ceglie, tra cui il taglio, a titolo gratuito, di legname per l’industria, dai boschi feudali.

            Il 12 ottobre 1584, vendette le Terre di Ceglie alla madre Cornelia Pignatelli.

            Il 19 agosto 1587, a Napoli, fu convalidato l’assenso già prestato dal Viceré, duca di Ossuna, all’obbligazione dei beni feudali del conte della Saponara Ferrante Sanseverino, per garanzia della dote della moglie Isabella Gesualdo. Il 22 marzo 1593, la Regia Camera della Sommaria, inviò lettera di “Significatoria” al conte Ferdinando per il pagamento del “relevio” a seguito della morte della madre, avvenuta il 29 gennaio 1593.

       Morì il 31 agosto 1609. Gli successe il figlio Luigi

 

ISABELLA GESUALDO           

figlia di Fabrizio, conte di Venosa. Rimasta vedova, in giovane età, di Alfonso de Guevara, conte di Potenza, sposò Ferdinando Sanseverino. Fu necessaria la dispensa, data a Roma il 31 gennaio 1585, del Papa Sisto V, dall’impedimento di consanguineità del matrimonio. Costei ebbe un ruolo molto importante nella comunità civile e religiosa di Ceglie. Essa era imparentata con ben tre cardinali, nipote di due in quanto figlia del conte di Venosa, Fabrizio Gesualdo, fratello del cardinale Alfonso Gesualdo, arcivescovo di Napoli, di Girolama Borromeo sorella di San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, e cognata del cardinale Lucio Sanseverino, arcivescovo di Salerno.

            A seguito della morte del marito Ferdinando, si chiuse nel Monastero di San Giovanni Battista di Saponara ove terminò i suoi giorni.

 

CORNELIA PIGNATELLI         

Figlia di Fabrizio Pignatelli, signore di Noia, 1° barone di Cerchiara dal 21.2.1532, 1° Marchese di Cerchiara dal 7.11.1556, Viceré di Calabria, si distinse per la sua lotta ai pirati turchi, sposò Vittoria di Galeazzo Cicinelli.

Sposò Giovanni Giacomo Sanseverino, IV conte di Saponara, Barone di Ceglie del Gaudo e signore di Viggianello (PZ).

Il 12 ottobre 1584, acquistò Ceglie dal figlio Ferdinando e la tenne fino alla sua morte avvenuta il 29 gennaio 1592.

Per tale motivo, nel castello di Ceglie del Gaudo, è riprodotto lo stemma araldico della famiglia Pignatelli, del ramo di Marsiconovo (PZ).

 

LUIGI SANSEVERINO

figlio di Ferdinando e di Isabella Gesualdo. Nacque il 15 aprile 1586. A 18 anni si trasferì a Roma per laurearsi in utroque jure, lasciando al fratello Fabrizio la carica di conte di Saponara e barone di Ceglie, forse perché il secondogenito Giovanni era ancora minorenne o per altra causa a noi non nota. Giova rammentare comunque che il cardinale Lucio Sanseverino, nel 1602, risulta “….procuratore del nipote don Giovanni…...” .

Morto il padre Ferdinando (31 agosto 1609), fu costretto dai suoi congiunti “a ridursi di nuovo alla vita secolare” e divenne in seguito (1622) Principe di Bisignano (CS).

Sposò Margherita D’Aragona, figlia del conte di Terranova, la quale morì dopo pochi anni senza lasciargli figli. Sciolto dai legami del matrimonio non volle più sposarsi. Il Padre Teatino Giovan Francesco Amàgrima, parla di un'intervenuta, accentuata  misogenìa tanto da aver proibito la presenza di donne nel castello

            Morì l’11 marzo 1669, all’età di 83 anni, fu sepolto dai Chierici Regolari nella loro chiesa dei SS. Apostoli in Napoli. Era stato educato dai Padri Teatini, dai quali ricevette “…i fondamenti di una vita religiosa che inviolabilmente osservò…”.  Fra i tanti aneddoti su questo personaggio ne ricordiamo uno. Aveva conferito l’incarico ad un suo servo di svegliarlo di notte gridando: “Ricordati Luigi che dovrai morire e dovrai dare strettissimo conto a Dio di tutte le tue azioni” .

            L’epigrafe, posta davanti all’altare maggiore, fu dettata da lui stesso: “Hic ossa quiescunt Aloysii peccatoris vocati principis bisiniani comitisque saponariae” .

            A Luigi morto senza eredi, successe il fratello Carlo, conte di Chiaromonte.  Morto Carlo il 18 agosto 1670, divenne conte di Saponara e VII Principe di Bisignano suo nipote, Carlo Maria Sanseverino.

        

LUCIO SANSEVERINO, Cardinale

Nacque, nel 1564 da Giovanni Giacomo (+ 31 ottobre 1582), IV conte di Saponara e barone di Ceglie e da Cornelia Pignatelli (+ 29 gennaio 1592), figlia di Fabrizio, marchese di Marsiconovo e di Vittoria Cicinelli.

Il luogo di nascita di questo personaggio non è riportato nei documenti conosciuti, ma sappiamo per certo che costui nacque, secondo alcuni studiosi a Saponara, feudo prediletto di quella famiglia, secondi altri a Napoli.

 Quando aveva appena diciotto anni (1582), gli morì il padre. Le proprietà quindi furono ereditate tutte dal primogenito Ferdinando o Ferrante. Era d'obbligo per Lucio, a quel punto, in ossequio alle usanze del tempo, seguire la carriera ecclesiastica. Oltre a Ferdinando, Fabrizio, Ascanio, Vittoria e Delia erano gli altri suoi fratelli.

Di questi, Ferdinando, Fabrizio e Ascanio nacquero a Ceglie e furono quivi battezzati nella Chiesa Madre. Fabrizio vi morì anche nella nostra città nell'ottobre del 1602 e quivi fu sepolto.

Lucio appena ventenne fu eletto vescovo di Rossano e tenne quella Cattedra fino al 1612. Fu Nunzio Apostolico nei Paesi Bassi fino al 1619. Nominato Arcivescovo di Salerno dal Papa Gregorio XV, nel 1621, successivamente, dallo stesso Papa, fatto Cardinale. Alla morte di Gregorio XV si aprì un Conclave dagli esiti incerti.

La tradizione vuole che, all'epoca, corresse la voce "Il Cardinal Sanseverino sarà Papa doman mattino".  Il Conclave ebbe inizio il 19 luglio 1623 in un momento molto difficile per l'Europa. Da un lato erano schierate, Spagna e Austria, dall'altra Francia, Savoia e Venezia.

I Cardinali si presentarono divisi in varie fazioni, che facevano capo a due gruppi principali: quello del cardinale Borghese (cui aderivano i cardinali spagnoli) e quello del cardinale Ludovisio (di cui facevano parte i francesi).

I Cardinali più accreditati per la carica erano: Borromeo, Bandini, Ginnasio, Aracoeli, Mellini, Cobellucci, Campori, Ascoli, Varallo, Cennini, Sagrati, Barbarino e il nostro Lucio Sanseverino. Questi faceva parte della fazione più numerosa, quella del Borghese.

Esisteva però l'opposizione dello stesso Borghese, il quale temeva che si prolungasse il potere dei seguaci di Gregorio XV.

Dopo una lunghissima schermaglia la spuntò, il 5 agosto, il Cardinale Barbarino che pur appartenendo al campo del Borghese, era ben visto dai francesi e dal cardinale Ludovisio, il quale era stato eletto cardinale su richiesta della Francia, ove era stato Legato Pontificio. E' noto che i Sanseverino erano molto legati alla Corona spagnola.

            Barbarino, cardinale di Spoleto, assunse il nome di Urbano VIII.

Le sofferenze e i patimenti sopportati durante il Conclave portarono il Cardinale Sanseverino alla morte, avvenuta il 23 dicembre 1623.  Alcuni storici indicano la morte del cardinale al 25 dicembre 1623. Fu sepolto a Salerno, nella Cappella delle Reliquie. L’epitaffio posto sulla sua tomba, fu dettato dal nipote Luigi e recitava “Non minus virtutem ommnium, omnibus claro quam familiare splendore claro viventi”.

            Sappiamo per certo dalla documentazione notarile custodita presso l'Archivio di Stato di Brindisi che S.E. il vescovo Lucio Sanseverino nel mese di ottobre del 1602 soggiornò a Ceglie, alloggiando nell'ala padronale del castello.

            In quel periodo Lucio risulta “….procuratore del nipote don Giovanni ed amministratore della eredità del fu don Fabrizio. Sempre in quel mese di ottobre del 1602, il vescovo Lucio Sanseverino stipulò un atto di vendita con don Ascanio Castromediano di Lecce di tomola 1300 circa di frumento per la somma di ducati 2.200, fece costruire una Cappella dedicata alla Santissima Concezione dentro la Chiesa Maggiore di Ceglie. Infine in accordo con l'Universitas (Comune) nella persona del Sindaco del tempo Francesco Ciracì, redigono il bilancio delle entrate e dei pagamenti effettuati e delle pendenze in corso e fa il conto del dare agli eredi del fu don Fabrizio Sanseverino, conte della Terra di Saponarie con gli interessi maturati ed un elenco di polizze del precettore di Terra d'Otranto in Lecce

            Il nipote don Giovanni di cui sopra era il figlio del fratello Ferdinando e di Isabella Gesualdo, all'epoca minorenne, era nato, infatti, nel 1586 e morì molto giovane all'età di venti anni, nel 1607.

Ascanio Castromediano (+10.12.1628) di cui sopra, aveva sposato a Saponara il 10.1.1595, Delia sorella di S.E. Lucio e proprio, il 1.6.1602, nacque a Ceglie una bambina alla quale fu posto il nome di Isabella Joanna.

Ceglie, alcuni anni fa, dedicò una strada al Cardinale Lucio Sanseverino.

           

FABRIZIO I SANSEVERINO 

terzogenito figlio maschio di Gio: Giacomo Sanseverino, IV conte della Saponara, barone di Ceglie, e di Cornelia Pignatelli, nacque a Ceglie il 24 settembre 1565.

Morì a Ceglie tra la prima e la seconda decade del mese di ottobre del 1602, fu sepolto a Ceglie nella Chiesa Madre (quella che i suoi bisnonni Aurelia e Giovanni avevano fatto restaurare, nel 1521) e, dove il fratello Lucio, all’epoca vescovo di Rossano, fece costruire una Cappella intitolata all’Immacolata Concezione, altare tuttora esistente. Trattasi del secondo altare nella navata di destra del Tempio. Sul sarcofago compare ancora una lettera dell’alfabeto che, a mio avviso, è la “F” (Fabrizio), mentre la “S” (Sanseverino), alcuni anni fa si staccò e fu conservata in sagrestia, ma al momento non c’è traccia di essa.

 

FABRIZIO SANSEVERINO II 

figlio di Ferdinando e di Isabella Gesualdo, nacque a Saponara (oggi Grumento Nova - PZ)  il 22.3.1589, sposò Vittoria Pignatelli, figlia di Camillo, marchese di Lauro e di Licia Pinelli. Assunse la carica di conte di Saponara e barone di Ceglie mentre il fratello primogenito Luigi era a Roma per laurearsi in utroque  jure.

Di questo personaggio conosciamo molto poco, sappiamo solo che costui viene confuso con lo zio Fabrizio nato nella nostra città il 24 settembre 1565 e quivi morto nel mese di ottobre del 1602.

Morì il 24 febbraio 1630.

 

A PROPOSITO DI FABRIZIO SANSEVERINO  

            Si parla molto di Fabrizio Sanseverino, il quale, secondo alcuni storici locali e non, è colui che ha trasformato il castello di Ceglie, da costruzione difensiva militare a palazzo residenziale.

            E’ giusto precisare che il feudo di Ceglie era di proprietà del padre Giovanni Giacomo (+ 31.10.1582), IV Conte di Saponara, primogenito figlio di Ferdinando I e di Violante Sanseverino. Aveva sposato Cornelia Pignatelli. Nel 1580, forse perché già malato, refuta i possedimenti su Ceglie al figlio primogenito Ferdinando II (nasce a Ceglie nel 1562 – muore a Saponara nel 1609), il quale, il 12 ottobre 1584, vende  la baronia cegliese alla madre Cornelia Pignatelli, che la tenne fino alla sua morte avvenuta il 29 gennaio 1592. Alla morte di costei il feudo ritornò a Ferdinando II e lo tenne fino alla sua morte avvenuta, come già detto, nel 1609.

            Premesso che i Fabrizio Sanseverino sono due:

a ) -- Il primo, nacque a Ceglie il 24 settembre 1565, terzogenito figlio maschio di Giovanni Giacomo Sanseverino, IV Conte di Saponar(i)a, (poi Saponara, infine Grumento Nova in provincia di Potenza), Barone di Ceglie e di Cornelia Pignatelli. Quello stesso giorno fu battezzato nella vecchia Chiesa Madre da“…Dominus Federicus Marinarius de Terra Criptaliarum (Grottaglie) baptizavit Fabritium filium illustris domini Jacobi Sanseverini, Saponariare comitis…..”. Il nostro Fabrizio, perché terzo figlio maschio, non aveva alcun titolo nobiliare, e proprio per tale motivo il notaio Stefano Matera, rogante a Ceglie, il 29 marzo 1597 in un atto notarile lo indica solamente “signor” Fabrizio Sanseverino.

Nella pergamena n.127, dell’Archivio Storico dei Sanseverino di Bisignano, custodita presso l’Archivio di Stato di Napoli, sotto la data del 17 aprile 1598 riporta che Fabrizio Sanseverino “…è esentato da parte della Regia Camera della Sommaria di alcuni tributi…”; nella pergamena n° 304 sotto la data del 4 aprile 1598, riporta “….cessione di credito per la vendita di Castel Saraceno in Calabria….”; nella pergamena n° 291, risultano “….proteste nei confronti del Tavolario Orazio Negrone per la mancata adduzione dell’acqua al Giardino….”. E’ giusto spiegare cosa fosse questa Istituzione.

La Regia Camera della Sommaria, fondata da Alfonso V d’Aragona (1444 - 1806), era un organo amministrativo, giurisdizionale e consultivo dell’antico regime aragonese operante nel Regno di Napoli. Essa esaminava i conti del Regio Tesoro, dei Ricevitori Provinciali e di tutti gli altri funzionari ai quali era affidato denaro pubblico, i rendiconti dei pubblici amministratori, i conti relativi alle imposizioni fiscali delle universitates (Comuni). Di fatto, tutelava le universitates dagli abusi dei baroni e dei governatori. Fu Giuseppe Bonaparte che nel 1807 sostituì la Regia Camera della Sommaria con la Regia Corte dei Conti.

Analizzando accuratamente alcuni atti del notaio Stefano Matera riscontro che sotto la data del 01 ottobre 1602 (ASBr. Carte 12/T), il Vescovo Lucio Sanseverino, risulta “…procuratore del nipote don Giovanni ed amministratore della eredità del fu don Fabrizio….”.  Sempre tra le carte di detto notaio sotto la data del 29 ottobre 1602 (ASBr. Carte n.18), Lucio Sanseverino e l’Universitas (Comune di Ceglie) nella persona del Sindaco (dell’epoca) Francesco Ciracì  redigono (di comune accordo) il bilancio delle entrate e dei pagamenti effettuati e delle pendenze in corso e fa il conto del dare agli eredi del fu don Fabrizio Sanseverino, Conte della Terra di Saponarie con gli interessi maturati ed un elenco di polizze del precettore di Terra d’Otranto in Lecce…”.

Il Fabrizio nato a Ceglie, nel 1565, non aveva alcun titolo, ossia non era “Conte di Saponara” e, all’età di 37 anni, non credo che avesse ancora bisogno del “precettore”.

b ) -- Il secondo Fabrizio, nacque a Saponara (oggi Grumento Nova in provincia di Potenza) il 22 marzo 1589, quartogenito figlio maschio di Ferdinando II Sanseverino, V Conte di Saponara e Barone di Ceglie e di Isabella Gesualdo. Assunse la carica di Conte di Saponara e Barone di Ceglie mentre il fratello primogenito Luigi era a Roma per laurearsi in Utruque jure. Di questo Fabrizio conosciamo poco. Sappiamo solo che viene confuso con lo zio Fabrizio nato e morto a Ceglie.

Per quanto sopra esposto le ipotesi sono due:

1.- il notaio ha usato il termine “Conte” come forma di rispetto per il Fabrizio morto a Ceglie e sepolto in questa città alla fine di settembre del 1602 oppure trattasi di un’altra persona, ossia del secondo Fabrizio.  Il Fabrizio nato a Ceglie, come già detto, non aveva alcun titolo nobiliare. 

2.- il secondo Fabrizio, invece, aveva ereditato tutti i beni, titoli nobiliari compresi, in virtù del diritto della primogenitura in quanto il fratello maggiore Luigi (primogenito, nacque il 15 aprile 1586), all’età di 18 anni si era trasferito a Roma nell’Ordine dei Teatini per laurearsi in utroque jure.

            Questo mistero potremmo svelarlo solo con la consultazione (quando ci sarà permesso) dei registri di morte custoditi nell’Archivio Capitolare della nostra Chiesa Madre.  

 

CESARE LUBRANO

Il 25 luglio 1624 Cesare LUBRANO acquista il feudo di Ceglie, da un certo Camillo Del Pezzo e, nell’occasione, fu interposto il Regio Assenso, ossia fu chiesto il consenso della Corona per la vendita del feudo di Ceglie, autorizzazione che fu infatti poi concessa. Nel 1639 cedette i possedimenti di Ceglie al figlio,  Morì il 28 novembre 1647.

Lubrano era una famiglia napoletana di origine popolare. Nella insurrezione di Napoli del 1647  il popolo le bruciò le case e sperperò i tesori che la famiglia teneva nascosti nel Convento dello Spedaletto.                

 

DIEGO LUBRANO 

 Sposò la giovane Isabella Noirot, la cui famiglia era di origine belga.

Nel 1630, il giovane don Diego Lubrano, fece costruire, a sua cura e spese, nella Chiesa Madre, una Cappella (altare delle navate laterali) dedicata al Patrono della nostra città, Sant’Antonio da Padova, riservandosi, come era abitudine a quei tempi, lo "Jus Patronatus", ossia il diritto di farsi ivi seppellire.

 L’altare in questione, ancora oggi esistente e dedicato a Sant’Antonio da Padova, è molto elegante, sobrio e raffinato, ha un tabernacolo con una preziosa porticina in argento massiccio con l’effige del Santo in altorilievo; sul paliotto dell’altare è riprodotto un sarcofago ove spicca scolpito, un busto del Santo portoghese con un bambinello in braccio che non ha eguali nella Regione Puglia. Il tutto elaborato da maestranze cegliesi. Trattasi del secondo nella navata di sinistra.

Lo "Jus Patronatus" della famiglia nobile o comunque economicamente agiata, era trasmissibile agli eredi e per questo sopravvissuta fino all’ultimo rappresentante, quando, con la morte di questi, passava alla consorte o ad altre famiglie con cui era apparentato, se non a decretarne, con il placet dell’Autorità ecclesiastica, la soppressione del beneficio e la vendita dei cospicui beni ad esso attribuiti per volontà del fondatore o di suoi congiunti.

Il 21 settembre 1641, con diploma dato a Napoli, Diego fu insignito del titolo di Duca su Ceglie, quindi proprio sotto questa data Ceglie si trasformò da Baronìa in Duchèa. Egli fu dunque il primo duca che Ceglie del Gaudo abbia avuto.

Il 30 ottobre 1641, don Diego, fu colpito da un grave lutto. La morte della giovane moglie Isabella.    

Don Diego Lubrano, non si rassegnò mai alla prematura scomparsa della giovane e amata moglie, tanto che da quel momento egli intraprese una vita molto disordinata.

“Don Cesare e Donna Caterina Lubrano, duchessa di Ceglie ed alcuni cittadini della Terra di Ceglie testificano per atto pubblico alcuni avvenimenti storici a tutela ed interesse della famiglia Lubrano”.

Il caro Diego deve averne combinato di tutti i colori se proprio i familiari vollero prendere le debite distanze a causa del suo cattivo comportamento. Morì nel mese di settembre del 1658.

Gli succedette il figlio Domenico

 

ISABELLA NOIROT

Nacque a Napoli da genitori di origine belga. Sposò il giovane rampollo della famiglia Lubrano, Diego, duca di Ceglie.

Il 30 ottobre 1641 morì, a seguito di complicanze sopraggiunte nel dare alla luce il suo primogenito Domenico. Fu tumulata a Ceglie nella chiesetta di San Domenico.

 

DOMENICO LUBRANO 

figlio di Diego e di Isabella Noirot alla morte del padre, avvenuta nel settembre del 1658, ereditò il feudo di Ceglie.

Il duca Domenico ebbe tre figli: Antonio che fu chierico, Bonaventura, il quale, anche costui fu chierico e Cesare. Il 10 giugno 1674, con “…istrumento del Notaio Gio.Antonio de Blasi di Napoli”, lasciò le Terre di Ceglie al figlio

 

CESARE LUBRANO 

Nello stesso anno 1674, non avendo figli, passò le terre di Ceglie e il titolo alla zia donna Caterina Lubrano, la quale portò il possedimento di Ceglie in dote al marito

 

LUIGI SISTO Y BRITTO

            Era una famiglia di origine spagnola importata a Napoli dove si estinse con Raffaele, nel 1862.

Alla morte di Luigi, succedette la moglie Donna Caterina Lubrano, duchessa di Ceglie e alla morte di costei, avvenuta nel 1705, il figlio

 

ANDREA SISTO Y BRITTO

            Il 23 dicembre 1705, Andrea, pagò il relevio alla Regia Corte, a seguito della morte della madre Donna Caterina Lubrano. Ad Andrea succedette il figlio

 

DOMENICO SISTO Y BRITTO

            3° Duca di Ceglie, sposò Giovanna Granafei, nata il 18 maggio 1670, figlia di Scipione, marchese di Sternatia e di Serranova e, di Donna Antonia Frisari, figlia di Francesco Paolo, duca di Scorrano.

Domenico ebbe tre figli, Carmela, monaca benedettina nella Congregazione cassinese e Badessa di San Pietro in Ostuni; Andrea e Francesco, che succedette.

 

FRANCESCO SISTO Y BRITTO

             4° Duca di Ceglie. Sposò la duchessa Donna Maria del Maino di Milano, la quale morì nel 1740. Era figlia di Don Francesco Conte di Crespiatica, Patrizio milanese, e di TeresaMorone Stampa dei Conti di Grezzago. Dal matrimonio nacquero Annibale, primogenito, Lucio Romano Gerolamo e Aurelia.

Lucio Romano nacque a Ceglie il 3 marzo 1718, divenne vescovo della diocesi di Sora (Frosinone) dal 1768, morì il 10 febbraio 1796.

Aurelia, nel 1745, sposò Benedetto Visconti  2° Marchese di San Crispieri.

Il duca Francesco morì il 20 dicembre 1747.

 

ANNIBALE SISTO Y BRITTO           

5° Duca di Ceglie dal 1776. Succedette al padre morto nel 1747. Annibale, quale primogenito ereditò il feudo di Ceglie del Galdo. Sposò Donna Antonia Ferrari dei duchi di Parabita e di Agnese Sabarriani dal cui matrimonio nacquero Chiara e Luigi.

            Il 6 marzo 1750, il duca Annibale alienò il possedimento di Ceglie a don Nicola Muscettola, Principe di Leporano per il prezzo di 162.000 ducati di moneta d’argento. La vendita fu poi revocata.

            Nel 1751 acquistò invece il feudo di San Michele (odierna San Michele Salentino) e lo aggregò alla duchèa di Ceglie, di cui seguì le vicende fino all’abolizione della feudalità. Con questa annessione il territorio di Ceglie si ingrandì fino alla odierna località di Ajeni, all’epoca meglio nota come “Bosco della Jena” e il “Parco di Monsignore”. Alla morte del duca Annibale, avvenuta il 26 gennaio 1782, succedette il figlio

        

 LUIGI SISTO Y BRITTO 

6° Duca di Ceglie dal 1782. Sposò il 30.XI.1788 Donna Maria Teresa della Posta, figlia di Pietro, barone do Molise e Cavaliere dell’ordine Costantiniano di San Giorgio e di Maria Giuseppa de Breitenbach.  Luigi fu l’ultimo “…..utile signore e padrone di Ceglie….”

 Il Comune di Ceglie intraprese anche una causa contro Luigi Sisto y Britto presso la Suprema Commissione feudale in Altamura per presunte somme riscosse in più dal duca. In prima istanza il risultato non fu favorevole per la nostra città ed in sede di appello fu “compensato”. Alla morte di Luigi succedette il figlio

 

RAFFAELE SISTO Y BRITTO      

ereditò il titolo, a seguito della soppressione della feudalità, puramente nominale, di duca su Ceglie, fu anche Sindaco della nostra città dal 1827 al 1829. Alla sua morte, avvenuta nel 1862, succedette la sorella Marianna, la quale sposò il marchese Raffaele Verusio a cui portò in dote il titolo di duca ed i beni che aveva ereditato dal fratello.

 

RAFFAELE VERUSIO 

Arme: “d’azzurro alla pecora ferma sulla pianura erbosa, sormontata da due spade appuntate in scaglione rovesciato, il tutto al naturale. Le spade accompagnate in capo da tre stelle di sei raggi d’oro ordinate in fascia ”

La famiglia Verusio era stata insignita del titolo di Marchese, fin dal 30 ottobre 1798, per diretta concessione, e del titolo di duca su Ceglie, puramente nominale, a seguito della soppressione della feudalità, per successione della famiglia Sisto y Britto.

            Ereditò il titolo di Marchese il figlio Luigi, il quale morì il 3 novembre 1894. Aveva sposato Giulia Navarro dal cui matrimonio era nati:

a. - Salvatore, primogenito, sposò Angiolina Romaldo dei Principi di Arianello. Ereditò le masserie di Montefucaro e Casamassima nel Comune di Ceglie Messapica.

b. - Francesco, secondogenito, ereditò il titolo di duca su Ceglie e le masserie di Fragniti, Castelluccio, Giuseppe Nisi, Sardella, Montecalvo, Falascuso, Scuole Pie, Casino Foresta e il Palazzo ducale di Ceglie Messapica;

c. – cav. Giovanni, terzogenito, sposò Lucrezia de Rosa de marchesi di Villarosa,

d. – cav. Giuseppe,  morì l’8 febbraio 1890;

e. – Marianna ed Emilia.

 

            SALVATORE figlio di Luigi di Francesco Verusio, ottenne il titolo di Duca su Ceglie. Sposò Adele Castellana dalla quale nacquero figli: Giulia che sposò Formisano, Luigi, Maria, sposata con il Barone Scarpati, Renato, Virginia, sposata Lanzara e morta nel 1973, Bianca sposata con Hans Schlapfer, Enrico, nato il 12 gennaio 1887 e morto il 22 gennaio 1962, aveva sposato Aurora Allegretti e, nel 1953, Caterina Mohn, dalle quali nacquero Raffaele, morto l’11 gennaio 1970, che sposò, nel 1920, Amelia della Bianca, nacquero, Benedetto, morto in guerra, Ajmone, Stanislao, morto, Diego, ed Enrica. Ajmone ebbe Maurizio, Daniele, Adriano, Caterina, mentre Diego ebbe Carlo, Benedetto, Raffaele Maria, Pierfrancesco e Stefania.

 

Alla morte di FRANCESCO, avvenuta nel 1910, succedette il figlio LUIGI, nato il 17 novembre 1882, sposò la cugina Giulia di Gio:Battista Verusio, nata il 23 settembre 1889 e morta l’11 luglio 1963, dalla quale ebbe tre figli:

a.       - Adele, nata il 17 gennaio 1911 e morta nel 1979, sposò Martino Gasparro;

b.      -  Lucrezia, morta fanciulla;

c.       - FRANCESCO, nato il 2 aprile 1909, succedette alla morte del padre, avvenuta    il 7 giugno 1935. Sposò nel 1934 Giulia Visocchi, dalla quale nacquero: Paola, il 16 settembre 1935, sposò Paolo Mazza, nel 1959; Giovanna, il 18 marzo 1939, sposò Bruno Capaldo, nel 1964; Luigi, il 28 luglio 1942, sposò Amalia Castellano, nel 1968.

Alla morte di FRANCESCO, avvenuta il 2 aprile 1966, succedette LUIGI.

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IL CASTELLO

di Pasquale ELIA 

Centro del Borgo medioevale è il castello ducale che con la sua torre quadrata, recentemente imprigionata da cinture metalliche domina imponente, superba, fiera e maestosa sulle pianure circostanti. Quella torre, alta circa 34 metri, si potrebbe considerare una “sentinella” che vigila sulla nostra città. E’ certamente il simbolo di Ceglie. Il colpo d’occhio è spettacolare. Infatti, è il monumento della città più conosciuto ed ammirato.

 La mole che svetta incontrastata su tutto, mostra uno scenario ricco di fascino e attesta una tradizione millenaria, che fa di ogni angolo di Ceglie moderna un prezioso serbatoio di storia e di cultura. Dalla sua sommità è visile il basso Adriatico e il Canale d’Otranto. Una vedetta posta su quel manufatto poteva scrutare l’avvicinarsi di imbarcazioni nemiche. Forse anche e soprattutto per questo motivo fu costruita così alta nel cielo. Solo la cupola della Chiesa Madre raggiunge la sua stessa altezza. Ma questa è di altra epoca (XVIII sec.). E’ molto raro trovare una costruzione militare così alta in altri castelli italiani dell’epoca.

 Già, osservata da lontano, quella costruzione doveva suscitare, nell’animo del nemico, preoccupazione e rispetto, ma soprattutto doveva incutere timore. Fare paura era ed è ancora oggi un’arma di difesa psicologica. Perfino nel mondo animale esiste quest’arma. Prima di intraprendere una lotta per la supremazia del territorio, infatti, alcuni animali usano lanciare strani urli con l’intento di suscitare paura nell’avversario; altri, si gonfiano spropositatamente, addirittura raddoppiando il volume del proprio corpo, proprio per incutere panico nel nemico. Pensate, quindi, allo stato d’animo di quel nemico che poteva vedere più da vicino quel torrione che sembra toccare le nuvole.

            Immaginate di guardare quella torre (da nemico) ottocento anni fa. L’avvicinamento doveva costare sudore e fatica a causa del terreno molto ripido e roccioso. Quel torrione doveva sembrare un “maglio” pronto a colpire sospeso sulla testa dell’ignaro nemico.

            La fortezza, dalle pareti grigie corrose dalle intemperie e costellate da ciuffi di fichi e da cespi di parietarie, di cui alla data odierna non abbiamo alcuna notizia certa di quando sia stata costruita, né tanto meno chi l’abbia progettata e fatta erigere. Sappiamo solo, che nell’anno del Signore 1100, terza Indizione (corrisponderebbe al 1110), era abitata dal suo “padrone” di nome PAGANO.

            Se volessimo proprio azzardare qualche ipotesi sulla data della costruzione della fortezza dovremmo concludere che essa fu realizzata tra il 1050, conquista del Salento da parte delle truppe vichinghe e il 1100, abitato già da (Sire) Pagano, ma potrebbe essere anche di datazione più antica.

            Alcuni studiosi locali affermano che la torre fu costruita, nel 1492, dai Sanseverino. Non concordo con questa affermazione per il semplice fatto che alla fine del XV secolo, esisteva di già l’artiglieria, la quale, con un certo numero di colpi ben assestati, avrebbe raso al suolo la grossa mole.

 La fortificazione, così come ci appare oggigiorno, risulta molto più idonea alle esigenze belliche medioevali più che rinascimentali. E’ da pensare quindi che fu costruita in un’epoca in cui era ancora in uso la spada, l’arco e la freccia, insomma, certamente molto prima della invenzione della polvere da sparo.

            Un approfondito studio condotto dall’amico Prof. Isidoro Conte, ha evidenziato che quella data (1492) non esiste. Trattasi invece di una disonesta invenzione, la quale ha fatto più danno che bene alla millenaria tradizione cegliese. Sul portone d’ingresso esiste invece la data (1602), quando Fabrizio Sanseverino (nato nel 1565 e morto nel 1602) trasforma il maniero in residenza estiva della famiglia. La lapide murata riporta testualmente : DEGLI SANSEVERINI FABRIZIO AL FABRO DIE‘ IL MARMO SCARNO PER L’ESTIVE GIOIE – 1602 .

 La costruzione è composta da un Mastio, alto 34 metri, di concezione, stile e fattura normanna. 

 Caduta la dinastia normanna, il castello fu ristrutturato dagli svevi, ampliato dagli angioni nel XIII secolo e, dagli spagnoli nel XVI, secondo le esigenze belliche del momento. Completano il fortilizio tre torri di forma circolare, di concezione e stile aragonese, una delle quali collocata nei giardini degli appartamenti lungo il perimetro esterno; la seconda a pochi metri dalla facciata principale della Chiesa Madre; la terza all’inizio di Via Pietro Elia che conduce al castello.

            Sopra quelle torri prendevano posto le sentinelle le quali potevano spaziare con lo sguardo sulle vallate circostanti con un angolo di osservazione di oltre 180°. E’ giusto far notare che quelle vedette si integravano a vicenda, ognuno di loro, infatti, sovrapponeva il suo settore di osservazione e vigilanza su gran parte di quello di competenza dell’altra contigua. In questo modo l’eventuale nemico che si avvicinava doveva essere visto da almeno una delle due sentinelle.

             Il castello non aveva alcun fossato, perché si trovava all’interno delle mura cittadine. Con il passare degli anni, il fortilizio acquisì, a poco a poco, carattere più residenziale che militare.

             Il perno della fortezza era quel torrione, il quale fu certamente ingrandito in epoca angioina tra il 1250 e il 1300, dai de’ Tuzziaco, con lavori di rimaneggiamenti strategici idonei alle funzioni di difesa oltre che di osservazione e tutti in funzione di quella superba torre.

            Se riteniamo giustificata la data di costruzione ipotizzata (1050 -1070), il merito di quella superba struttura non può essere attribuito ai Sanseverino, i quali, arrivarono a Ceglie circa quattro secoli dopo, ovvero nel 1484 con Antonella Dentice, moglie di Sansone Sanseverino, signore di Nucara.

 Antonella aveva acquistato con “…...istrumento per Notar Cesare Amalfitano cedendo in cambio il feudo di Roccabascerano ….

 Altra documentazione informa invece che il feudo di Ceglie fu donato da Antonio Dentice detto “Naccarella” alla figlia Antonella, in occasione del suo matrimonio con Sansone Sanseverino.

 Per una più esauriente informazione Antonio Dentice aveva sposato Eleonora Brancaccio.

            Il primo della famiglia Sanseverino, padrone della signorìa di Ceglie fu dunque Sansone. Gli successe il primogenito Tommaso, il quale, il 15 dicembre 1497, sposò a Lecce, Isabella, figlia di Giacomo di Acaya (feudo fortificato appartenente alla contea di Lecce). Monumentale davvero quella torre quadrata, sulla cui sommità fu collocato, nel 1874, un punto trigonometrico, tra l’altro, ben visibile dall’odierna Piazza Plebiscito. In quel sito fu murato un cilindro metallico contenente le coordinate geografiche del punto che poi, in definitiva, sono le coordinate di Ceglie: 40° - 38’ Nord – 17° - 31’ Est.

Un ampio portale ad arco a tutto sesto con volta ad ogiva, immette nel cortile lastricato del castello. All’interno dell’ingresso principale, a destra, a qualche metro dal portone, una piccola rampa di scale conduce in alcuni locali con una veranda che si affaccia sul sagrato della Chiesa Madre. Potrebbe essere stato il “Corpo di Guardia” in cui alloggiava il personale addetto alla vigilanza. Fino a circa cinquant’anni fa era una privata abitazione.

           Sempre nel cortile, a destra, quasi sotto la scalinata di rappresentanza, un portone immette nelle scuderie, dove non molti anni fa, erano ancora ben visibili le greppie per i cavalli e più all’interno gli alloggi per il personale addetto. In questi locali, negli anni quaranta dello scorso secolo, insisteva una florida industria di lavorazione di fichi secchi.

           A sinistra, nel cortile di cui sopra, una ripida scala addossata alla parete della torre conduce all’appartamento posto sull’ingresso. Anche questo con una veranda a triplice arco, si affaccia sul sagrato della Chiesa. Ai piedi di questa lunga scalinata, un pozzo (cisterna) con ai lati due colonne in granito che sorreggono una traversa che doveva tenere una carrucola. Le colonne in argomento, di antica fattura e di materiale assolutamente diverso da quello del castello, potrebbero provenire dal portico della preesistente Cappella abbattuta quando, nel 1521, a cura dei coniugi Sanseverino (Aurelia e Giovanni), fu ristrutturata l’antica Chiesa, oppure, appartenere ad un vecchio Tempio del Borgo (San Martino, Ognissanti).

           Dai giardini del castello attraverso un tunnel scavato nella roccia, civico 72 di Corso Garibaldi, si raggiungeva una piscina di proprietà del Capitolo della Chiesa Madre, ma concessa in censo alla famiglia ducale (Archivio di Stato di Brindisi, Notaio Tommaso Lamarina, a. 1748, C.300).

           Per piscina deve intendersi la meglio nota cisterna paesana che raccoglieva le acque meteoriche provenienti dalla collina di San Rocco con annessa una vasca di una certa capacità. La cisterna in oggetto é ancora esistente. Mi preme precisare che queste “piscine” sono molto diffuse in tutto il territorio metropolitano. Servivano per abbeverare gli animali (cavalli – ovini – caprini), oltre che per macerare il lino la cui produzione era molto diffusa all’epoca.

            La città, nel corso degli anni si sviluppa, come tutte le antiche città medioevali, all’interno delle mura cittadine, proprio ai piedi di quella famosa torre, soprattutto verso Levante.

Il Borgo antico è a pianta radiocentrica. Tutte le stradine, di concezione araba (strette e a zig-zag), partono dall’ingresso della casa ducale e a semicerchio convergono tutte nella piazza principale dell’epoca (odierna Piazza Vecchia).

Per quanto attiene la descrizione dell’interno del fortilizio si rimanda al saggio dei Proff. Isidoro Conte e Gaetano Scatigna Minghetti, Ceglie Messapico, Arte-Ambiente-Monumenti, Martina Franca 1987.

Alla luce di quanto sopra esposto il nostro castello è da considerare di stile normanno-svevo-aragonese.

Approfondimenti e studi sul Castello di Ceglie (Pasquale Elia)

Tanti anni fa scrivevo che il castello medioevale di “Celie de Gualdo” (ora Messapica) con il suo “mastio quadrangolare” era, a quei tempi (alto Medioevo), una “fortezza”, affermavo anche che la costruzione (torre quadrata) è di concezione, stile, fattura e forma tipica degli edifici militari normanni, scrivevo pure che era stata realizzata tra il 1050, conquista del Salento da parte delle truppe “Vichinghe “ = ”Normanne” ed il 1100, ”…ma potrebbe esssere – aggiungevo - di datazione più antica” , ipotizzavo finanche che poteva risalire all’età “Longobarda o Bizantina”. L’adozione del torrione come massiccio elemento centrale di una struttura difensiva articolata risale alla dominazione normanna della fine del X sec. Solitamente vicino all’edificio padronale veniva realizzato il Mastio, in quanto ultimo riparo in caso di caduta in mano nemica delle restanti difese, risulta essere contemporaneamente abitazione, palazzo e ridotta per cui ospita, negli ambienti distribuiti su più livelli: il tesoro, l’armeria, la Cappella, la cisterna dell’acqua e le provviste di viveri a lunga conservazione costituite da frumento, olio, vino, sale, orzo, miglio, fave, ceci, carne salata, formaggio, ecc.
A seguito della “Giornata di Studi” tenuta a Ceglie il 28 aprile 2009, è stata realizzata una pubblicazione dal Comune di Ceglie Messapica – Assessorato alle Politiche Culturali e promossa dall’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” – Centro di Studi Normanno-Svevi, dal titolo : “Dal Castello al Territorio – Dinamiche insediative a Ceglie Messapica tra XII e XV secolo”, a cura di Cosimo Damiano Fonseca e Isidoro Conte – Grafica 080 – Mario Adda Editore. In quella occasione, il relatore Prof. Raffaele Licinio, nel suo intervento sotto il titolo : “Il Castello Ducale di Ceglie Messapica nel sistema Castellare Pugliese”, alle pagg. 38 - 39 della pubblicazione citata alla nota n.18, si mostra scandalizzato dei vocaboli “fortezza” , “Vichinghi” e “maniero” da me usati, tanto da metterli in risalto con i caratteri in corsivo.
L’amico Prof. Isidoro Conte a pagina 42 dello stesso lavoro scrive : “..La FORTEZZA originaria può essere considerata normanna…” e, alla successiva pagina 43 “…..diciamo che la presenza di una FORTEZZA in XII secolo, …..” e prosegue: “…la struttura della torre cosiddetta normanna porta, peraltro, ad analoghe FORTEZZE coeve presenti in territorio pugliese….”. e, ancora a pagina 60 “…..non possiamo stabilire con certezza per quanto tempo questa torre normanna rimase FORTEZZA isolata sulla cima del colle…..”; infine, a pag. 61: “….la FORTEZZA diventa un palazzo rinascimentale…”.
La FORTEZZA per quanto di mia conoscenza è “una costruzione prettamente militare progettata e realizzata con una funzione tattica difensiva” (questo era lo scopo della nostra torre mille anni fa), la FORTIFICAZIONE, invece, nella tecnica militare, é l’insieme di operazioni che mirano a diminuire l’efficacia offensiva delle azioni avversarie giovandosi delle caratteristiche naturali del terreno.
L’utilità della FORTIFICAZIONE è quella di mettere in grado le forze che difendono la posizione rafforzata (la nostra torre quadrata) di resistere a forze numericamente superiori. La parte superiore delle fortezze medievali è contornata da merli, che nel nostro caso, sono muri a parapetto detti “guelfi” che differiscono da quelli a coda di rondine detti “ghibellini” (vedi i cosiddetti castelli di Carovigno e di San Vito dei Normanni), dietro i quali si appostavano i soldati per coprirsi dai lanci nemici e nel contempo controllare dall’alto tutti i movimenti del nemico.
Il manufatto in argomento (torre normanna), alto ben 34 metri, situato in posizione elevata (mt.303 s.l.m.) ha avuto, a mio parere, a suo tempo, l’esclusivo compito della difesa ad oltranza vera e propria (quindi fortezza) e rappresentava, con la sua mole e le sue difese l’ultimo solido rifugio per la famiglia signorile in attesa di un aiuto esterno, ma doveva avere anche, tra le altre sue prerogative, l’osservazione e l’allarme (POA = Posto Osservazione Allarme).
I castelli dei secoli XI e XII possono essere divisi in tre grandi gruppi: rurali, urbani e costieri.
I primi rispondono ad esigenze esclusivamente militari, sono posseduti da milites, che li detengono a titolo feudale, e sono distribuiti sul territorio in modo da controllare le strade principali ed i percorsi secondari lungo strade e fiumi. I secondi, svolgono una duplice funzione: dimora, centro amministrativo del signore e FORTEZZA dalla quale imporre alla città il pagamento del corrispettivo della sicurezza dei piccoli appezzamenti di terreno coltivato o della pace nei villaggi e nelle campagne. I terzi, infine, sorgono e vengono riparati in funzione del loro riutilizzo come posti di segnalazione di eventuali attacchi nemici dal mare. La nostra fortezza, a mio parere, svolgeva tutte e tre le funzioni, ovvero, militare, dimora del feudatario e posto di osservazione.
Una sentinella posta sulla sommità della nostra torre, infatti, poteva segnalare i movimenti di un ipotetico nemico in avvicinamento anche se proveniente dal mare. Dal suo punto più alto una vedetta poteva osservare tutto il basso Adriatico e, nei giorni di sereno, anche il Canale d’Otranto; poteva scrutare l’avvicinarsi di imbarcazioni nemiche e allarmare le popolazioni che vivevano nelle campagne adiacenti; poteva spaziare con lo sguardo su tutte le vallate circostanti con un settore di osservazione di 360°.
Una massiccia costruzione più alta e robusta delle opere fortificatorie circostanti contenenti gli ambienti più importanti, come l’abitazione del castellano (cucina economica, vari ambienti disposti su più piani, ampi granai seminterrati, pozzo per la raccolta delle acque piovane, ecc. – scrive il prof. Isidoro Conte), se non é una FORTEZZA, intesa come costruzione fortificata, come dobbiamo classificarla? Alla pag.43 della citata pubblicazione il Prof. Conte, tra l’altro, scrive: “..l’apertura ad arco ogivale sembra la parte superiore di un antico portale di ingresso,……potrebbe essere l’antico accesso alla torre, raggiungibile presumibilmente per mezzo di una rampa o di un ponte levatoio….” e, Michele Ciracì scriveva, “….con un propabile fossato….”.
Ester Lorusso con la collaborazione di Alfredo Magnatta, scrive in proposito : “L’adozione del torrione come massiccio elemento centrale di una struttura difensiva articolata risale alla dominazione normanna della fine del X secolo. Solitamente realizzato vicino all’edificio padronale, il mastio, in quanto ultimo riparo in caso di caduta in mano nemica delle restanti difese, risulta essere contemporaneamente abitazione, palazzo e ridotta, per cui ospita, negli ambienti distribuiti su più livelli: il tesoro, l’armeria, la cappella, la cisterna dell’acqua, e le provviste di viveri a lunga conservazione costitutite da frumento, olio, vino, sale, orzo, miglio, ceci, fave, carne salata, formaggio, ecc.
Alla luce di quanto sopra esposto, se quel “bestione” non é una FORTEZZA – intesa, ripeto, come costruzione militare prettamente difensiva - a cosa poteva servire egregio prof. Licinio? A fare prendere il sole alla moglie del feudatario di turno?
Come ho detto in altre occasioni, io non sono uno Storico Professionista, e come me, altri in Ceglie, quali, Michele Ciracì, Paolo Locorotondo, Giuseppe Magno, Pietro Magno, tutti DILETTANTI accomunati dallo stesso sentimento: la passione per la storia di questa città.
Egregio Prof. Raffaele Licinio, se i termini FORTEZZA e MANIERO da me usati l’hanno così gravemente scandalizzato e, allora perché non si è ugualmente scandalizzato quando gli stessi vocaboli sono stati usati dal Prof. Isidoro Conte e dal Prof. Cosimo Damiano Fonseca ? (vedi pag. 6 della citata pubblicazione). Non sarebbe stato meglio che avesse censurato anche a costoro l’uso di quei termini? Avrebbe fatto certamente più bella figura.
Alcuni afffermano che quella torre normanna è una costruzione realizzata da Francesco Sanseverino in avanzato XIV secolo. Potrebbe anche essere, personalmente però, non ci credo, per il semplice motivo che in un’epoca in cui era già in uso la polvere da sparo non avrebbe motivo di esistere quella mastodontica costruzione. Alcuni colpi di cannone ben assestati con palle di pietra o con palle di ferro avrebbero raso al suolo o, quanto meno, molto danneggiata la famosa nostra torre rendendola inutilizzabile ai fini di una accorta difesa.
Il Prof. Raffaele Licinio nella sua relazione affermava, inoltre “…i Normanni che conquistano il Mezzogiorno non sono i [Vichinghi]”.  I “Vichinghi” sono “…uomini del nord che nell’alto Medioevo abitavano l’Europa settentrionale;…….la denominazione è riferita a quei gruppi che dal sec. 8° col nome di Vichinghi si portarono in Francia, nella regione che da loro si chiamò Normandia, per muovere poi da questa alla conquista dell’Inghilterra e dell’Italia meridionale…” (Vocabolario della Lingua Italiana, Istituto della Enciclopedia Italiana, fondata da Giovanni Treccani, Roma 1989, Vol. III*, pag.436). A quanto di mia conoscenza, Ceglie è nell’Italia meridionale.
I Normanni erano degli avventurieri, che partendo dalla Normandia si misero al servizio dei deboli e discordi principi longobardi per combattere ora contro i Saraceni, ora contro i Bizantini. Favoriti dal loro coraggio, dall’abilità nel maneggiare le armi e anche dalla fortuna, si staccarono dai principi al soldo dei quali combattevano, e si crearono delle contee e dei ducati, che sostituirono ai domini longobardi e bizantini dell’Italia meridionale.
Il termine “normanno” deriva da “northman = uomo del nord”. Così erano chiamate le popolazioni scandinave che abitavano le terre settentrionali dell’Europa. Questo popolo si stabilì nella terra francese che da loro ebbe il nome di Normandia (Nicola Garofalo, I Normanni 1077 -1195, in Storia Medievale a cura di Saint George University).
La conquista e l’insediamento normanno nel Mezzogiorno d’Italia diffondono una tipologia di torre fortificata (= fortezza) che sfrutta particolari caratteristiche topografiche del terreno, al quale si chiede di soddisfare particolari esigenze di controllo e dominio. Il prototipo della struttura difensiva normanna, solitamente, é di forma quadrata. La torre quadrata normanna del castello di Ceglie è un edificio caratterizzato dall’avere sviluppata la dimensione dell’altezza, la quale risulta decisamente maggiore rispetto alla base.
Con il passare degli anni, il castello di Ceglie acquisì, a poco a poco, carattere più residenziale che militare. Fa testo la lapide posta sul portone d’ingresso da Fabrizio Sanseverino nell’estate del 1602 (Degli Sanseverin Fabrizio al fabbro diè per l’estive gioie il marmo scabro – 1602). Purtroppo, egli, in quello stesso anno, alla fine del mese di settembre, morì. Fu sepolto a Ceglie, nella Chiesa Madre, sotto l’altare della Cappella dedicata all’Immacolata Concezione fatta appositamente costruire dal fratello Lucio, allora vescovo di Rossano (Calabro). Sul sarcofago insiste ancora la lettera dell’alfabeto “F” in metallo dorato (ottone) = Fabrizio, mentre la “S” = Sanseverino, alcuni anni fa si staccò e fu conservata in sagrestia, ma al momento non risulta traccia di essa.
Il Dott. Victor Rivera Magos all’inizio del Suo intervento (pag.73 della pubblicazione citata), riporta :”… Nel 1120 Accardo, dominus della città di Ostuni, dopo aver ascoltato le lamentele di Sire Paganus, figlio di Drimi, barone de castillo Cilii ordina un’inchiesta per accertare i confini dei territori di Ostuni e Ceglie”. All’inizio del documento di cui ci stiamo occupando che, tra l’altro, non è un originale, ma da tutti gli studiosi ritenuto veritiero in ogni sua parte, si legge testualmente: “ Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo. Amen. Nel 1100 dalla Sua Incarnazione della terza Indizione del mese di aprile, io Accardo, per grazia di Dio Onnipotente, signore di Ostuni dichiaro…….Ser Pagano, figlio del signore del castello di Ceglie….”.
Anche Raffaele Licinio, a pag. 32-33 della pubblicazione afferma: “ …..il celebre documento di Accardo figlio del conte di Lecce Goffredo II, quello in cui si disegnano i confini dei territori di Ostuni e di Ceglie e si fa riferimento al sire Pagano figlio di Drimo, non ha – non può avere alcun rapporto con l’inizio dell’XI secolo; esso è invece rogato nel secondo decennio del secolo XII, più esattamente nell’aprile del 1120”. Ma cosa era questa benedetta “Indizione”?
Il documento di cui sopra è riportato integralmente alle pagine seguenti.
Come già detto, l’Indizione era il modo di indicare l’anno e veniva usato principalmente dai notai ecclesiastici. Aveva cadenza quindicennale, ovvero, ogni quindici anni ricominciava il conteggio daccapo. Secondo il computo romano, nel XII secolo, la terza Indizione indicata nel nostro documento corrisponde agli anni, 1110 – 1125 – 1140 – 1155 - 1170 – 1185 – 1200.
Per risalire alla data esatta (anno) del documento, ossia alla – terza indizione - esiste una formula matematica, ripeto formula matematica, per cui il risultato NON può essere messo in discussione. Si prende in esame la data (1110), si aggiunge tre (1113) e si divide per 15 (1113:15), il resto dell’operazione (3), è la III Indizione. A questo punto, o la formula matematica conosciuta universalmente non è affidabile, oppure, quel 1120 indicato dal dott. Victor Rivera Magos e dal Prof. Raffaele Licinio non corrisponde alla verità. Infatti, 1120 + 3 : 15 dà per resto 13, ossia TREDICESIMA Indizione, mentre l’atto in argomento indica chiaramente TERZA Indizione. Da TERZA (1110) a TREDICESIMA (1120) ci sono ben dieci anni di differenza e il notaio (Giorgio Leone) non credo che fosse rincretinito del tutto.
Accardo II, inoltre, nel citato documento si definisce, solamente “ Dnus Civitatis Ostunei, = signore della città di Ostuni”, per cui possiamo affermare che, all’epoca (intendo III Indizione del 1100 ossia 1110), non fosse ancora “padrone di Lecce”, lo diventerà, infatti, solamente nel 1118, alla morte del padre Goffredo II (1092 – 1118), quando erediterà tutti i possedimenti oltre Ostuni anche Lecce (E. Cuozzo, Fonti per la Storia d’Italia, Catalogus Baronum, Commentario, Istituto Italiano per il Medioevo, Roma, 1984, p. 20, n° 258, p.39; G.B. Prignano, Historia delle famiglie di Salerno normanne, Roma, Bioblioteca Angelica, cod. 276,g.59/v; Michela Pastore, Le pergamene di San Giovanni Evangelisa in Lecce (1133-1496) – Centro di Studi Salentini, Monumenti, Lecce, 1970, perg.1).
Per avere una nuova terza indizione, dobbiamo arrivare al 1125 e il notaio (Giorgio Leone, rogante in Ostuni), in quella occasione, avrebbe riportato “liciensis et Hostunensis dominator – liciensi dominus”.
Alla luce di quanto sopra esposto affermo senza possibilità di essere smentito che l’atto notarile relativo alla diatriba sorta con Accardo II, signore di Ostuni, è datato 14 aprile 1110.

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CEGLIE, GLI STEMMI ARALDICI

di Pasquale ELIA 

            

        I Comuni medioevali assunsero insegne araldiche appena conseguirono una personalità giuridica ed un assetto politico-amministrativo.  

 

L'araldica delle città, ovvero l'araldica civica, ebbe ed ha un rilievo non trascurabile perché rispecchia, attraverso i simboli e i colori, la fase di nascita dei Comuni liberi e le successive modificazioni costituzionali.

Le città si dividevano in quartieri, talora detti porte o rioni che a loro volta scelsero particolari bandiere o gonfaloni; le rispettive figure furono scolpite o dipinte sulle porte fortificate, sui palazzi civici e sui portoni patrizi ed, in seguito, anche sui frontali e sui cancelli dei Cimiteri Monumentali.

Il primo stemma di Ceglie era costituito da un castello chiuso sormontato da tre torri chiuse.

S'ignora quando quel primo stemma sia nato. Possiamo congetturare che esso sia stato ideato subito dopo la costruzione del castello da parte dei primi feudatari, presumibilmente, tra il 1050 e il 1100 ed è rimasto in uso fino all'abolizione della feudalità. Lo scudo in argomento, scolpito su pietra locale, fu murato sulla facciata del carcere (attuale Piazza Vecchia) fatto costruire, nel 1568, da Giovanni Giacomo Sanseverino, IV conte della Saponara (odierna Grumento Nova in provincia di Potenza).

Il sigillo, infatti, datato 1752, rintracciato presso l'Archivio di Stato di Napoli dall'amico Michele Ciracì, riproduce fedelmente quella prima arma. L'unica differenza è l'aggiunta di una corona a tre punte.

Con l'abolizione della feudalità, l'Università cegliese, nel 1812, si dà una nuova arma, tra l'altro, elimina anche il predicato Gaudo.  Trattasi di una torre rotonda chiusa a tre merli e su di essi un'aquila imperiale a volo spiegato con capo rivolto a sinistra. I merli sono del tipo guelfo, mentre l'odierno stemma ha i merli errati perché del tipo ghibellino. Si intendono guelfi quando hanno il profilo superiore rettilineo (guardare i merli della torre).  

 

Nel 1864, forse, per dare maggiore lustro e credibilità al predicato Messapico, fu scelto uno stemma rappresentante, un guerriero messapico e non la Minerva Galeata come qualche storico locale afferma. Esso è così composto. In campo azzurro con figure in nero. Corona formata da tre torri aperte a tre merli ciascuna, guerriero con elmetto tipo corinzio con cimerio, armato con due lance, faretra con frecce, due saette, due stellette a otto punte e scritta in caratteri greci Kaiainon.

          

 La parola in greco doveva essere KAILINON, con il suono di Kailinon da Kailìa, e non Kaiainon come invece compare sullo stemma. Con molta probabilità quando la parola fu riprodotta sul sigillo, l'esecutore credette che fosse una A italiana anziché una L greca.

            Nella riproduzione del 1939 la parola Kailinon fu riprodotta in modo corretto.

            

Nella rampa delle scale d'ingresso della vecchia Questura di Brindisi, ora Uffici Amministrativi della Prefettura - Piazza Dante - ricordo che non molti anni fa erano riprodotti sul muro tutti gli stemmi araldici dei venti Comuni componenti la provincia di Brindisi, istituita il 7 gennaio 1927. A quanto mi risulta, le scale di cui sopra non sono aperte al pubblico, per arrivarci, infatti, si deve passare attraverso l'ingresso principale della Prefettura in Piazza Santa Teresa.

          

  Con l'avvento del fascismo tutti gli Enti pubblici dovettero fregiarsi anche del fascio littorio. Dapprima, sulla documentazione ufficiale comunale comparvero i due stemmi, quello cegliese e il fascio littorio. In seguito il nostro guerriero fu rimpicciolito, gli fu tolto l'elmo corinzio con cimerio e sostituito da un elmetto tipo inglese, scomparvero le saette, le frecce e le stellette e al loro posto riprodotto una specie di straccio appeso ad un'asta.  Tra la testa del guerriero e le tre torri fu inserito il fascio littorio con corone di alloro.

            

Con la dichiarazione di armistizio dell'8 settembre 1943, fu malamente cancellato il fascio e rimase il guerriero, a mio avviso, mutilato, gli fu sostituito l'elmetto da un cappello con una specie di penna. Anche su questo non ci sono più le frecce e le saette, ma compare una specie di animaletto.

            Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in data 6 marzo 1953 fu assegnato l'attuale blasone.

            Il Gonfalone, invece, fu assegnato con DPR 24 marzo 1981. Infine, con DPR n°4136, in data 13 settembre 1988, Ceglie Messapica fu autorizzata a fregiarsi del titolo di CITTA'.

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LE PORTE MEDIEVALI

di Pasquale ELIA 

* La porta principale, detta Porta di Juso, nel linguaggio parlato port’ius‘, con il passare degli anni diventerà Porta di Giuso è rivolta ad oriente. Altre due porte, delle quali l’una detta Porticella (posterula), nel linguaggio paesano purtuscèdd‘, popolarmente conosciuta del Monterrone, rivolta a Nord, l’altra denominata Porta dell’Arco della Croce, rivolta a Sud. Quest’ultima fu abbattuta quando, nei primi anni del secolo scorso, la città incominciò ad espandersi oltre le mura medioevali.

A proposito di mura, parte di queste furono rifatte, nel 1809,  per …difendersi da eventuali malintenzionati… questo il termine usato dagli Amministratori comunali. Per la cronaca, fino a tutta la prima metà dell’Ottocento, le porte della città venivano chiuse nelle ore notturne.

A quel tempo, per invogliare la popolazione a costruire civili abitazioni fuori le mura il Sindaco dell’epoca (Notaio Caliandro Giannantonio) concesse suolo edificatorio in enfiteusi perpetua, nella zona detta Chianchizze ad un certo Vincenzo Sportelli di Putignano, da più anni residente a Ceglie e a mastro Domenico Palazzo di detta Terra….

La porta di Juso era così denominata dai Padri domenicani dell’omonimo convento. Il termine dalla parola latina Jus ha il significato di diritto. Essa era ed è la porta più piccola, la più semplice dal punto di vista architettonico e anche la più frequentata; era, infatti, la porta dove veniva riscossa la tassa per chi volesse accedere in città.

Ma il suo esatto significato deriva dall’avverbio di luogo giuso (sec.XIII –XVI), latino tardo jusum e josum con il significato di volgere, propriamente volgere in basso; è la porta della città infatti da cui si raggiunge la parte più in basso del territorio.

Sopra la porta si intravede un vano (il corpo di guardia?) al quale si accede dall’interno della cinta medioevale e dove prendeva certamente posto la sentinella. La porta immette direttamente sull’allora piazza principale del paese, oggi nota come Piazza Vecchia. Antica piazza questa dove, fino a non molti anni fa, si svolgeva la vita sociale cittadina. Era il luogo in cui al mattino, di buon’ora, si radunavano i contadini prima di essere assunti dal padrone per il lavoro nei campi.

 La domenica, di buon mattino, tra l'altro, nella piazza in questione, era un incrociarsi di dialetti e di rumori vari, si preparava infatti il consueto mercatino settimanale, con la partecipazione di molti commercianti ambulanti provenienti dai paesi circostanti. A questo si aggiungevano i rintocchi della campane delle Chiese (San Domenico, San Demetrio e Chiesa Madre, raramente anche Chiesa di Sant'Antonio Abate ed Annunziata) che richiamavano i fedeli alla celebrazione del Sacro Rito. Con l'espansione della città fuori la cinta muraria, fu necessario trasferire anche il mercato settimanale verso i nuovi quartieri, Mammacara, San Rocco. Infatti fu portato in Piazza Sant'Antonio, via San Rocco, via Martina, Corso Verdi. Una trentina di anni fa poi, fu anticipato al sabato e spostato nella zona di Corso Verdi, infine dove attualmente si svolge.

Nella piazza in argomento si affacciava il carcere cittadino fatto costruire nel 1568 dal barone Giovanni Giacomo Sanseverino, IV conte di Saponara; insisteva un orologio meccanico posto in cima ad una torretta quadrata, recentemente abbattuta; c’era la sede della gendarmeria la quale fu in seguito trasferita nei locali del convento dei domenicani.

Il 10 maggio 1865, dopo alcuni lavori di ristrutturazione, im quella sede fu costituita la Caserma dei Regi Carabinieri a piedi il cui suo primo Comandante fu il brigatiere Pietro Perina.  Nella piazza aveva sede anche la Bagliva che già il 26 aprile 1824, con delibera decurionale assumeva il nome di guardie campestri.

   

* La Porta del Monterrone  per la sua posizione dominante è più articolata e complessa consentendo:

l’accesso, a portone chiuso, ai soli pedoni, attraverso una porticella (murata ma ancora ben visibile), posta sul lato destro;

di esercitare una più capillare azione di controllo su chi entrava;

un più spedito transito agli animali da soma muniti di basto (asini o muli) e raramente anche carretti.

Sul lato sinistro della porta, sorge una torre, forse più volte ristrutturata negli anni, la quale si innalza per un‘ altezza di 7-8 metri. La torre ospitava il Corpo di guardia, locale utilizzato dal personale di vigilanza per riposare e depositare e custodire le armi. Sopra la costruzione prendeva posto la sentinella.

      Mi preme fare alcune precisazioni sul significato di alcune raffigurazioni, dipinti o affreschi posti nelle immediate vicinanze delle porte.  Sono quanto rimane di un antico rito di benedizioni dei campi, che prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II si compiva ovunque.

        Il 25 aprile o nei due giorni immediatamente successivi, il clero, in questo caso il Capitolo della Chiesa Madre, si recava processionalmente alle porte della città nel suggestivo rito delle Rogazioni. Erano le invocazioni rivolte a Dio per chiedere la benedizione dei campi e del raccolto. Dopo la benedizione veniva posta una croce-ricordo. In seguito, nei primi anni dello scorso secolo, la benedizione die campi veniva effettuato : una in Via Martina angolo via Ovidio, dove fino ad una quarantina d’anni fa esisteva ancora un monumento con la croce, due, in largo Colucci. Successivamente il 25 aprile fu dedicato a San Marco. I sacerdoti poi ritornavano in chiesa per la Messa propiziatrice delle Rogazioni. Le Rogazioni si affermarono in Gallia ed in Italia a partire dal VI secolo, e non furono altro che un fenomeno di evangelizzazione di un culto agricolo.

E' noto che non tutte le strade del Borgo antico erano adatte al passaggio di carri.

      La conformazione orografica del terreno su cui si estende la città antica, l'idea di sfruttare al massimo gli spazi disponibili, la difficoltà pratica, a quei tempi, di livellare il terreno roccioso e ripido, sconsigliava l'uso di quel veicolo (a ruote piene e con cerchio in ferro) molto pesante.

      Eppoi, le stradine così piccole e strette non consentivano il passaggio ed il parcheggio notturno ai carri, quindi, per il motivo di cui sopra si sviluppò l'uso del basto, certamente più maneggevole per l'uomo e soprattutto meno pesante per l'animale che carico di prodotti della terra o di legna da ardere doveva superare non facili dislivelli (salita del Monterrone e l'odierna via Bottega di Nisco).

      Era escluso il cavallo perché meno resistente dell'asino e del mulo su quel terreno accidentato come il nostro e anche animale di stazza più ingombrante nelle stalle-abitazioni. Molto spesso la porta della casa era troppo piccola per fare passare la mole di un cavallo.

       Le stradine erano e sono lastricate in modo che l'animale carico del basto, con ferri agli zoccoli e condotto a mano, percorrendo il centro della strada, non potesse scivolare con il pericolo di rompersi una gamba.

       Quel tipo di pavimentazione era senz'altro utile anche per gli uomini i quali, fino a meno di quarant'anni fa erano soliti riempire la parte inferiore e il bordo esterno delle scarpe da lavoro con grossi chiodi, mentre alle cosiddette scarpe della festa, per coloro che potevano permetterselo, venivano inchiodati salvatacchi e salvapunte rigorosamente in metallo.

          A titolo di cronaca, negli anni Quaranta anche ai quadrupedi, al tiro di carretti (all'epoca erano gli attuali autocarri) con carichi (uve, olive, fichi, grano, masserizie, ecc.) che dovevano percorrere strade cittadine lastricate (erano poche) o extraurbane asfaltate (Ostuni-Ceglie-Francavilla) venivano calzate una specie di scarpa ricavata da vecchi copertoni d'auto.

Gli abitanti che avevano l'abitazione nelle immediate vicinanze della purtuscèdd', volgarmente conosciuta de il Monterrone, dovevano…..gettare……….le sue mondezze, lo romato e staglio nei luoghi stabiliti dall'Università, cioè fuori la porticella, dove si dice del Monterrone…….

 

    * La Porta dell'Arco della Croce (ora abbattuta) si trovava all’inizio dell’attuale via Giuseppe Elia, già Via Municipio, angolo Piazza Plebiscito.

                        Veniva usata, principalmente, dalla famiglia ducale. Il corpo di guardia che abbiamo localizzato nelle altre due porte, in questa era dislocato nella torre rotonda posta a sinistra di chi accede da Piazza Plebiscito su via Pietro Elia e sulla cui sommità prendeva posto la sentinella.

            Anche questa sentinella aveva un settore di osservazione con un angolo di oltre 180°. Ma la cosa più importante è che le sentinelle delle tre porte si integravano a vicenda. Ciascuna vedetta, infatti, sovrapponeva il suo settore di vigilanza su gran parte di quello di competenza della sentinella attigua. In tal modo la sorveglianza, era per così dire, raddoppiata e quindi difficilmente poteva sfuggire l'avvicinarsi di un qualsiasi nemico od amico che fosse.

            L'accesso alla torre, riservato al personale di vigilanza, era dato da una porta, ora murata, ancora ben visibile in via Pietro Elia.

            La sorveglianza nella direzione Nord-Ovest (Sant'Anna), Ovest (San Rocco-Fedele Grande), veniva assicurata, con molto probabilità, con una sentinella posta sulla sommità della torre di stile aragonese posta all'interno dei giardini.

            In particolari momenti di emergenza la sommità della torre normanna, alta intorno ai 35 metri, diventava un punto di osservazione eccezionale.         

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STORIA DELLA "CURSIA" (odierno CORSO GARIBALDI)

di Pasquale ELIA 

Fin da ragazzino ho sempre creduto che cursìa fosse il vocabolo dialettale derivante da Corso. Quella parola nel gergo paesano (jint’a’cursij), infatti, indica il Corso Garibaldi. Non è invece così.

La Curia oritana con un decreto datato 22 agosto 1748 autorizzava il Capitolo della Chiesa Collegiata (allora) di Ceglie ad alienare, tra l’altro, alcuni beni stabili di proprietà per estinguere un debito di 4.000 ducati dovuti dal Capitolo stesso ad un certo don Giovanni Polaja di Martina. In quell’atto compare il termine Corsèa Sant’Antonio.

La cursìa, corsèa o corsìa (Dizionario Etimologico Italiano, Istituto di Glottologia, Università degli Studi di Firenze, Firenze 1968, a cura di C. Battisti e G. Alessio), sono parole con il significato di corridoio, camerata, ospizio, dormitorio, complesso con letti, insomma l’odierno noto significato di corsìa di ospedale.

Per quanto sopra devo dedurre che nell’odierna Piazza Sant’Antonio o immediate sue vicinanze, alcuni secoli fa, oltre alla piscina di proprietà della Chiesa Madre concessa in censo alla famiglia ducale (all’epoca del documento Sisto y Britto), doveva esserci un ospedale, extra moenia, certamente, per malattie infettive o per malati incurabili dedicato a Sant’Antonio.

Ma quale Sant’Antonio? Da Padova o Abate? E’ noto a tutti che fino a qualche decennio fa esisteva in questa città anche un’antica chiesetta consacrata a Sant’Antonio Abate.

Secondo Rocco Antelmy, primo storico cegliese, quella antica Chiesa potrebbe addirittura risalire all’epoca di Costantino (editto di Milano, 313 d.C.), per avere su di un’architrave della porta d’ingresso incise le lettere IHSV (In Hoc Signo Vinces).

Se volessimo tenere per vero ciò che scrisse Rocco Antelmy circa le lettere I.H.S.V. la devozione per Sant’Antonio Abate nella nostra città potrebbe essere più antica di quanto si crede. E’ storicamente provato che il culto per il Santo si diffuse in Occidente nel V secolo.

Perché non pensare che Ceglie, d’altronde, geograficamente molto vicina all’Impero d’Oriente, possa avere accettato il culto di quel Santo fin dal primo momento? Ma per primo momento dobbiamo intendere dal V secolo in poi e non prima.

Dai documenti custoditi presso l’Archivio di Stato di Brindisi si ricava che già nella prima metà del ‘500 Ceglie possedeva un suo ospedale, intra moenia. E’ da pensare quindi che gli ospedali fossero pertanto due; uno dentro la cinta muraria e l’altro, fuori.

Il 23 giugno 1606, il notaio Donato Antonio Ciracì, in un suo atto ci conferma l’esistenza di un Venerabile hospitale efficiente e funzionante.

Sappiamo pure che il 20 febbraio 1743 il Salento fu colpito da un disastroso terremoto. Tutte le città della zona subirono ingenti danni. E Ceglie non fu certo da meno, il nosocomio cegliese in quell’occasione deve aver subito gravi danni alle infrastrutture tanto che il 2 dicembre di quello stesso anno (1743) si rese indispensabile la………ristrutturazione e riedificazione…… dello ospedale. Ma già nel 1744 il cronista domenicano scriveva di un “vecchio ospedale”.

Qual’era dunque l’ubicazione di quel vecchio ospedale? Non certo quello che noi conosciamo con quel nome, né tanto meno quello ubicato nell’abbattuto convento dei frati Cappuccini. Quello diventò ospedale cittadino a seguito dell’epidemia di colera del 1866. Dopo la cacciata dei frati avvenuta il 31 dicembre 1865 era stato trasformato in ricovero di mendicità

Un atto del notaio Tommaso Lamarina, datato 12 aprile 1683, riporta l’inventario dei beni immobili di proprietà della Cappella di Sant’Antonio di Vienna situata dentro la Terra dei Ceglie. Beneficiario di detti beni (Grància o Beneficio) era il clerico Giuseppe Oltavy della Terra di Turris Paludarum (odierna Torrepaduli, prov. di Lecce), diocesi di Ugento. In seguito, nel 1748, quel Beneficio veniva goduto, invece, dal Cappellano rev. Don Giuseppe Manfredi di Scorrano (LE), il quale fu investito dal Cardinale Francesco Pignatelli, arcivescovo di Napoli (Napoli 6.2.1652 – ivi 5.12.1734). Fu arcivescovo di Taranto dal 27.9.1683, Nunzio apostolico in Polonia fino al 1703). Ma perché i Cappellani di quella Cappella erano della provincia di Lecce? Non mi è stato possibile saperlo.

Il Sant’Antonio di Vienna in questione, altro non era che il nostro Sant’Antonio Abate. Così veniva indicato perché le reliquie del Santo erano custodite, in Francia, nella Chiesa di Sant’Antoine de Viennois. Nel nostro dialetto il Santo viene ancora oggi indicato con la pronunzia francesizzata : Sant’Anduèn.

Sant’Antonio Abate fu venerato dal popolo, il quale faceva ricorso a lui contro la peste, lo scorbuto e contro tutti i morbi contagiosi. Lo sviluppo del culto popolare del Santo fu dovuto alla sua fama di guaritore dell’Herpes zoster meglio conosciuto come fuoco di Sant’Antonio.

L’origine di questa tradizione risale alle molte miracolose guarigione che sembrano essersi verificate durante un’epidemia che infestava la Francia in occasione della traslazione delle reliquie del santo da Costantinopoli in Europa. In onore di Sant’Antonio Abate, il giorno della vigilia della festa (16 gennaio) venivano e tuttora vengono accesi per le strade dei centri abitati dei grossi falò. Nel brindisino, per esempio, questa tradizione è molto sentita a San Vito dei Normanni, a San Michele Salentino, a Francavilla Fontana, ecc.

La popolarità del culto favorì la pia consuetudine di intitolargli ospedali, chiese, confraternite, edicole. Il suo culto, in Oriente, risale al IV secolo, in Occidente al V, a Ceglie, in particolare, nella notte dei tempi, ma mai prima del V secolo.

Il Santo, inoltre, è il protettore degli animali domestici. Il 17 gennaio, infatti, giorno della festività del Santo, sul sagrato delle chiese vengono benedetti gli animali domestici ed il pane, cosiddetto di Sant’Antonio, da far mangiare agli animali domestici malati (Biblioteca Sanctorun,Roma 1962, pp.115-116).

Non sappiamo se nella vecchia Chiesa Matrice, quella ristrutturata nel 1521 dai coniugi Sanseverino, si venerasse il Santo di Padova. Troviamo le prime notizie certe solo nel 1630, quando il Duca Diego Lubrano fece costruire una Cappella dedicato al Santo riservandosi lo Jus Patronatus, ossia il diritto farsi ivi seppellire insieme ai suoi cari. Cappella tuttora esistente nella Chiesa Madre. Trattasi dell’altare laterale ancora dedicato al nostro Santo Patrono.

Anche Sant’Antonio da Padova ha per tradizione il cosiddetto pane dei poveri. Una pia devozione ed istituzione questa di notevole rilevanza sociale consistente in una elemosina distribuita ai poveri sotto forma di pane. La benefica opera a sollievo dei poveri ebbe sviluppo alla fine del XIX secolo per merito di Louisse Bouffer di Tolone in seguito ad una speciale grazia da lei ottenuta.

L’Amministrazione comunale cegliese in data 14 marzo 1823 chiese al Vescovo di Oria il permesso di festeggiare Santo Antonio da Padova il giorno della sua ricorrenza (13 giugno), e non la domenica successiva come era stato fatto fino a quel momento.

Per quanto sopra esposto, devo ritenere che la famosa Cursìa Sant’Antonio potrebbe, dico potrebbe, riferirsi a Sant’Antonio Abate venerato fin da alcuni secoli prima di Sant’Antonio da Padova.

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IL TRULLO O LA CASEDDA

di Pasquale ELIA

In Italia e nel mondo per quanto attiene la presenza di trulli sul suo territorio è celebre la città di Alberobello.

Queste antiche costruzioni murarie rustiche non si trovano solo nella bella cittadina barese, ma anche il territorio cegliese è ricco di “casedde”. E’ il termine con cui i trulli sono popolari nel nostro idioma dialettale.

I monumenti in argomento, perché di questo poi si tratta, sono concentrati soprattutto nella straordinaria Valle d’Itria. Ammirata dalle alture di Cisternino o di Martina, la Valle in questione è davvero spettacolare.

I Comuni con maggiore presenza di quei manufatti, oltre alla nostra Città  (Ceglie), sono Alberobello, Noci, Martina Franca, Cisternino e in misura minore, Castellana Grotte, Ostuni, San Michele Salentino, Francavilla Fontana.

La casedda altro non è che una capanna esclusivamente rurale ed in pietra, a pianta circolare o quadrata, destinata a civile abitazione. La costruzione è a secco ed in genere senza finestre, ma con tante nicchie all’interno ricavate nello spesso muro; il pavimento è piastrellato con basole (chiàng-l’); la porta d’ingresso presenta una parte alta a forma di arco a tutto sesto; le fondamenta fino a circa due metri di altezza sono alzate con lo stesso metodo della cinta muraria cittadina, ovvero un muro molto largo, nel nostro caso, intorno al metro e mezzo, con la tecnica chiamata a sacco; tra il muro contenitore interno e quello esterno lo spazio veniva riempito con materiale di risulta, terriccio e pietrame di varie dimensioni.

La parte superiore esterna di questo muro veniva intonacata con rozza malta e serviva poi per la raccolta dell’acqua piovana che dal trullo era convogliata nella cosiddetta cisterna posta nelle immediate vicinanze del fabbricato.

Nella costruzione le pietre interne dette cannela, sono quelle che formano la volta a cupola (conica rovesciata), vengono disposti ad anelli concentrici, di dimensioni sempre più piccoli dal basso verso l’alto; alla fine la cupola viene chiusa da una lastra circolare ancorata alle pietre sottostanti, mentre all’esterno è rivestita di chiancarelle che hanno la funzione delle odierne nostre tegole. La sommità esterna del trullo finisce quasi sempre con un pinnacolo a forma di sfera o di croce. Il suo significato è oscuro, alcuni affermano che abbia valore magico religioso, altri di buon auspicio, altri ancora è il modo con cui verrebbe allontanato il malocchio. Identico significato sarebbero i simboli disegnati con la calce sul trullo.

All’interno la parte centrale del locale funge da sala da pranzo-soggiorno, una tenda dava un po’ di privacy ad una grossa nicchia dove era posto il letto matrimoniale, in genere, tenuto su da due tristièdd’ su cui poggiano due tavole e sopra di esse il materasso (saccon’), riempito con paglia, per i più benestanti invece con foglie di granturco.

All’esterno del fabbricato troviamo oltre alla cisterna, un piccolo forno, u’ muntòn’, ossia l’odierno nostro gabinetto, il porcile, u’palummièdd’, ovvero il palmento.

Tutte le provviste venivano custodite all’interno, appese alle pareti, nelle varie nicchie, o in recipienti di creta, come i cosiddetti capasòn’.

Non è facile stabilire la datazione della comparsa di queste costruzioni, alcuni le fanno risalire alla presenza saracena o bizantina, altri, invece, al periodo messapico comunque sia sono testimonianza del nostro passato.

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IL TERRITORIO IN ETA' ANTICA

di Pasquale ELIA

Il centro storico, monumentale e artistico (Borgo antico) della città di Ceglie Messapica sorge sulle ultime propaggini meridionali della Murgia.

Dal punto di vista geografico-storico corrisponde alla parte nord-occidentale dell'antico territorio della Provincia di Terra d'Otranto, al confine con la Terra o Conca di Bari.

L'area degrada abbastanza dolcemente verso la costa adriatica con una ampia fascia pianeggiante nella direzione Nord-Est/Est (Isidoro Conte, Le Origini, in Messapica Ceglie, Ceglie Messapica 1998, p.15), distante, in linea d’aria, una quindicina di chilometri; da rilievi e depressioni nella direzione Nord (Ostuni), intorno ai quindici chilometri di distanza; una enorme pianura in direzione Sud (Francavilla, Oria, Lecce), e terrazzamenti strappati con forza ai boschi, in direzione Ovest (Fedele Grande).

Per la sua posizione strategica (confinante con la Peucezia), per la sua conformazione orografica (terreno roccioso e scosceso), l'insediamento messapico di CEGLIE potrebbe essere inteso come una sorta di castellum, "presidio militare e centro di rifugio" cui facevano capo i piccoli nuclei abitativi sparsi sul territorio, secondo una tipologia insediativa (per pagos) già ampiamente attestata nella Daunia ed ipotizzabile anche in Peucezia e nella Messapia.

Il territorio attualmente compreso nei confini amministrativi del Comune di Ceglie Messapica è costituito geologicamente da rocce calcareo-dolomitiche ricoperte da un piccolo spessore di terra residuale, volgarmente chiamato "bolo", prodotto dall'azione meccanico-chimica di decomposizione, disfacimento e dissoluzione della roccia sottostante. Diffuso il fenomeno carsico, numerose le doline, gli inghiottitoi, le incisioni vallive, caratteristiche morfologiche tipiche delle aree collinari delle Murge sud-orientali (Isidoro Conte, cit., p.15).

L'acquifero più importante è rappresentato dalle formazioni carbonatiche, ospitante una cospicua falda acquifera sotterranea. Tale falda circola a pelo libero presso la fascia costiera, a profondità di poco inferiore al livello del mare.

L'utilizzazione di questa importante risorsa naturale per usi irrigui e domestici, iniziata nel passato lungo la fascia costiera mediante escavazione manuale di pozzi, si è estesa negli ultimi decenni, con lo sviluppo delle tecniche di perforazione e di pompaggio, a gran parte del territorio della Puglia tra cui anche la nostra Ceglie.

Sotto l'aspetto climatico le attuali condizioni meteo rispecchiano le stagionali vicende che si susseguono nell'area del Mediterraneo sud-orientale per effetto delle interferenze tra l'anticiclone eurasiatico, di origine termica, e l'anticiclone subtropicale delle Azzorre, di origine dinamica. Durante l'inverno, una fascia depressionaria, sede di ciclogenesi, si instaura nell'area mediterranea con orientamento NO-SE, separando la zona di alta pressione eurasiatica da quella delle Azzorre; nei mesi estivi, la zona anticiclonica eurasiatica scompare, e l'anticiclone delle Azzorre si intensifica e si sposta verso nord.

Il clima pertanto è caratterizzato da un regime di precipitazioni invernali e da aridità estiva; l'andamento stagionale dei totali mensili delle precipitazioni evidenzia due picchi in corrispondenza dei mesi di novembre e di marzo. In relazione con le condizioni orografiche, i totali annui oscillano tra i 600 e i 700 mm. Nel complesso, il totale di precipitazioni della stagione invernale supera di tre volte quello dei mesi estivi.

La media annuale dell'insolazione si aggira intorno alle 2600 ore; la radiazione globale è di poco inferiore a 150 Kcal/cmq annui. Le temperature medie annuali oscillano intorno ai 15°, con massimi di oltre 40° in estate (luglio) e minime che eccezionalmente scendono sotto 0° .

Questo tipico clima mediterraneo particolarmente piovoso in inverno e primavera e, secco e caldo in estate, avrebbe favorito l'agricoltura basata su poche graminacee annuali a ciclo autunnale-primaverile e prodotto l'espansione di specie mediterranee.

Questo andamento climatico ha determinato i caratteri fondamentali della vegetazione sino ai nostri giorni. In tale contesto ambientale l'economia continuò a dipendere dalle risorse naturali e principalmente dall'agricoltura e dall'allevamento.

L'agricoltura doveva essere praticata solo in aree pianeggianti e a scarso pendio, mentre la pastorizia doveva avere un notevole incremento in un ambiente dominato da boschi a caducifolie, ove è possibile la formazione di pingui prati dall'autunno sino alla primavera inoltrata.

La pastorizia disponeva quindi di ampi spazi a bassa vegetazione idonei al mantenimento di un elevato numero di capi (ovini e caprini). Le strette pianure costiere della Puglia dovevano ospitare boscaglie e boschi densi a Leccio, Corbezzolo, Lentisco, sino a quote di 250-300 metri sulle Murge sud-orientali.

La prevalenza di ovicaprini nella fauna e lo sviluppo delle attività di caccia, costituiscono il quadro delle attività economiche di base per la sussistenza, in cui l'agricoltura continua ad avere un ruolo, sebbene non determinante.

I venti predominanti provengono dai quadranti settentrionale e meridionale, con valori medi di intensità in genere alti e distribuiti in modo uniforme.

All'epoca, pertanto, il territorio di Ceglie doveva essere quasi interamente coperto da boschi e boscaglie di Leccio e Quercia spinosa con sottobosco di arbusti sclerofilli mediterranei.

Allo sfruttamento agricolo, base costante dell'economia di quest'area, si affiancarono l'artigianato e il commercio.

La struttura economica del territorio spiega il carattere degli insediamenti, formati da numerosi nuclei abitati sparsi, a diretto contatto con le fonti di produzione, che non escludono, tuttavia, aree di più intensa concentrazione o luoghi di convergenza, sia per ragioni di difesa sia per le varie funzioni comunitarie, di carattere religioso o politico.

Tale modello insediativo, caratteristico delle culture italiche nella fase preurbana, perdura molto a lungo presso le popolazioni sannitiche e iapigie.

I piccoli e frequenti insediamenti della costa adriatica divergevano nettamente dal sistema insediativo indigeno, più noto, diffuso nelle aree interne e caratterizzato da raggruppamenti di capanne, sparse in vaste superfici di territorio, in ragione di un migliore sfruttamento agricolo.

Proprio a Francavilla Fontana, alcuni anni fa, furono trovati resti di un capannicolo.

Un villaggio a capanne dell'età del Ferro fu rinvenuto anche a San Vito dei Normanni, alcuni villaggi a Francavilla Fontana.

Le capanne di cui sopra potrebbero aver fatto parte di insediamenti rurali come quelli documentati a Salentino presso Acquaviva delle Fonti.

Se quelle capanne descritte …..a pianta circolare od ovale, formate da una struttura di sostegno in pali di legno, dalle pareti e dalla copertura di canne e di rami impermeabilizzate con l'aggiunta di strati di argilla…; ….una capanna, delimitata da una rozza struttura arcuata in calcare con piano di calpestio in argilla, entro cui si inserivano dei pali lignei, atti a sostenere l'alzato….. , fossero state abitate da gente dedicata all'agricoltura, alla pastorizia e all'allevamento?

Sappiamo che l'interno di quelle capanne conteneva il focolare e, molto spesso, grandi recipienti per la conservazione delle provviste.

Francavilla Fontana, San Vito dei Normanni, Carovigno, Mesagne, Acquaviva delle Fonti, Rutigliano, Conversano, Gioia del Colle, località nelle quali sono stati rinvenuti resti di capanne, non sono poi così tanto lontane dal nostro territorio.

E' da ipotizzare quindi che anche la nostra Ceglie fosse costituita esclusivamente da capanne (l'odierno nostro pagghijar'?).

Proprio per il fatto, forse, che l'abitato fosse costituito da capanne con struttura di sostegno in pali di legno, canne e strati di argilla non ci è pervenuta alcuna attestazione di quell'agglomerato. Il tempo, poi, ha pensato a distruggere quei primitivi manufatti. Una prova di quanto sopra potrebbe essere la distribuzione di tombe sparse su tutto il territorio comunale (vedi pp. 11-13, Messapica Ceglie, cit.).

I Messapi non erano barbari come qualcuno potrebbe pensare. Era un popolo civilissimo. La civiltà messapica risaliva ai precedenti rapporti commerciali e culturali con la Grecia. Era un popolo che conosceva la scrittura, aveva un avanzato sistema politico (confederazione), possedeva una sua religione, e per di più, si ha notizia di messapi e peuceti discepoli di Pitagora. .

La maggiore evidenza archeologica di Ceglie Messapica è senza dubbio l'imponente circuito murario che circonda la sommità della collina (m.302 s.l.m.). Le poderose muraglie, ben quattro, raggiungono in alcuni punti una larghezza di 5-6 metri e un'altezza di quasi 3 metri.

Il circuito più piccolo, a ridosso della cinta medioevale, è possibile seguirlo da una parte all'altra di un antico camminamento.

Quel sentiero, (nel gergo cegliese = passatùr') era una vera e propria traccia pedonale, in disastrose condizioni di praticabilità a causa dell'erosione provocata soprattutto dall'acqua piovana per secoli ivi convogliata, fu adattato con scalini, nel 1924, con un cantiere di lavoro denominato Pane e Lavoro.

Da quel momento esso fu conosciuto come 'a basscìn' d' li cient' scalùn'. Il sentiero in argomento era stato dapprima tagliato in due tronconi dal passaggio della strada Ostuni – Ceglie -Francavilla ed in seguito dalla ferrovia Martina – Cisternino - Ceglie – Francavilla; identica sorte era toccato all'altro antico passatùr' detto di Sand'Ann'.

La più grande cerchia lungo il perimetro esterno della città aveva una circonferenza di quasi cinque chilometri. Opera veramente colossale per quei tempi, una meraviglia dell'arte antica di quel popolo. Si tratta di due muri a secco laterali riempiti da materiale reperito in loco. I blocchi erano posti in opera, senza fondamenta scavate, ma seguendo l'andamento del terreno, in filari posti alternativamente per testa e per taglio, a secco e, secondo il loro piano di sfaldamento, senza preventiva squadratura .

La struttura, imponente sistema difensivo di età messapica, è datata alla seconda metà del IV secolo a.C. in connessione con quel periodo di tensione tra Taranto e le popolazioni indigene che culminò nella spedizione di Alessandro il Molosso (334-331 a.C.).

La maestosa recinzione conosciuta con il nome di pariton', era affiancata da una specie di torre comunemente nota specchia.

Queste specchie, sembra che siano servite come stazioni di posta o torri fortificate per sentinelle, tanto che esse sono localizzate a vista l'una dall'altra e sempre nei punti più elevati del terreno, sulle pendici meridionali della Murgia dove una volta vi era la zona di confine tra la Messapia e la Peucezia. Una lunga catena di queste torri gigantesche, costruite con pietre a secco, funzionavano da posti di vedetta dal Golfo di Taranto al mare Adriatico.

Personalmente propendo per siti dove prendevano posto le vedette.

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LE FESTE PATRONALI

di Pasquale ELIA 

La ricorrenza per i festeggiamenti patronali nella nostra città è documentata fin dall'antichità; ab immemorabili scriveva addirittura, nel 1748, l'arciprete di Ceglie del Gaudo, don Donato Maria Lombardi.

I primi documenti sono due atti notarili a firma del notaio Stefano Matera e portano la data del 10 e del 20 luglio 1597. In quegli atti, don Paladino Nisi, procuratore generale del Capitolo di Ceglie, sottoscrive un contratto con mastro Vito Nughele di Martina per la costruzione di quattro Cappelle nella Chiesa di Santa Maria della GrottaLe Cappelle, due per parte, con due arcate per parte e ogni arcata devono venire di 16 palmi (palmo: unità base di misura lineare del nostro sistema metrico. Equivalente a 12 once e a 0,263670 metri; per il palmo antico: a 10 once a 10 decimi e a 0,264550 metri, per il palmo decimale).

La festività della Madonna della Grotta a quanto scriveva il cronista domenicano il 17 marzo 1611, iniziava il ……primo giovedì di Pasqua di Resurrezione di portare l'impegno di Sua Maestà a Santa Maria della Grotta e la franchigia del giovedì e mercoledì …..colli altri giorni delle franchigie, ch'essa Università tiene nel mese di aprile per antico privilegio, talché siano in tutto dieci giorni, li quali cominciano dal primo mercoledì di Pasqua per posser ampliare il mercato a beneficio di essa Università e di V. S. Ill.ma  - Il Conte della Saponara, appone il sigillo (ASBr., Platea di San Domenico…..anno 1744).

A titolo di informazione, il conte di Saponara alla data del 17 marzo 1611 era Fabrizio Sanseverino, figlio di quel Ferdinando I o Ferrante Sanseverino, fratello del Cardinale Lucio e del Fabrizio nato, morto e sepolto a Ceglie nella Chiesa Madre.

Il re vuole che nelle ricorrenze di pubbliche civile cerimonie, la Sua Augusta Persona, figuri nella prima Autorità, che si trova nel luogo dove la cerimonia si avvera (Archivio Stato di Bari, AGP, b.41, fasc.1420).

Nel 1748, l'Arciprete don Donato Maria Lombardi nella relazione fatta per una visita pastorale di S.E. Mons. Castrese Scaja, Vescovo di Oria (1746-1755), affermava che in questa Terra vi sono tre feste proprie, una del Glorioso Sant'Antonio da Padova, Protettore e Padrone principale alli 13 di giugno. Della Gloriosa Santa Caterina (d’Alessandria), Vergine e Martire ……festa di precetto alli 25 novembre …….e della Beatissima Vergine Maria sotto il titolo di Madonna della Grotta, che si è osservata ab immemorabili e si sollenizza nel primo giovedì dopo Pasqua di Risurrezione……..e per la grazia del Signore non vi si conosce abuso in dette solennità [Archivio Vescovile di Oria, Visita Pastorale di Mons. Castrese Scaja; don Gianfranco Gallone, La Chiesa e la devozione di San Rocco a Ceglie prima del '900, in E' ancora l'alba (a cura di) Enrico Turrisi, Oria 1999, p.55].

Davanti alla nostra chiesa, da tempi immemorabili, per antico privilegio, si svolgeva dunque una fiera. Il termine fiera corrisponde al latino nundina = luogo pubblico dove i mercanti si riunivano per vendere o comperare le merci, con franchigia ed esenzioni di gabella talché siano in tutto dieci giorni.

E' diversa dal mercato per il maggior numero di venditori e compratori e per esenzioni daziarie di cui godono le fiere.

Le prime fiere del Regno di Napoli sembra fossero state istituite da Federico II tra il 1233 e 1234 in Sulmona, Capua, Lucera, Bari, Taranto, Cosenza e Reggio Calabria.

Fiere come la nostra è da supporre che si tenessero in diverse parti del Principato di Taranto, come in Martina (Franca), dove, nel 1368, il Principe di Taranto Filippo concede alla locale Università di farsi la fiera ogni anno il 15 maggio, per otto giorni.

Ritornando alla solennità, per Rocco Antelmy era, invece, …….una festa tutta campestre, e facendosi nel mese di maggio, mese sacro a Maria…Con molta probabilità, nel tempo, la ricorrenza era stata posticipata al mese di maggio oppure l'Antelmy deve avere confuso il periodo.

Quel giorno una lunga e solenne processione partiva dalla Chiesa Madre con la devota partecipazione dell'intera popolazione, del Capitolo cegliese, del Sindaco e degli Eletti, del Capitano di Giustizia con in testa sventolante il Gonfalone della Città. Le Autorità montavano cavalcature riccamente vestite, mentre i fedeli seguivano a bordo di carretti (traijn’) addobbati per l’occasione con fettucce variopinte, ma la gran parte della popolazione a piedi.

Nel piazzale antistante la chiesa della Madonna della Grotta si concludeva la "cavalcata processionale" istituita molti secoli prima.

Quasi tutti i preti vi andavano quel giorno; e dopo una messa solenne e cantata, ciascuno alla sua volta celebrava la sua sull'unico benedetto Altare. E i cittadini d'ogni ceto vi si recavano pure in gran numero; taluni da pedoni talaltri (sic) montando curiosi e bizzarre cavalcature; chi da solo, chi in compagnia della sua famigliola e chi con amici. Ascoltata entro la grotta con divozione la Santa Messa, a frotte a fronte (sic) si versavano poi tutti nell'aperta campagna, a scorazzare con insolita allegria…….

La ricorrenza fu abbandonata a causa delle leggi eversive del 1861, ma la sua esistenza risalirebbe a molti secoli prima, di sicuro, intorno al IX secolo, ma fu abbandonata anche la  Chiesa della Madonna della Grotta.

Credo che la ricorrenza abbia addirittura origine bizantina, infatti, sappiamo che la latinizzazione del meridione d'Italia, come della Puglia si è realizzata sotto il pontificato di Gregorio VII (1073-1085).

Per la cronaca, nella chiesa in argomento, nell'Abbazia benedettina di Sant'Anna, nelle chiese di San Nicola (ora contrada), San Giovanni (ora contrada), San Pietro (ora masseria), San Martino (ora Largo), Ognissanti (ora Largo), Sant'Antonio Abate (ora complesso di ristorazione), San Sebastiano (masseria delle Scuole Pie), si celebrava l'Eucaristia con il Rito greco.

Nessuna documentazione che ci possa confermare quanto sopra, sappiamo però con certezza che i Normanni ultimarono la conquista della Puglia togliendola ai bizantini intorno al 1070. Le nostre chiese summenzionate, sono tutte di epoca anteriore alla conquista vichinga, per tale motivo possiamo affermare che la celebrazione Eucaristica veniva officiata proprio con quel rito.

L'Amministrazione comunale dovrebbe trovare il sistema per rilevare quella Chiesa, ristrutturarla e riconsegnarla alla comunità cegliese e non solo ad essa. Quel sito, infatti, è un patrimonio storico e culturale oltre che della nostra Ceglie anche della Puglia intera. E' un tesoro inestimabile che non può e non deve essere abbandonato. 

Altro documento porta la data addirittura 26 luglio 1690 a firma del Notaio Lamarina  e tratta dell'ampliamento della festa di Sant’Anna.

In quest'atto ben quarantuno persone tra soldati e civili sottoscrivono un impegno con il quale per ampliare la festa di Sant'Anna hanno convenuto che ogni anno uno di loro deve sparare personalmente in detta festa e pagare ciascheduno ogni anno carlini cinque per comprare polvere in detta festa. I contravventori oltre ai carli cinque pagheranno carlini dieci da spenderli per detta festa .

Ciò significa che già, a quell'epoca, la festa di Mamma Sand'Ann' era considerata di antica data e tradizione. Ora, grazie a qualcuno, la festività di Sant’Anna è stata ridotta ad una festa rionale cancellando così centinaia di anni di storia cittadina.

La cosa più strana è che fin da quei lontani tempi era un Comitato promotore composto da personaggi di diverso ceto sociale ad organizzare i festeggiamenti.

Sparare voleva significare che il giorno della ricorrenza venivano lanciati alcuni mortaretti, ossia sparati alcuni colpi di mortaio, attualmente nel gergo paesano meglio conosciuti come colpi scuri.

Questi venivano e tuttora vengono lanciati intorno alle sette del mattino a mezzogiorno e alla sera prima dell'inizio della cerimonia religiosa, in seguito (dopo l'unificazione d'Italia), alla partenza della processione dalla chiesa in cui veniva custodita la statua del Santo per attraversare le principali vie cittadine.

In un altro atto, stilato ben trecento anni fa, è riportato che alcuni Ufficiali, militari pro-tempore e uomini [lavorari, zappatori e foritani (forestieri) di campagna] congregati (riuniti), nella Cappella di San Rocco deliberano che per ampliare la festività del glorioso Santo Rocco ………fra le altre regole interessanti si obbligano ogni anno il 29 del mese di giugno congregarsi dentro la venerabile congregazione di San Demetrio di Ceglie al tocco della campana per l'elezione degli Ufficiali di detta festa (ASBr., Notaio Lamarina, 13 agosto 1703,C.156/V-158). Alcuni giorni dopo era stato già formato il Comitato (ASBr., Notaio Lamarina, 16 agosto 1703, C.156). Per Ufficiali devono intendersi i componenti del Comitato organizzatore.

Da questo documento notarile possiamo ricavare che la festa era organizzata, da lavoratori, zappatori e forestieri di campagna, insomma dai meglio noti odierni contadini.

……anche San Rocco ha la sua antica festa tradizionale, popolare; ma più ricca, più animata più sfolgorante di quella di Sant'Anna, per le ragioni notissime che San Rocco si ha dal nostro (sic) Ceglie in conto di principali protettore. E questa festa si celebra appunto il 16 agosto; e dopo, il nostro buon popolo cegliese, nato fatto per l'agricoltura, dà un addio al paese e se ne va in campagna a seccare i fichi e a far la vendemmia, passando così più di due mesi di vita sciolta e allegra.

 Da quanto sopra esposto ricaviamo che le chiese intitolate ai Santi più conosciuti a cui veniva maggiormente rivolta la devozione paesana si trovavano fuori la cerchia muraria cittadina.

A quei tempi i festeggiamenti erano esclusivamente religiosi. Si celebrava la Messa solenne con la partecipazione del Capitolo e della folta popolazione.

Con il passare degli anni dobbiamo notare che le cose sono fortemente cambiate. Ora il Santo più festeggiato è Sant'Antonio da Padova. E deve essere così, infatti, Sant’Antonio è il Santo Patrono della città.

All'esterno delle chiese qualche bancarella esponeva per i forestieri, medagliette del Santo (summuragghj), fettuccia variopinta (misùr') la quale faceva la gioia dei bambini.

            L’illuminazione delle principali strade cittadine era ad olio, in seguito a petrolio, quindi elettrica. Le bancarelle erano illuminate ad acetilene, gas usato, tra l’altro, anche dai fari delle automobili e dai camion (FIAT 626) fino al 1926.

Con l'avvento dell'energia elettrica le cose migliorarono notevolmente e i festeggiamenti proseguirono anche nelle ore notturne. Le principali vie cittadine venivano e vengono tuttora addobbate con luminarie; si invitano rinomati e prestigiosi concerti bandistici per la gioia di alcuni intenditori; molte bancarelle allineate uno a fianco all'altra vendono di tutto, dalle castagne secche (pastizz') alle noccioline americane, dai palloncini agli orologi, dalla cosiddetta cupèt' ai gelati, alle bibite.

A volte, fino a non molti anni fa, ora non più, s’incontrava una zingarella che con l'offerta di qualche lira faceva estrarre da un pappagalino posto in gabbia il meglio noto foglietto della fortuna.

Il simulacro dei Santi (Rocco o Anna) veniva portato in processione scortato dai Carabinieri e dalla Polizia Municipale e seguita dalle Autorità civili, Sindaco e Assessori e dalla popolazione in devoto raccoglimento.

Precedeva il corteo un terzetto che al suono di un flauto, una grancassa e due piatti, eseguiva delle marcette come quella favola con il suonatore di piffero ………seguiva il corteo il concerto bandistico cittadino che suonava alcuni brani musicali.

Al termine della serata, intorno alla una dopo la mezzanotte, i festeggiamenti  venivano conclusi con uno spettacolo pirotecnico.

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CEGLIE TRA LA RIVOLUZIONE FRANCESE E LA DEMOCRAZIA

di Pasquale ELIA     

    

          Le idee di libertà, di fraternità e di uguaglianza sfociate nella rivoluzione francese avevano superato le Alpi, raggiunto il meridione d'Italia e quindi anche Ceglie.

          Proprio in quel periodo ebbe inizio quel sommovimento che va sotto il nome di Rivoluzione napoletana del 1799 che costò, purtroppo, la vita a tanti bravi giovani.

          Anche la nostra città ebbe i suoi moti, il suo cosiddetto Albero della Libertà, i suoi morti, i suoi saccheggi, le vendette personali. Si, perché in ogni rivoluzione paga sempre il più debole.

          Nell'ambito di queste vicende accadde un malvagio e barbaro episodio

          Il clero cegliese che, per quanto riguarda molti suoi elementi, era perfettamente inserito nella realtà locale, avvertiva e propugnava la libertà, l'indipendenza e l'unificazione dell'Italia. Alcuni, invece, affermavano la fedeltà proclamata con giuramento prestato nelle mani del vescovo, alla Casa regnante ed al Governo ottemperando ai dettami del Concordato, stipulato il 16 febbraio 1818, tra la Santa Sede e il Regno delle due Sicilie.

          Nel 1851, successore di S.E. Giandomenico Guida (1833 - 1848), nella diocesi di Oria, fu nominato Mons. Luigi Margarita (1851 - 1888), nativo di Francavilla, che gli storici locali lo definirono ……un uomo della peggiore risma e losco figuro…. e ……vendicativo, fedele al governo del tempo e rappresentante autentico della reazione…..

          Il Margarita ebbe nella diocesi subito nemici e, per farli tacere, li denunziava agli organi della polizia borbonica, quali avversari del re.

          Segnalò, tra i tanti, alla polizia anche l'Arciprete della Chiesa Madre di Ceglie don Domenico Gatti.

                      Intanto la rivoluzione avanzava velocemente e i vescovi (71 su 88), per timore di rappresaglie, abbandonarono le sedi pastorali e si rifugiarono in altri paesi. Il Margarita lasciò Oria per Francavilla, sua città natale. Nel frattempo i rivoluzionari assalirono il palazzo vescovile, ruppero il trono, bruciarono lo stemma del Margarita e costrinsero il Provicario Tesoriere Maggio a cedere l'Ufficio.

          Il 28 febbraio 1863, il Vicario Capitolare della diocesi di Oria, Ciro Cantore Pignatelli, denunciò le mene del vescovo, il quale era fuggito abbandonando la sede, e del canonico Vincenzo de Angelis.

          Costoro, sia da lontano che sul posto, fomentavano la parte reazionaria del clero a dichiarare illegittimi e nulli i sacramenti amministrati da preti liberali e dalle Autorità ecclesiastiche riconosciute dal governo italiano e approvavano persino la segreta somministrazione dei sacramenti, la confessione di donne ascoltate nelle case dei preti retrivi, la celebrazione dei matrimoni e il rifiuto del servizio dell'altare quando officiava un sacerdote liberale.

          Anche Ceglie non fu da meno. Il Parroco di San Rocco, per esempio, don Domenico Caliandro fu Tommaso, di anni 54, il 27 marzo 1863, querelò don Rocco Epicoco e don Pietro Vitale perché questi lo screditavano asserendo che costui era scomunicato e pertanto i sacramenti che amministrava erano da considerare nulli. Alcuni giorni dopo, l'8 aprile 1863, don Donato Suma di Giuseppe di anni 45, querelò don Pietro Agostinelli e don Pietro Zito per l'identico motivo. Il 23 ottobre di quello stesso anno, la Corte d'Appello delle Puglie in Trani dichiarò non farsi luogo a procedimento penale contro………per lo reato di turbamento dell'altrui coscienza…….

          Il Vescovo Margarita, unitamente ad altri sacerdoti, fu condannato al domicilio coatto, dapprima a Lecce, quindi a Finestrelle, in provincia di Torino dove si ammalò gravemente. Morì a Francavilla Fontana il 15 aprile 1888.

          Realizzata l'unità d'Italia, anche la nostra città fu chiamata e fornì, nel Plebiscito, l'assenso al Regno sabaudo. A ricordo di quell'evento fu dedicata l'odierna Piazza Plebiscito.

          Nella seconda metà dell'Ottocento, Ceglie conobbe un periodo di intenso fervore, ne sono testimonianza le opere e i monumenti realizzati in quegli anni: la torre dell'orologio nella piazza principale, la Chiesa di San Gioacchino, la Chiesa di San Rocco, il Teatro Comunale, il Cimitero urbano, il Macello comunale, il Convento dei Padri Passionisti con l'annessa Chiesa ora Casa di Riposo San Giuseppe, le Cappelle gentilizie al Cimitero, alcuni edifici di civile abitazione, le vie di comunicazione: Ostuni - Ceglie - Francavilla, Ceglie - Martina, Ceglie - Cisternino.

          A quei tempi la nostra Ceglie non deve aver sofferto certamente di disoccupazione.

          La stessa cosa non si verificò invece all'inizio del XX secolo. Crisi di sviluppo, costante crescita demografica, emigrazione continua verso l'America del Nord, il Sud America, la Svizzera, il Belgio, la Francia, la Germania, il Regno Unito si fecero sentire fino a tutto gli anni '60.

          Il movimento fascista si affermò anche nella nostra città. Alcuni cegliesi parteciparono alla Marcia su Roma del 1922.

          Con l'avvento del fascismo scomparve la figura del Sindaco che, al quel tempo, veniva eletto soltanto dagli uomini (le donne conquisteranno il diritto di voto con la proclamazione della Repubblica), ed al suo posto veniva nominato, dal Prefetto, il Podestà, il quale era scelto tra le persone di spicco del luogo e di credo politico vicino alla maggioranza governativa (fascista).

            La soppressione delle libertà costituzionali fece nascere a Ceglie, così come in tutte le altre città italiane, un forte Movimento antifascista.

          Fu costituito, dal Governo, il cosiddetto Tribunale Speciale, il quale comminò molte condanne al carcere ed al confino agli oppositori cegliesi del regime (Francesco Ricci, Rocco Spina). Alcuni, per sfuggire alla detenzione o al domicilio coatto, si rifugiarono in Francia, nel Regno Unito o negli U.S.A.  E da questi paesi lontani continuarono la lotta alla dittatura.

          Un bel mattino la radio trasmise che il Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di Stato, S.E. Benito Mussolini,  aveva dichiarato guerra agli Alleati (Regno Unito, Francia, U.S.A., U.R.S.S., ecc.), schierando l'Italia a fianco della Germania e del Giappone con il cosiddetto "Patto d'acciaio".

          Dal quel momento in tutte le case di Ceglie, ci furono lutti, dolori, disperazione, miseria, fame. Il contributo di sangue fornito dai giovani cegliesi fu molto pesante, ben 169 ragazzi non torneranno più alle loro abitazioni, alle loro mogli, alle loro mamme, ai loro figli. - vedi elenco caduti -

          In quel periodo si verificò un evento eccezionale. A piano terra del Palazzo Scatigna, situato alla fine della Via Francesco Argentieri, c'era un frantoio oleario e, proprio in quel frantoio fu temporaneamente sistemato un deposito munizioni. Una notte quel deposito saltò in aria a causa della negligenza di una sentinella che lasciò cadere un mozzicone di sigaretta non perfettamente spento (almeno questa fu la versione ufficiale).

Nei primi anni di guerra (1940-1941), Ceglie ospitò sul suo territorio una Unità di paracadutisti della Divisione "Folgore".

Gli Ufficiali di quel Comando e i Comandanti di Compagnia furono alloggiati in case private, la mensa ufficiali fu stabilita in una casa in Largo Sila e i cavalli degli stessi furono sistemati nel Teatro comunale che, con il permesso dell'allora Podestà (dott. Nicola Greco), fu trasformato per l'occasione in stalla.

          Passarono tre lunghi anni di guerra, tre anni di duri sacrifici per tutti, tre anni di lacrime, di dolori, di privazioni, di paura, di miseria, di fame.

          Il reparto della Div. Folgore di cui sopra, fu accampato, in attesa di imbarco per l'Africa Settentrionale, in contrada Galante, nelle vicinanze dell'odierno Campo Sportivo, fra gli ulivi. Quell'Unità, giunta in Africa fu schierata sul fronte Sud della zona operativa di "El Alamein" tra le città di Dir el Munesib e Quaret el Himenat. Aveva di fronte la 44° Div., in rincalzo la 7° Div. cor. I suoi soldati parteciparono con grande coraggio alle varie battaglie di quello scacchiere operativo e, Comandante compreso, furono decimati. Quei pochissimi superstiti ottennero dal nemico, rimasto favorevolmente impressionato del loro valore, l'onore delle armi.

          Sempre in contrada Galante, nel 1943, fu sistemato, in attesa di essere trasferito in zona di operazioni, anche un reparto germanico, il quale, con la dichiarazione di armistizio (8 settembre 1943), portò un po' di scompiglio nella popolazione cegliese. Non ci furono rappresaglie come in altre città, nel tardo pomeriggio, a bordo dei loro automezzi, abbandonarono la nostra città e tutto tornò alla normalità.

          Passata la paura, la popolazione accolse l'armistizio con gioia, con spontanei festeggiamenti, con lancio di razzi illuminanti, con spettacoli pirotecnici. Si riaccesero le luci della città che erano rimaste spente per tre lunghi anni. Erano delle piccole lampade da 25 w (w = watt = candela, in italiano) a 125/V (V = volt), ora 220/V, poste all'incrocio di due strade. Avrete certamente capito che l'illuminazione lasciava molto a desiderare.

                    Una mattina di settembre 1943, una giornata luminosa e piena di sole, una lunghissima litania di automezzi militari alleati (salutata festosamente da tutta la popolazione accorsa ai bordi delle strade), carichi di truppa, cannoni, munizioni, vettovaglie, mezzi blindati, lanciata a forte velocità, attraversa la nostra città sollevando nuvoloni di polvere (tutte le strade di Ceglie erano in terra battuta).

Gli Alleati provenivano da Martina (erano sbarcati a Salerno), via S. Rocco, Piazza Sant'Antonio, Via Muri, Porta di Giuso, via Umberto I, Via Roma. Quivi si divisero in due colonne, una proseguì per Francavilla, poi, le città salentine fino a Otranto - S. Maria di Leuca, l'altra per San Vito dei Normanni quindi Brindisi.

          Con l'arrivo delle truppe alleate compare il pane bianco (farina di riso), che per noi era la manna caduta dal cielo. Fino a quel momento c'era stato il pane d'orzo e, per giunta, con la tessera, ossia non si poteva prelevare più di un certo quantitativo a persona; compaiono le ricercatissime sigarette americane, la gomma da masticare, il cioccolato, il caffè, la scatola di beans (conserva americana di carne e fagioli, di sapore dolce, mediocremente apprezzata dagli stessi soldati statunitensi, ma che rese un inestimabile servizio nell'immediato dopoguerra), e, nella parte vecchia della nostra Ceglie si sviluppò, in modo abnorme, il meretricio.

Fanno la loro bella comparsa le AM Lire, ossia una moneta cartacea a corso legale stampata dagli USA in sostituzione delle lire italiane ormai senza alcun valore e scomparse finanche dalla circolazione. Le monete metalliche dell'epoca (mezza lira, quattro soldi, ecc.) venivano da noi ragazzi utilizzati per giocare a batt'parèt',  o  a spacca chiangl'.

          Molti giovani cegliesi (meccanici, tornitori, muratori, manovali, falegnami) in quei tristi momenti di generale miseria trovarono lavoro alle dipendenze dell'Aeronautica Militare Americana (U.S.A.F.), dislocata presso l'aeroporto di Grottaglie. Essi venivano prelevati, al mattino, da Piazza Plebiscito, con autocarri di quella Forza Armata e riaccompagnati la sera.

          La guerra però continuò su tutto il territorio italiano al di là della cosiddetta linea "G", o "linea Gustav", ma conosciuta anche come "linea Gotica".

          Il 25 aprile 1945, con la disfatta della Germania può essere dichiarata, finalmente, FINITA la guerra.

            L'Italia viveva nella miseria più nera e la nostra Ceglie non era da meno. Tutto fin dove era possibile veniva riciclato in famiglia. I vestiti, per esempio, i pantaloni, le gonne, i cappotti, le scarpe era d'obbligo farli passare dal fratello o dalla sorella maggiore a quello/a  più giovane. I cappotti dopo un certo numero di anni di

onorato servizio, venivano rivoltati ed utilizzati ancora per parecchi anni come se fossero stati nuovi.

          Alla caduta della Monarchia con il Referendum del 2 giugno 1946 e la conseguente partenza del Re Umberto II per l'esilio a Cascais, in Portogallo, Ceglie, dal 13 di quello stesso mese, ha conosciuto una lunghissima egemonia della Democrazia Cristiana.

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     LA SANITA' NEI SECOLI PASSATI  

di Pasquale ELIA

La nostra città ha sempre avuto negli anni passati una vera e propria ospedalità, nel senso odierno della parola.

            Fin dalla fine del ‘400, infatti, sappiamo che a Ceglie esisteva oltre che un ospedale, extra moenia, o qualcosa del genere nelle immediate vicinanze della odierna Piazza Sant'Antonio anche uno all'interno delle mura cittadine.

            L'assistenza agli infermi era affidata agli Ordini Religiosi (Domenicani e Carmelitani), non si trattava quindi di una organizzazione statale o locale.

            Anche l'amministrazione comunale si adoperava perché i cittadini potessero godere della migliore assistenza medica, farmaceutica ed ostetrica.

Prova ne sia che a tale scopo fin dal 5 agosto 1583 l'Università di Ceglie (Comune) e per essa il Sindaco (in carica) stipula una convenzione con Ortentio Oliva della Terra di Cisternino per l'apertura di una speciala (farmacia) nel comune di Ceglie,  quel contratto venne rinnovato il 7 gennaio 1592, infatti, il sindaco dell'epoca Magnifico Stefano Suma stipula una convenzione con Ortentio Oliva per l'apertura di una speciala in Ceglie della quale sia obbligato tenere la speciala fornita di tutte quelle cose necessarie che bisognano alli malati.

 La differenza tra i due suindicati patti sta nel fatto che nel secondo si obbliga il farmacista a tenere quelle cose necessarie che bisognano alli malati.  La convenzione fu rinnovata per i successivi cinque anni il 21 agosto 1597.

E il 24.07.1595 il sindaco pro-tempore Giovanni Maria Santoro  e il sindaco degli anni seguenti, Nicola Donato Blundo (in seguito Biondi), firmano una convenzione con il Magnifico Laporta Mario dottore fisico, di Taranto, il quale promette e si obbliga di esercitare la sua arte di medicina agli abitanti della Terra di Ceglie.  L'impegno in argomento fu rinnovato tra le parti il giorno 11 aprile 1596 (ASBr., C. Vacca, C.260.inv.III.B.3.1.I.4). Con questo contratto potrebbe essere nata nella nostra Ceglie la non dimenticata condotta medica.

Il 3 ottobre 1823, il Decurionato decide di istituire a Ceglie, allora senza alcun predicato, addirittura una scuola per levatrice. E' noto a tutti che, a quei tempi e fino a non moltissimi anni fa, il parto avveniva in casa con l'assistenza della ben conosciuta levatrice (mammàra), coadiuvata dai parenti della puerpera. In seguito la levatrice e la puerpera unitamente ai suoi famigliari in segno di riconoscenza e di rispetto si chiamavano “cummàr’ o cumpàr’”.

Le sostanze medicamentose usate erano diverse e dirette a parecchi scopi. Fra quelle ad azione disinfettante va ricordato, prima di tutto il vino, il quale si usava puro o come ingrediente nelle confezioni di diverse medicine consigliate per medicare le ferite, insieme ad erbe varie.

            Celso, che riporta le migliori medicazioni delle ferite dell'antichità classica, scrive che, per prima cosa esse si devono lavare con una spugna imbevuta di vino, qualora non si possa sopportare un lavaggio con l'aceto. Anche l'aceto, infatti, veniva usato, non come disinfettante ma per frenare le emorragie.

            Molto in voga era il salasso, il quale veniva praticato a Ceglie almeno fino a circa sessant'anni fa.

            Fra tutte le operazioni mediche del medioevo il salasso era una delle più frequenti benché sotto un certo punto di vista, anche una delle più complicate. Al barbiere, che a quei tempi collaborava parecchio con il medico, era riservato solo l'atto manuale di aprire la vena per dar luogo alla fuoriuscita del sangue; l'indicazione invece era riservata al medico vero e proprio. Egli doveva tenere conto prima di decidere per il salasso, del genere della malattia, della regione più adatta per eseguire il piccolo intervento, della vena specifica da aprire, del giorno e dell'ora, nonché delle condizioni astrali.

            Oltre ai salassi praticati come cura di malattie acute, vi erano quelli periodici, che venivano eseguiti in determinati periodi dell'anno. In queste occasioni venivano, tra l'altro, impiegate le sanguisughe, nel nostro dialetto sanguètt'l'.  

Lo scrivente ricorda, come fosse stato l'altro giorno, che una zia di sua mamma (anni quaranta dello scorso secolo), sofferente di ipertensione arteriosa, come e quando applicava quegli animaletti su determinati punti del corpo. La terapia in questione era regolarmente prescritta dal medico, il quale molto spesso assisteva il paziente.

Risparmio la descrizione di quel cruento trattamento. Desidero ricordare invece che all'epoca la farmacologia non era quella che noi oggi conosciamo.

Fino a non moltissimi anni fa le difese contro le pestilenze non furono molto diverse da quelle escogitate nei secoli bui medioevali.

Come pubblici rimedi si usavano ancora i grandi fuochi, le fumigazioni nelle piazze e nelle vie a base di sostanze odorose, comprese quelle puzzolenti.

Come mezzi preventivi si ricorreva alla quarantena, all'isolamento nei lazzaretti, alla distruzione con il fuoco degli oggetti e delle masserizie infetti.

Come mezzi di difesa personale si usavano invece le cosiddette palle odorifere, spugne imbevute di sostanze odorose.

La nostra città nei secoli passati fu molto spesso colpita da carestie e da pestilenze di ogni genere.

La prima epidemia di peste, di cui siamo a conoscenza, si sviluppò negli anni 1603-1606, seguì poi quella del 1656, ed infine quella del 1690-1692.

Nel 1622, invece, e poi ancora, nel 1672, la città fu colpita da una gravissima carestia.

Nella relazione di una visita pastorale effettuata, nel 1627, da Mons. Ridolfi, vescovo di Oria, ci informa che, a seguito di un miracolo avvenuto, nel 1622, la municipalità cegliese fece costruire, a proprie spese, nella chiesa Madre, una Cappella dedicata al SS. Crocifisso. A ricordo di quell'avvenimento, l'Amministrazione comunale chiese ed ottenne di poter rinnovare, annualmente, la propria devozione al Crocifisso con una celebrazione che ricade proprio la seconda domenica di ottobre.

A Ceglie, il 2 maggio di ogni anno, si effettua anche una fiera-mercato dedicato proprio al Crocifisso.

Il primo contagio colerico più vicino ai nostri giorni si manifestò negli anni 1833-1837, e per questo motivo si dette un forte impulso alla costruzione dei cimiteri in tutta la Terra d'Otranto (Ceglie aveva già iniziato nel 1824). Il 12 marzo di quel 1824, infatti, il Decurionato deliberò la costruzione del camposanto con sepoltura per tumulazione e non per inumazione. Il cimitero monumentale di Ceglie verrà costruito in vari lotti dal 1864 al 1875. Il 1877 fu l'ultimo anno in cui fu utilizzato il cimitero posto sul retro della chiesa di Sant'Anna.

A titolo di curiosità riporto la ricetta proposta dal farmacista Michele Santoro di Martina Franca per la cura dell'epidemia di colera verificatasi nel Salento e quindi anche a Ceglie, negli anni 1854-1855. Essa consisteva in uno sciroppo a base di papavero diluito in acqua acidulata per acido solforico, più làudano e con l'aggiunta di fiori di zinco ed oppio. Il  làudano si componeva in genere di soli quattro elementi: oppio, zafferano, china, ferro, ma la sua composizione poteva variare a seconda dei casi con l'aggiunta di cannella, garofano e alcol. Era usato come analgesico per lenire i dolori addominali,

Nel 1867, la diffusione colerica ritornò in tutto il Salento e anche questa volta Ceglie fu tra i paesi più colpiti insieme a Francavilla, Ostuni, San Vito, Brindisi, Grottaglie, Martina, Massafra, Castellaneta  ". ….I colpiti dal cholera nel corrente anno 1867 ammontarono nella Provincia alla cifra di 15.190, di questi 10.502 furono solo attaccati, e 4.698 soccombettero…".. Nel circondario di Brindisi i morti alla fine del mese di settembre furono 1.933 .

Il ricovero nell'ospedale, a quel tempo, si mantenne sempre molto basso. Era opinione molto diffusa fra la popolazione che, chi entrava nel cosiddetto lazzaretto, così veniva indicato il nosocomio all'epoca, sarebbe uscito solo dopo la morte; e c'è anche chi sosteneva che lì dentro i medici, ben prezzolati dal governo, somministrassero artatamente veleni per sopprimere la povera gente, la sola che di norma veniva inviata presso quelle strutture fatiscenti.

Questa credenza popolare è rimasta inculcata nell'animo dei nostri nonni e dei nostri padri fino a qualche decennio fa.

Da fonti popolari, non suffragate, d'altro canto, da alcuna documentazione, i morti di quest'ultima epidemia colerica furono seppelliti tutti nell'Abbazia di Sant'Anna.

Alcune anziane nonne raccontano, per avere, a loro volta, sentito raccontare dalle loro mamme o dalle loro nonne, che, molto spesso, il malcapitato, avvolto in un lenzuolo, veniva accatastato, alla rinfusa con altri corpi, sopra a nu' traijn' (carretto) quando ancora non era del tutto morto.

Un espediente messo in atto per premunirsi dalla propagazione del contagio inoltre era quello di bloccare tutte le vie di accesso alla città. E questo fu fatto qualche secolo fa, come riporta il notaio Donato Antonio Lamarina in un suo atto datato 1 maggio 1715. Alcuni cittadini di Ceglie dichiarano come nel 1691 trovandosi guardiani di detta Terra in occasione della peste che c'era (sic) in Terra di Bari………….(Cisternino era provincia di Bari, fino al 7 gennaio 1927 quando fu istituita la provincia di Brindisi). Quei cittadini cegliesi erano stati posti a guardia del territorio metropolitano nelle pressi della masseria di Campodorlando  al limite con quello di Ostuni.

Un'altra grossa piaga sociale inoltre era la pediculosi. Forse saranno in pochi a crederci, ma il pidocchio del capo, é stato debellato non molti anni fa. Esso colpiva in modo particolare chi non rispettava le più elementari norme igieniche, in particolare quelle relative ai capelli e, si trasmetteva da una persona all'altra con l'uso promiscuo dei pettini, di spazzole o anche di copricapi. Uno dei disturbi più fastidiosi provocati dal pidocchio è il prurito. Bisogna tenere presente che non è questo il solo inconveniente: il parassita è infatti portatore di microbi e malattie, come ad esempio il tifo petecchiale. Per la disinfestazione ricordo che, nella nostra città, veniva spruzzato il capo dei malcapitati (erano tanti: piccoli, giovani e anziani, insomma di tutte le età e di entrambi i sessi) con l'insetticida meglio noto DDT (dopo la sua scoperta) oppure lavato con petrolio (idem) in sostituzione dello shampoo (inesistente), quindi lavato ben bene con aceto diluito in acqua calda. Qualche settimana dopo però il parassita ricompariva, non perché l'insetticida non avesse fatto il suo dovere, ma per il semplice fatto che non esisteva l'idea dell'igiene personale. Infine c'erano pulci, cimici e  zecche. E tutto questo a causa della coabitazione con gli animali domestici (cavalli, cani, asini, muli, galline, gatti), i quali oltre a non essere vaccinati, non venivano mai lavati. E che dire poi dei topolini che passeggiavano per le case e dei ratti che circolavano indisturbati per le strade? La colpa di tutto era da ricercare nella mancanza assoluta di acqua in principal modo, e quella poca che il Padre Eterno mandava nella stagione delle piogge diventava molto preziosa e per bere e per cucinare, l'igiene personale, pertanto, diventava non necessaria e rimandata a migliori momenti. I momenti migliori, poi, non arrivavano mai perché l'acqua continuava a mancare sempre. Per la verità manca ancora oggigiorno, purtroppo. Era, anzi lo è ancora, un bene estremamente, prezioso per le nostre città.

Oggi l'igiene, con le giovani generazioni, ha fatto grandi progressi e ha permesso di vincere molte malattie, i farmaci sono efficaci, la chirurgia ha compiuto passi da giganti, l'anestesia ha consentito di vincere il dolore, i mezzi diagnostici sono sicuri ed estremamente sofisticati.

Il flagello della peste e del vaiolo è stato sostituito da quello del cancro, la tubercolosi uccide solo raramente, ma il cuore sembra essere particolarmente vulnerabile ai continui stress della vita moderna. Molte malattie sono state vinte, ma altre ne hanno preso il posto, costringendo la medicina a perpetuare quella lotta che, da quando l'uomo è comparso sulla terra, viene portata avanti per la difesa della salute. 

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GASTRONOMIA CEGLIESE,  ARTE CHE VIENE DA LONTANO

di Pasquale ELIA

E' risaputo che i Messapi, nostri antenati, erano degli ottimi allevatori, soprattutto, di ovini. E proprio per questo motivo la tradizione paesana vuole che la nostra arte culinaria sia basata sulla preparazione di carni di capretto o di agnello. Il piatto principale locale a base di carne, infatti, è proprio il capretto o l'agnello cotto alla brace, al ragù, al forno, brasato, ecc. E che dire della pecora in umido, la cosiddetta cipuddàt'. Trattasi della carne di pecora in brodo con tanta cipolla, patate, pomodori, sedano e vari aromi. La cucina nostrana è sicuramente genuina, originale e gustosa, ricca di odori: basilico, origano, alloro, capperi. Essa è imperniata sui prodotti assai saporiti dell'agricoltura locale, in special modo le verdure, l'olio di oliva, il vino, le mandorle.
Non molte città possono far risalire a oltre 3000 anni fa le proprie tradizioni gastronomiche. Ceglie deve essere molto orgogliosa di questa sua prerogativa. E' un privilegio che non tutte le città meridionali possono vantare.
Nella cucina nostrana possiamo notare che dell'animale macellato e destinato a sfamare veniva e viene tuttora, fatta eccezione per alcune parti, utilizzato tutto o quasi. I nostri nonni avevano imparato a proprie spese, nessuna parte dell'animale doveva essere buttata, neanche le cosiddette estremità (piedini, orecchie, muso, codino di maiale, testine di capretto o di agnello). Pure il sangue dell'animale veniva recuperato. Da quello del maiale veniva, per esempio, confezionato il cosiddetto sanguinaccio. Prelibatezza esclusivamente nostra. Esso veniva preparato dalla moglie del macellaio con l'aggiunta di aromi vari e gustato soprattutto caldo caldo nel suo budello direttamente nella cosiddetta Vucciarìa (macelleria). Era di una squisitezza più unica che rara.  Fegatini di capretto o di agnello (gnummarièdd') avvolti con l'intestino degli stessi (li 'ntram'), involtini di trippa in brodo, ed altro, insomma bocconcini davvero gustosi e prelibati, da intenditori, non c'è che dire.

Altri prodotti nostrani di cui dobbiamo essere molto fieri, soprattutto in questo ultimi tempi in cui tanto si parla di dieta mediterranea, sono l'olio extravergine di oliva e il vino, elementi fondamentali nella cucina pugliese, in genere, cegliese, in particolare. Negli anni passati tutti coloro che possedevano un piccolo terreno (nel dialetto locale: u' foor' - la campagna) curavano con tanto amore alcune viti, tanto quanto potevano essere sufficienti a produrre alcune centinaia di litri di vino da tenere in casa per la stagione invernale. A fine settembre, raggiunta la giusta maturazione, l'uva veniva vendemmiata da parenti e amici appositamente invitati per l'occasione. Era una giornata di allegria e di festa per tutti, specialmente per i bambini, i quali poi si divertivano a pigiare l'uva, a piedi nudi, nel palmento (meglio conosciuto: palummiend'). Il palmento era una vasca abbastanza larga e poco profonda in mattoni o in cemento, a volte scavato nella roccia impermeabile, usato per la pigiatura e la fermentazione del mosto. Il vino ottenuto, a volte, di grado alcolico abbastanza elevato (14°-15°), veniva fatto fermentare, di solito, nelle giare in creta, meglio noti, capasoni.
Nei mesi invernali, il vino in eccesso al fabbisogno famigliare, ricevuta dalle autorità annonarie l'autorizzazione, veniva venduto, di solito, nelle stesse abitazioni e come segno di riconoscimento, si appendeva sulla porta un ramo di alloro, detto pannèl'.

Gli uomini la domenica o i giorni festivi si incontravano in quelle abitazioni, dove trascorrevano gran parte del pomeriggio e della sera a giocare a primèr' o primièr' e a bere vino. Il cantiniere, per aiutare gli avventori a consumare più vino, faceva preparare dalla consorte alcune pietanze, un po' più pepate e salate della norma quali: purpiètt' puvurièdd' (polpette di pane), gnumarièdd' di tripp' in brod' (involtini in brodo), tripp' cu' li fasùl' (involtini con fagioli), past' j cicir' (paste e ceci), rabbicol' suffucàt' (cime di rape),  cas'punt' cu lu pan' fatt'a'cas' (formaggio particolare con il pane), pan' e ricott'ascquand' (pane e ricotta forte), dòl-gh' cu lù ris' (doliche, particolari legumi simili ai fagioli, con il riso).

Nella nostra cucina tradizionale fa ancora capo un piatto che, secondo alcuni studiosi, risalirebbe addirittura ad almeno seimila anni fa. Trattasi del cosiddetto grano cotto che alla paesana maniera suona gran'pisàt'. E' il chicco di grano che, con un particolare procedimento, viene spogliato della sua pula, lessato in abbondante acqua salata, condito con cacioricotta e pomodoro, meglio se con una spruzzata abbondante di formaggio pecorino e possibilmente ragù con carne di maiale.

Tra le minestre sono da ricordare le fav' (purea), scarfàt' ijnt' a lu' tiest', servite con pipicannèdd' piccinn' (a Napoli: friarielli) fritti con o senza pomodori, fogghj sciers', rabbicòl', cicuredd', alij matur', pipicannèdd' sottacit', cipodd' e, a secondo delle stagioni, juv', pèr', cucuzza addilissàt' con menta e aceto, jov'rutt' a' l'acqu', vampasciùn fritti, l'fav'spuntàt'. Non possiamo dimenticare u' pan'cuètt'. Sono fette di pane raffermo condite con olio dopo la cottura in acqua con verdure miste e patate; infine, le fris' o frisèdd' condite con uèggh', sal', pum-dòr', arièn' e ammorbidite in acqua.
Non possiamo assolutamente dimenticare le rinomate e ormai ricercate stacchiodd' (italianizzate orecchiette), "fatte a mano in casa" con farina bianca di grano duro oppure del tipo integrale (gruess'), condite con cacioricotta (in alternativa: pecorino o parmigiano), pummdòr' e basinicòl'.
Molto famosi e, da qualche tempo ritornati, prepotentemente, alla ribalta nel periodo natalizio, sono i fichi seccati al sole, ripiene con mandorle e poi cotti al forno (fich' maritàt'). E, come in tutte le cose, si formano poi delle varianti. Alcuni, per esempio, aggiungono della scorzetta di limone, altri, quando i fichi sono ancora caldi, appena tirati fuori dal forno, vi spolverano sopra cioccolato in polvere. Ma le nostre nonne aggiungevano quello che trovavano sul luogo di coltivazione, cioè, finocchietto selvatico. Il cioccolato, allora, era inesistente, o se venduto nelle drogherie era, certamente, inaccessibile per le tasche dei più.
L'astro era ed è certamente la mandorla, la quale intera, tritata, macinata, tostata, trova sempre sistemazione in tutte le ricette. Dai biscotti tradizionali cegliesi (puscuèttl'), ricoperti di zucchero e cacao o solo zucchero (cilèpp'), alla pasta reale dallo squisito e delicato sapore.

Una volta, non tanto lontano, poi, era tradizione, nelle ricorrenze importanti (matrimoni, battesimi, cresime), venivano distribuiti a parenti ed amici, caratteristici dolcini confezionati con mandorle tritate, zucchero e miele ed innaffiati da ottimo rosolio artigianalmente, preparato in casa.

Mi dispiacerebbe dimenticare l' pettl', l' purciddùzz', l' cartiddàt' (pettole, purciducci e carteddate), noti a tutti.

Altre info:  prodotti tipici - gastronomia

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CURIOSITA' E PARTICOLARI 

di Pasquale ELIA

 CEGLIE NON MOLTI ANNI FA - UNO SPACCATO DI VITA QUOTIDIANA 22 settembre 1901, il nubifragio di Ceglie -

SANTA FILOMENA - LA GRANCE -  LE QUATTRO CEGLIE - PRESUNTA VENDITA DELLE TERRE DI CELIE - LA DUCHESSINA ISABELLA

 

CEGLIE MESSAPICA - NON MOLTI ANNA FA

  • Ceglie, fin dai tempi antichi, è sempre stata una città prettamente agricola, pertanto, anche la vita quotidiana era regolata dal susseguirsi delle attività connesse con l'agricoltura. Finanche le festività civili e religiose cittadine erano sincronizzate con i lavori dei campi.

L'economia antica della nostra città si reggeva esclusivamente sulla scarsa produzione agricola e sulla pastorizia ed, in epoca più recente, anche sulle attività artigianali e sulla intraprendenza degli stessi artigiani.

Tutti i lavori agricoli erano manuali, non esisteva all’epoca alcun mezzo meccanico. L'unico aiuto veniva fornito dal cavallo, dal mulo o dall'asino. La mietitura, tanto per fare un esempio, la prima delle operazioni di raccolta del frumento maturo consisteva nel taglio delle piante. Essa veniva eseguita a mano per mezzo di un falcetto da contadini o operai agricoli, oppure sradicate da donne, tutti assunti a sciurnàt' , cioè a giornata. Le spighe erano poi raccolte in grosse fasce dette covoni (in dialetto paesano manucchij). I covoni a mezzo di traijn' (gli autocarri di quel tempo) venivano trasportati sulle aie pubbliche dove le spighe subivano la trebbiatura. Era questa l'operazione con cui si estraeva il chicco di grano dall’involucro e dagli steli.

I covoni venivano slegati e stesi sul pavimento dell’aia, quindi, un grosso tronco trainato da un animale (cavallo o mulo) che girava come in un mulino batteva le spighe estraendo i chicchi. Questa operazione, a volte, veniva eseguita a mano dagli stessi proprietari, i quali muniti di lunghe pertiche battevano le spighe. Con l’aiuto, infine, del vento e di setacci (farnàr’) veniva separato il chicco di grano dagli scarti e dalla paglia.

Dopo il secondo conflitto mondiale queste operazioni vennero svolte dalle macchine.
 

  • Le strade, tutte le strade cittadine, piazza Plebiscito compresa, erano tutte acciottolate, poi con il passare dei mesi diventavano in terra battuta, per cui nei mesi estivi tanta polvere. Facevano eccezione perché piastrellate (chiangl') alcune strade del rione Mammacara e quelle del Borgo antico.

Fin dall'inizio della primavera alcuni operai, nel nostro dialetto conosciuti come cazzaricc', preparavano i ciottoli da stendere poi sulle strade (via San Rocco, via Sant'Anna, piazza Sant'Antonio, piazza Plebiscito, via Dante, Corso Verdi, via Martina, ed altre). L'unica strada asfaltata che lo scrivente ricorda era la Ostuni-Ceglie-Francavilla.

Nei mesi estivi, per combattere la polvere e la canicola, un carretto, appositamente attrezzato con cisterna (carrizz'), trainato in genere da un cavallo, percorreva in andata (una mezzarìa) e ritorno (l'altra mezzarìa) alcune vie cittadine per bagnarle: via San Rocco, corso Garibaldi, piazza Plebiscito, via Giuseppe Elia, via F. Argentieri, via Dante.

Nelle intenzioni degli amministratori comunali quel servizio doveva servire a non sollevare polvere, ma anche eventualmente ad alleviare la calura, ottenendo purtroppo un risultato contrario; il caldo faceva immediatamente evaporare quella poca acqua fatta cadere, per cui, aumentava il grado di umidità apportando notevole disagio.

La carrizz' di cui sopra era costituita da un carretto trainato da un cavallo, una cisterna metallica contenente circa alcuni quintali (tre o quattro) di acqua. Nella parte posteriore, alla base una saracinesca a cui era collegato un tubo metallico tutto bucherellato, del diametro di circa cinque centimetri, lungo quanto era largo il carretto; l'operatore ecologico, si direbbe adesso, apriva la saracinesca e quando l'acqua incominciava ad uscire avviava il cavallo al passo.

Il rifornimento idrico veniva effettuato nei pressi della chiesa di San Gioacchino, dove esiste un bocchettone antincendio. Altra presa del genere la si trova in piazza Plebiscito immediate vicinanze di accesso al Corso Garibaldi.

  • Alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo la maggior parte delle abitazioni cittadine (95%) era ancora sprovvista di servizi igienici per mancanza soprattutto di acqua. La quantità indispensabile per gli usi domestici veniva attinta dai pozzi o in mancanza di essi la si trasportava a braccia in contenitori di creta o di latta (menz') attingendola dall'enorme cisterna di acqua piovana ubicato sotto la chiesa di San Rocco, in seguito, dopo il 1914, dalla fontana pubblica nelle vicinanze di detta chiesa.

Nel tempo seguirono nell’ordine quella in Piazza Sant'Antonio, via Sant'Anna, Piazza Plebiscito, quindi, Piazza Vecchia, Piazza Umberto I, via San Vito, largo Ospizio, largo Colucci, ecc.

A causa della mancanza di acqua corrente era sconosciuta la vasca per il bagno (ecco le pulci), ma c'era u'tin' oppure, u' limm', altri sconosciuti erano lo shampoo (ecco i pidocchi), il dentifricio, lo spazzolino da denti. Sarà bene sapere che questi insetti erano di normale amministrazione per quei tempi, nessuno si scandalizzava più di tanto. A volte, alcune mamme per liberare la capigliatura dei loro figli da quegli insetti spruzzavano sui capelli grandi quantità di DDT (quando comparve).

Negli anni Trenta furono appaltati i lavori per la rete fognaria e si protrassero per molti anni a causa e della natura rocciosa del terreno e, soprattutto, a causa delle guerre. La roccia, all'epoca, veniva lavorata a forza di braccia con picconi (non c'erano ancora i martelli pneumatici). Durante il periodo bellico tutte le opere di interesse pubblico furono sospese e per mancanza di mano d'opera, ma anche e soprattutto per mancanza di denaro.

Detto così sembra che tutti potessero avere acqua e fognatura nelle abitazioni, ma non è così. Allora imperava la miseria, grossa miseria. Chi possedeva il denaro necessario per potersi allacciare alle condotte di acqua e di fogna? Solo alcune famiglie.

I pochi casati benestanti, coloro i quali facevano precedere il nome dal famoso don (don Ciccio, don Peppino, don Luigi, don Nicola) si contavano sulle dita di una mano.

Gli altri, tutti gli altri, dovevano utilizzare il sistema in uso fin dall'antichità, ovvero, recipiente in creta detto zipepp' o candr tenuto nascosto da qualche parte nella casa.

A seguito di ordinanza sindacale (anno 1744), dovevano, ogni mattina (per chi abitava nelle sue vicinanze)……..….gettare le sue mondezze, lo romato e staglio, fuori la porta di Juso sulla via che porta alli Cappuccini nello fondo di Natale Ligorio …..oppure ……le sue mondezze, lo romato e staglio nei luoghi stabiliti dall'Università, cioè fuori la porticella, dove si dice lo Monterrone….oppure, per chi abitava nelle immediate vicinanze dell’odierna via Giuseppe Elia, già via Municipio….la frascina e terrazzo nel solito luogo dove l'Università paga il censo all'Abbate Pietro Menghi, esattamente nello stesso luogo delle mondezze e romato dove sarà posto il segnale…

I motivi delle suindicate decisioni erano da ricercare nel fatto che gli animali domestici (cavallo-mulo-asino) coabitavano con l'uomo. Le abitazioni erano pertanto anche stalle. Erano, in genere, composte da una greppia con lettiera per l'animale,un canaletto di scolo a cielo aperto che attraversava l'intera abitazione e raggiungeva l'uscio della stessa, sul pavimento, in corrispondenza della lettiera del tipo pozzo a perdere, si trovavano, a volte, alcuni buchi che permettevano di disperdere quanto prodotto di liquido dall'animale durante la notte.

C'era, inoltre, l'arcuèv' in cui era sistemato il letto matrimoniale composto da due tristièdd' in legno per i più poveri, in ferro per i meno abbienti, qualche asse in legno (tavole) sulle quali poggiava il materasso, detto saccòn', riempito con paglia, per i più poveri (85%), con foglie secche di granturco, per il ceto medio (15%) e sotto di esso il famoso zipepp' . Un piccolo camino situato, in genere, dall'altra parte della stanza, un tavolo con due sedie, una botola nel muro per il pozzo, quando c'era. In sostituzione dei bicchieri c'era u' mumml' per l'acqua potabile e l'urzul' per il vino, mentre il piatto era uno solo per l'intera famiglia, a volta anche cunzàt', ossia i vari pezzi tenuti insieme con filo di ferro e cemento. Tutti i componenti la famiglia bevevano allo stesso mumml' o allo stesso urzul' e mangiavano nell'unico piatto posto al centro del tavolo.

Per la cronaca le famiglie con il don avevano il materasso di lana.

  • I traijnieri possiamo considerarli gli antesignani dei più famosi padroncini di adesso. Con quel mezzo veniva trasportato di tutto: masserizie, vino, olio, grano, uva, olive, fichi, persone, ecc., in altri momenti l'animale tirava l'aratro per vangare il terreno.

Lo stesso traijn' il giorno dell'Ascensione trasportava, fin dalla sera precedente, le pie persone al Santuario di San Cosma e Damiano ad Oria, rientrando il giorno dopo festosamente addobbato con campanelli e fettucce di vari colori (da noi conosciuta misur’), cavallo compreso. I ragazzini invece mettevano in mostra le girandole (vuntalòr') che i genitori avevano comprato loro dalle bancarelle.

Il vino, in particolare, se e quando veniva trasportato dalla campagna alla casa in città lo si faceva con otri di pelle di capra e poi svuotato nel cosiddetto capasòn'.

Per quanto sopra descritto il cavallo era di vitale importanza per la famiglia che lo possedeva.

  • Il grosso problema che dovette risolvere l'Amministrazione comunale era la raccolta degli escrementi umani. Invece di indicare i luoghi dove potevano essere scaricati faceva attraversare ad ora prestabilita (mattina), le vie cittadine da un carretto  con una botte in legno (carrizz'), trainato da un cavallo. Il conducente, a più riprese, ed in genere agli incroci, gridava a gran voce: uèèèè ca mi ni vooooooch' ? A quel grido le massaie, tutte le massaie, si riversavano in strada con il loro fardello e lo svuotavano nel carretto, poi, con l'acqua che, in genere, attingevano dal pozzo o dalla provvista che avevano trasportata dalla fontana pubblica lo lavavano e lo riponevano in casa. Quando poi l'impianto fognario fu completato il lavoro di cui sopra veniva fatto nel pozzetto di ispezione della condotta fognaria.

Altro grosso inconveniente erano i rifiuti solidi urbani. Infatti il solito traijn', periodicamente (ogni due o tre giorni), attraversava tutte le strade e un operatore (scopastrad') munito di una paletta e di una scopa di saggina raccoglieva quanto era stato, da altro operatore, ammucchiato in precedenza. Il brutto si presentava, quando nei mesi invernali, cadeva la neve e durava per alcuni giorni. La famosa carrizz', non poteva percorrere le strade cittadine per non rischiare le zampe del cavallo, altrettanto dicasi per lu' traijn', per la raccolta dei rifiuti solidi urbani.

Era molto in uso a quei tempi l'acchiappamosch'. Trattavasi di una striscia di carta oleata di colore giallo paglierino (cm.9x100) imbevuta di una sostanza profumata e appiccicosa su cui le mosche, zanzare, vespe, moscerini ed quant'altro rimanevano attaccate. Alcuni anni dopo fece la comparsa il famoso DDT meglio conosciuto flit. Non voglio addentrarmi nei danni che apportò questa sostanza velenosa, ma devo riconoscere che, all'epoca, essa risolse moltissimi problemi igienico-sanitari.

  • Fin dai tempi antichi, era fiorente a Ceglie la pastorizia. Il latte che si produceva (ovini e caprini) veniva lavorato sul posto (formaggio, ricotta e derivati). Nei mesi estivi era ed è tuttora ricercata e preziosa la cacioricotta confezionata con latte di pecora o di capra.

Il latte, che all'epoca era alimento esclusivo per i bambini, veniva venduto per le strade e munto al momento dell'acquisto. L'allevatore-pastore-lattaio si annunziava al suono di una campanella legata al collo di uno dei quattro o cinque animali che portava al seguito, con i quali percorreva le vie cittadine al grido di latteee……….latteee…..lattee.

Questa coloratissima tradizione giunta fino ai nostri giorni, di generazione in generazione, fu vietata per motivi igienico-sanitari, non molti anni fa (una trentina), ma la vendita del latte continuò comunque. In sostituzione degli animali comparve un bidone in alluminio od acciaio inox trasportato a braccia dal famoso allevatore-pastrore-lattaio il quale sempre al grido di lattee……lattee…..lattee girava per le strade cittadine.

  • Nei mesi estivi, nel primo pomeriggio, intorno alle 17.00, girovagava per le strade un carretto per la vendita del gelato. Quel signore, certo Leo Salvatore, meglio noto dalla comunità cegliese Tor'di Bamminièdd' urlava, agli angoli delle strade gilaaat' .. gilaaat' .. gilaat' ..cattàtiv'u'gilat' e, quindi aggiungeva chiangìt', chiangìt' piccinn', ca la mamm' vi catt' u gilat' (piangete, piangete bambini che la mamma vi compra il gelato).

  • La scena più folcloristica era nel periodo di raccolta delle olive. Di primo mattino, tante donne cu lu' panàr', infilato al braccio, la testa coperta da un foulard, generalmente di colore nero, avvolte nel loro più vecchio faccirtòn', ridendo e scherzando attraversavano su traijn', e a piedi le vie cittadine per raggiungere i luoghi di raccolta. Gran parte di quelle donne indossava più di un paio di calze fermate al disopra del ginocchio da un elastico confezionato in casa, altre, indossavano pantaloni di taglie vistosamente più grandi.

Altra scena era il periodo della potatura degli alberi di ulivo. Di buon mattino, una frotta di operai con sulle spalle una lunga scala a pioli, dopo essere stati assunti dal (fattore), in piazza Plebiscito o nella piazza Vecchia (i luoghi dove i contadini potevano trovare lavoro), attraversava allegramente le strade cittadine, la maggior parte a piedi, alcuni con il carretto (traijn'), pochi e, forse, i più garibaldini, inforcando la bicicletta. Alla sera il ritorno era identico, con la differenza che era visibile sui loro volti la fatica.

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UNO SPACCATO DI VITA CITTADINA

Il giorno del bucato (cof-n'), non molti anni fa, era una giornata particolarmente faticosa per la padrona di casa.

Chi era sprovvisto di pozzo (cistèrn') in casa, doveva, di buon mattino, rifornirsi d'acqua dalla pubblica fontana (dopo il 1917) o, dalla cosiddetta acquara di San Rocco (pozzo dell'omonima chiesa), trasportandola a braccia con un recipiente in creta o in alluminio zincato meglio conosciuto nel nostro dialetto come menz'. L’acquara di San Rocco è la cisterna ubicata sotto il pavimento della Chiesa. In essa si raccoglieva l’acqua piovana, la quale veniva poi attinta soprattutto dalle massaie della zona (rioni mammacara, ospizio, asilo). E’ ancora ben visibile sulla facciata destra del Tempio la porticina, ora protetta da una vetrata. Anche dall’interno della Chiesa, davanti alla Cappella dedicata all’Immacolata Concezione esiste la possibilità di attingere acqua dalla citata cisterna.

Il vocabolo menz' o anche menzan' potrebbe derivare, con molto attendibilità, dal nome della divinità dei Messapi Menzana "pluvio".

Per tale operazione - trasporto acqua - erano necessari più viaggi per riempire a sufficienza u tin' (recipiente cilindrico in legno, in seguito, in metallo zincato munito di due manici per l'eventuale trasporto) oppure, u limm' (recipiente in creta smaltato senza manici). Con sapone morbido (consistenza marmellata) di colore marrone scuro, confezionato spesso in casa (con mòrchia d'olio d'oliva, cenere e calce in polvere), oppure acquistato (gr.50) dalla cosiddetta putèa, venivano lavati tutti i panni sul lavatoio, in dialetto lavatùr'. Nel frattempo sul fuoco a legna nel camino (non c'era ancora il gas), in un pentolone (busunètt') posto sopra a nu' tripièd' veniva riscaldata altra acqua. Per pura curiosità Ceglie era rinomata per la produzione di quel tipo di sapone. Esso era commercializzato in tutti i paesi vicini. Esiste ancora nella nostra città la famiglia che da questa industria ha mantenuto il soprannome (li sapunàr').

U' lavatùr', era formato da un pezzo di legno rettangolare scanalato sul davanti (tipo gradini) con la parte superiore sagomata dove poggiava il ventre della massaia.

I panni così lavati e strizzati venivano adagiati ben stesi e con cura, uno sopra l'altro, in un contenitore (grast') in creta a forma di cratere munito di un foro alla base, sigillato da un pezzo di legno appositamente sagomato detto pruvett' o di altro materiale (stoffa), chiamato futùr'. Quando la grast' era stata riempita, sull'ultimo strato dei panni veniva adagiata una tela detta cinalir', veniva cosparsa cenere fredda raccolta al momento, quindi versata acqua calda fino al completo riempimento del recipiente, o a copertura della stessa biancheria.

Il giorno successivo, sempre di buon mattino, si toglieva la pruvett', si recuperava quell'acqua (lissìj) che la si utilizzava per lavare i panni colorati o lavare i pavimenti.

A questo punto la biancheria veniva risciacquata e stesa a sciorinare al sole appesa ad una corda tirata da una parte all'altra della strada, oppure, ad un filo di ferro steso da un balcone all'altro (ancora in auge in alcune zone della vecchia Ceglie). Usanza esclusivamente meridionale (vedi Napoli, quartieri spagnoli). Quei panni risultavano, poi, bianchi e profumati di pulito tanto da fare l'invidia all'odierna massaia che utilizza la lavatrice e i detersivi moderni.

La successiva operazione di stiratura veniva fatta con un ferro da stiro alimentato a carbone, cioè si riempiva il ferro di carboni ardenti e quando lo stesso risultava ben caldo poteva essere utilizzato per quella operazione.

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22 settembre 1901, il nubifragio di Ceglie

        Circa un secolo fa (22 settembre 1901) Ceglie fu colpita da un nubifragio di inaudita portata e violenza. Se si fosse verificato in questi ultimi anni la colpa sarebbe stata addossata al buco di ozono o ad altro evento climatico.

Era il mese di settembre, molto caro ai noi cegliesi perché oltre che periodo di villeggiatura, era anche il tempo della raccolta dell'uva, dei fichi, delle mandorle, ecc. Per questo motivo molta gente di ogni ceto sociale risiedeva ancora nelle campagne circostanti.

In poche ore l'acqua raggiunse un livello preoccupante tanto che le persone furono costrette, per non annegare, ad arrampicarvisi sui tetti delle casedde (= trulli), sugli alberi più alti, stringendo fra le braccia i bambini. L'acquazzone fu talmente violento ed improvviso che la gente non ebbe il tempo materiale di poter raggiungere qualche sito situato a quota più alta.

La contrada più battuta dal nubifragio fu la nota "padula di Campo d'Orlando".

Dalla città si organizzarono e partirono i soccorsi composti in genere da personale militare (Carabinieri e Polizia), ma anche da semplici cittadini desiderosi di aiutare la povera gente che era rimasta prigioniera di un mare di acqua e di fango.

A quei tempi, centodieci anni fa, Ceglie aveva la sua Pubblica Sicurezza.

Tra i tanti soccorritori si distinsero per coraggio, abnegazione e senso del dovere i due Carabinieri (Abramo Brocchini e Antonio Ricupero) e il delegato di Pubblica Sicurezza (Pompeo Pisciotta), i quali furono poi decorati di Medaglia d’Argento al Valore Civile con la stessa motivazione qui sotto riportata.

Questa mia vuole invece ricordare i due coraggiosi civili, nostri concittadini, che senza alcun tentennamento, misero a repentaglio la loro vita per soccorrere i malcapitati.

Erano Angelo MARRAFFA, calzolaio e Vito Nicola INTRANOVA, barbiere.

Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III, con decreto datato 1 maggio 1902, conferì loro la Medaglia di Bronzo al Valore Civile con la seguente motivazione:

"In occasione di violento nubifragio dettero prova di coraggio ed elevato sentimento filantropico, salvando con manifesto rischio della vita, alcune persone che stavano per perire".

 

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SANTA FILOMENA    

     L’affresco meglio conservato nell’ex Cappella di Sant’Antonio Abate, dai cegliesi conosciuta come “Sand’Anduèn”, ora complesso di ristorazione, la meglio nota “Osteria dei Santi” in via Porticella, nel Borgo medioevale, ritrae Santa Filomena.     

     Nell’affresco in argomento la santa è coronata, ossia ha sulla testa una corona. Mi risulta che solo la Madonna viene coronata, mentre ai Santi viene posta l’aureola, si potrebbe quindi attribuire la sua coronazione al fatto che era ritenuta figlia di un re della Grecia e di madre pure essa di sangue reale. Filomena, in greco, ha il significato di “amata”.    

    Ai piedi dell’affresco, di cui ci stiamo occupando, sono riportate due iscrizioni (esistono due affreschi sovrapposti), una, indica Santa Filomena, l’altra, illeggibile. Ma, nel XVI secolo, la Santa era sconosciuta per la chiesa cattolica, infatti, fu il Papa Leone XII che dichiarò S. Filomena “Grande Taumaturga del sec. XIX”, seguì Gregorio XVI che nominò la Santa “Patrona del Rosario vivente” e le concesse il Culto universale.

    Da quanto sopra esposto possiamo dedurre che l’affresco di cui sopra potrebbe essere di epoca bizantina, anche se l’iscrizione riporta una data risalente al XVI secolo. L’abito che indossa Santa Filomena ed altri particolari sono di stile, decisamente, orientale.

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LE GRANGE O GRANCE CEGLIESI

Per Gràngia o Grància s’intende un’organizzazione benedettina, specialmente cistercense, di persone e beni economici, costituita inizialmente da edifici rurali sui terreni di un’abbazia per la custodia dei prodotti agricoli, ed in seguito (sec. XII) trasformata, per il lavoro manuale dei monaci stessi, in una piccola comunità monastica governata da un rappresentante dell’abate e una unità economica (fattoria) amministrata dal cellerario o monaco granciere; ampliata dalla popolazione laica dei salariati, contadini, pastori, piccoli artigiani, diede origine a villaggi rurali che conservano tuttora la denominazione originaria di Gràngia o Grància

Grància, termine francese grànge, grànche, latino tardo grànica, (grànum) nella Lex Baiuvariorum. Nel latino medioevale (a.1319), è documentato Gràntia “cascinale”. La voce è passata dal francese anche nello spagnolo e all’italiano meridionale.

Per Grància, nel Medioevo, si indicava dunque una coltivazione agricola dipendente da una Abbazia o da un Priorato; unità agricola organizzata nei possedimenti di un Ordine monastico.

Questo tipo di organizzazione a Ceglie, a quel tempo, più che Grància era meglio conosciuta con il termine “Beneficio” A tal proposito mi preme rammentare, soprattutto ai più giovani, che nella nostra città esiste ancora un rione ed una contrada rurale che porta quel nome (u’ benefic’).

Quel terreno deve essere stato di proprietà della Chiesa della Santissima Annunziata passato poi al Capitolo cegliese tanto che viene tuttora conosciuto con quell’appellativo.

Le più antiche chiese cittadine, pertanto, quali Sant’Anna, Sant’Antonio Abate, all’epoca meglio nota come Sant’Antonio di Vienna, nel dialetto cegliese “Sand’Anduèn”, SS. Annunziata, San Domenico, Chiesa Madre, e la stessa Chiesa di San Rocco  fruivano dunque di una Grància.

L’Abbazia benedettina di Sant’Anna, per esempio, disponeva, tra l’altro, “….della masseria in loco detto Paglionico e Marzano (o Manzano) di terre fattizie macchinose con chiusa, cisterna, arbori di pero, giardiniello ed altri membri e degli ortali detti di Sant’Anna e di San Nicola…..” “… con terre aperte quanto quelle chiuse, casella, pagliara et una cisterniola d’acqua…..” .

La masseria di cui sopra (Paglionico), il 7 aprile 1604, da documentazione in nostro possesso, risulta di proprietà di un certo Donato Appruzzesi. Fu proprio in quel tempo, infatti, composta una controversia tra il Capitolo di Ceglie e lo stesso Appruzzesi con sentenza della Corte di Ceglie.

Per la chiesa della Santissima Annunziata, il “Beneficio” era goduto dal Cardinale Giuseppe Spinelli, Arcivescovo di Napoli (1734-1752), “……al quale spetta(va) di provvederla di tutto il bisognevole…..”.

Tale Grància era composta da tutto il territorio dell’antica masseria “….dell’Insarti con 195 alberi di olivo……”  Ci saranno stati sicuramente altri terreni, case, censi appartenenti alla Grància di cui sopra, ma non ne siamo venuti ancora a conoscenza. Con molta attendibilità dovrebbero essere tutte quelle proprietà che in seguito furono del capitolo cegliese. Quei beni sono riportati in un decreto, del 1748, con il quale la Curia oritana autorizzava don Francesco Paolo Leone, Priore Generale del Capitolo della Collegiata di Ceglie ad alienare alcuni beni, a mezzo asta pubblica, per saldare un debito di 4.000 ducati dovuti dal Capitolo ad un certo don Giovanni Antonio Polaja di Martina. Il documento in argomento è importantissimo per la toponomastica della zona non solo, ma soprattutto risulta una fonte eccezionale di informazioni. Ci precisa, per esempio, che a quei tempi, a Ceglie esisteva la coltivazione del lino e la conseguente lavorazione di quel prodotto fino alla tessitura. Apprendiamo inoltre che nella cosiddetta Corsèa Sant’Antonio era ubicata una piscina utilizzata dalll’Ill.mo Signor Duca il quale pagava al Capitolo un censo annuo di grana 10.

Per raggiungere quella piscina (cisterna) fu scavato nella roccia un tunnel che partendo dai giardini del castello raggiungeva l’odierno Corso Garibaldi al civico 72. La cisterna in argomento è tuttora esistente.

La Grància della Cappella di Sant’Antonio Abate, era posseduta dal Clerico Giuseppe Oltavy della Terra Turris Paludarum (odierna Torrepaduli in provincia di Lecce) diocesi di Ugento.

Nel gennaio del 1748, Cappellano e beneficiario della Grància della citata Cappella era il Rev. Don Giuseppe Manfredi di Scorrano (LE), il quale era stato investito dal Cardinale Giuseppe Pignatelli, Arcivescovo di Napoli.

Il Cardinale Pignatelli era nato a Napoli il 6.2.1652 e costì morto il 5.12.1734, era stato, tra l’altro, anche Arcivescovo di Taranto dal 27.9.1683 e Nunzio Apostolico in Polonia fino al 1703

Il monastero di San Domenico, riconosciuto dallo stesso Ordine conventuale quale il più ricco del Regno, possedeva la masseria S. Pietro; il frantoio detto Forlèo, alcune mandrie di bovini, ovini e caprini, case, botteghe, ecc. .

L’ospizio, con l’annessa chiesa, gestita dai Padri Carmelitani di Martina era ubicato nelle immediate vicinanze dell’omonimo largo. Infatti a ricordo di quella struttura fu dato il nome a quel sito. Il numero di bisognosi che ricorrevano all’ospitalità caritatevole dell’ospizio deve essere stato considerevole, tanto che la fondazione ricevette ben presto donazioni e lasciti in case, terreni, censi. Il monastero aveva, per quanto di nostra attuale conoscenza, la Grància composta da un appezzamento di terreno dove ora insiste il complesso ospedaliero per neuromotolesi.

Il Collegio delle Scuole pie, possedeva, invece, tutto il terreno che dalla Porta di Giuso porta alla Stazione FSE, odierna via Bottega di Nisco, adibito ad orti e frutteto. Inoltre, il Collegio, pagava un censo annuo di 10 grana al Capitolo di Ceglie per il terreno dove qualche anno fa c’era la masseria di Insarti.

Infine il Capitolo della Chiesa Madre oltre alle proprietà dell’antica Abbazia di Sant’Anna e della Chiesa dell’Annunziata, possedeva anche un terreno utilizzato ad orti dove ora insiste il Banco di Napoli. Tutta quella zona dell’odierna via Balilla, infatti, è conosciuta con il nome di Orto del Capitolo.

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LE CEGLIE IN EUROPA

E’ doveroso iniziare la nostra ricerca soffermandoci per qualche minuto sul nome di questo nostro antichissimo Centro: CEGLIE. Che significato potrebbe avere questa parola?

La mia ricerca aveva  e ha tuttora  lo scopo di appurare proprio il significato della parola Ceglie. Intanto dovremmo prima di tutto appurare se quel vocabolo sia di origine Illirica oppure Greca o addirittura italica. Personalmente propendo per l’origine illirica. Con lo stesso identico nome, infatti, troviamo città, villaggi, un Monastero, un lago anche se artificiale e nomi propri di persone in Austria, in Croazia e in Serbia.Tutte le ricerche fin qui da me esperite sono risultate assolutamente tutte negative. Tutti gli studiosi contattati, anche oltre i confini italiani, non hanno saputo darmi una convincente spiegazione. Nessuno di costoro ha saputo darmi qualcosa in più  rispetto a quanto già sapevo, ovvero niente. Quale significato dunque potrebbe avere il nome “Ceglie” ? Sconosciuto a tutti.  Potremmo però supporre che quel nome fosse appartenuto ad un valoroso condottiero, oppure ad un  mitico eroe di quelle popolazioni illiriche o a un loro Capo carismatico o addirittura ad un loro dio. Non mi spiego allora perché città, paesi, villaggi,  monastero e finanche un lago portano questo nome. 

In  Europa, oltre alla nostra città, esistono altri paesi antichissimi e piccoli villaggi omonimi: Ceglie Messapica (Brindisi), Ceglie del Campo (Bari), Celje in Slovenia, Ceglie (proprio così, non è un errore di ortografia) ancora in Slovenia, poi, Celije in Croazia, Celije  in Serbia, altra Celije in Serbia, ancora un’altra Celije in Serbia, un Monastero di nome Celije sempre in Serbia e per finire il lago Celije in Serbia.

A fianco di ciascuna  città o villaggio con questo nome ho voluto inserire le coordinate geografiche con il preciso intento di non ingenerare confusione nel lettore. Da un particolareggiato studio possiamo rilevare che queste città e villaggi sono a distanze molto  ravvicinate fra loro e quasi tutte in territorio della ex Repubblica di Jugoslavia ad eccezione naturalmente delle due omonime pugliesi. Ciò potrebbe dimostrare che i nostri antenati messapi provenissero proprio da quei territori, ovvero, dalla non tanta conosciuta Illiria, la quale secondo gli ultimi studi occupava, a partire da nord, le coste delle isole dalmate, montenegrine e albanesi, ma si erano spinti anche nel nostro Salento.

Durante  la dominazione  romana la  nostra città era conosciuta come Cilium - Celium – Coelium – Caelia.  Essa è costruita su di un poggio sul fianco sud-orientale della Murgia meridionale, sulla linea ferroviaria Martina Franca – Ceglie  Messapica – Francavilla Fontana.

Mi preme ora esaminare, una per una, la storia di queste città e villaggi incominciando dalla nostra bella e antichissima Ceglie.

Ceglie Messapica (40°39’0” Nord – 17°31’0” Est), città dell’Altosalento, m.303 s.l.m., riferito al punto trigonometrico situato sulla torre normanna del castello, abitanti 21.370 al 1° gennaio 2012. In lingua greca era “Kailia”, con  la conquista romana avvenuta  nel  267 a.C. e con l’uso obbligatorio della lingua latina nelle province  romane, Kailìa fu romanizzata in “Caelia” (leggendo così come scritta dà lo stesso suono di Kailia); nell’alto Medio Evo fu “Cilia de gualdo”, nel periodo rinascimentale “Cilij do gaudo, e/o de galdo”; nel 1752, Universitas Terrae Cilii Gaudo (Comune della Terra di Ceglie del Gaudo). Con l’abolizione della feudalità (Decreto 2/4 agosto 1806) gli Amministratori comunali rimossero il predicato “Gaudo” lasciando il solo nome della città “Ceglie”; con R.D. del 1864 divenne “Ceglie Messapico”, infine, dal 1988, su Decreto del Presidente della Giunta Regionale Pugliese, dopo 124 anni, finalmente, fu apportata la modifica in “Ceglie Messapica” rendendo così giustizia alla grammatica italiana che vuole i nomi delle città al femminile. Testimonianze di scavi archeologici fanno risalire la nascita di questa città tra il VII e il VI secolo a.C. Nome degli abitanti “cegliesi”. Uno studioso di storia locale ha sparato la nascita di questa nostra città addirittura al XV secolo a.C.  Una rettifica da parte di costui sarebbe doverosa. 

Ceglie del campo (41°03’52” Nord – 16°51’56” Est), antico piccolo centro agricolo, dove nulla rileva l’esistenza di un importante centro storico, ora è un popoloso rione della città di Bari. Anticamente era conosciuta con il nome di “Caelia”.  Sì, così, proprio come la nostra città. Non si conosce come e quando nacque questa antica “Caelia”. Le prime sicure testimonianze risalgono al VI sec. a.C. Nome degli abitanti “cegliesi”, attualmente “baresi”. 

Celje (46°14’09” Nord – 15°16’03” Est), slovena, in tedesco pronuncia Cilli, è centro regionale della Bassa Stiria sud-occidentale parte slovena dell’ex provincia di Stiria. Entrò a far  parte della Slovenia  nel 1991 a seguito della cosiddetta “Ten Day war”,  in italiano, “guerra dei dieci giorni”. E’ la terza città della Slovenia, m.241 s.l.m., abitanti 48.081. In lingua slava è conosciuta come “Kelija”, in epoca celtica era nota come “Kelea”, durante l’Impero Romano “Civitas Celeia, Celea”, nel Medioevo fu “Cylie”,  mentre all’epoca di Federico II fu “Celje”. Alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX era conosciuta come “Celle”. “Celle” è anche un comune e capoluogo del Distretto di Celle, in Bassa Sassonia, in Germania. Questa città  tedesca (Celle) è situata sulle rive del fiume Aller, un affluente del Weser e ha una popolazione di 71.000 abitanti. Nel 985 d.C. il suo nome era Kiellu. Ritornando alla Celje slovena, ricordiamo che le prime attestazioni del nome a seguito di insediamento slavo includono Cylia, nel 452; Ecclesiae Celyana,  nel 579, era sede di un vescovado, come attestano gli atti di un concilio tenuto a Grado proprio in quell’anno; Zellia, nel 824; Cilia, nel 1.310; Cilli, nel 1.311 e Cellée, nel 1575. Il nome è di origine pre romana e la sua etimologia non è chiara. Nello sloveno dialettale, Celje si chiama Cjele o Cele. L’Enciclopedia Britannica del 1911, “Celje” viene ancora indicata con  il suo nome  tedesco “Cilli”. Durante  le grandi migrazioni del V e VI sec. la città venne saccheggiata. Nome degli abitanti, in sloveno “Celjani” = cegliesi,  al singolare “celjan” = cegliese, aggettivo “celjski”  = cegliesi.  

Ceglie (45°34’48” Nord – 14°10’ 02”Est), slovena, nella grafia identica alle due pugliesi. Ceglie,è un insediamento del comune di Villa del Nevoso in Slovenia (in latino Bistertia Illyrica, in sloveno, Illirska, in tedesco Illyrisch Feistritz), m. 594 s.l.m., 64 (2002) abitanti, diocesi di Capodistria (Koper in sloveno, Kopar  in croato), fino al 1924 era comune autonomo della provincia di Fiume, poi, nel 1924, fu annesso al comune di Primano (Pola) e, nel 1947,con  l’annessione alla Jugoslavia, entrò a far parte con il comune di Primano del comune di Villa del Nevoso. Notare il termine Illyrica. Nome degli abitanti “cegliesi” (si, proprio così, come fosse italiano). 

Celije (45°26’18” Nord – 18°48’20”Est), piccolo villaggio vicino a Trpinja in Croazia. Esso viene indicato, a volte, anche CELIJA; è situato nella parte orientale della Croazia a ovest della Trpinja e a sud dell’aeroporto di Osijet. Popolazione 121 abitanti al censimento del 2011. Il villaggio fa parte della contea di Vukovar – Sirmia comune di Trpnia.  

Celije (43°19’86” Nord – 22°10’17” Est), villaggio situato nel comune di Gadzin Han in Serbia. Secondo il censimento del 2011 il  villaggio ha una popolazione di 1.209 abitanti, mentre il comune (Gadzin Han) ne ha 8.357. 

Celije (43°24’51” Nord – 21°10’35” Est), altro piccolo villaggio serbo nel comune di Krusevac. Esso ha una popolazione di 268 abitanti, mentre il comune al censimento del 2011 ne ha 73.479.

Celije, (44°21’ Nord – 20°11’ Est), villaggio serbo situato nella municipalità di Lajkovac. La città ha una popolazione di 3.023 abitanti.  

Monastero Celije ( 44°14’7” Nord – 19°52’9” Est), è un monastero serbo-ortodosso. Si trova vicino al fiume Gradac, a 6 Km. dalla città di Valjevo.  Fu fondato nel tardo XIII  secolo da Stephen  Dragutin. Oggi il monastero è circondato da alberi di alto fusto per cui non può essere visto da lontano. Esso è conosciuto per essere il monastero di San Giustino Popovic (1894 -1979). Il Santo fu canonizzato dalla Chiesa ortodossa serba nel 2010. Il Monastero è stato dichiarato monumento di grande importanza nel 1979 ed è protetto dalla Repubblica Serba.

Lago Celije (43°24’25” Nord - 21°09’57” Est), invaso artificiale sul fiume Rasina in Serbia. Il Rasina è un corso d’acqua nel centro-sud della Serbia, lungo 92 Km.,  scorre attraverso la regione di Rasina e sfocia nel Zapadna  Morava   vicino al villaggio di Makresane, comune di Krusevac. L’acqua di quel fiume viene utilizzata, tra l’altro, anche  per  le esigenze dell’acquedotto della città di Krusevac.

            Barbara di Celje (in croato e sloveno Barbara Celjska, in ceco Barbora Cellska, in ungherese  Cillei Borbala), nacque nel 1392, morì a Melnik nel 1451, fu Imperatrice del Sacro Romano Impero, Regina di Ungheria e Boemia. Fu sepolta nella Cattedrale di Praga. 

Celija,  è anche  il nome di una donna appartenente ad una comunità ”Rom” di origine slava insediatasi in Austria alla fine del 1943. 

All’epoca dei coloni greci le prime tre città avevano all’incirca lo stesso nome Kailìa (Ceglie Messapica e Ceglie del campo, Kelija, Kelea (Ceglie slovena), uguale Kalum, che, secondo alcuni studiosi, tutte con  il significato di “comunità”); in epoca romana erano Caelia, Cilia (Ceglie Messapica e Ceglie del Campo), Celeia, Celea (Celje slovena). Il vero significato del nome era “cella”

Desta stupore come il nome di queste città scritte con caratteri della lingua del posto (slovena, croata, serba, italiana o tedesca) danno, nella pronuncia, lo stesso suono. 

E’ davvero sorprendente l’affinità dei nomi tra queste antichissime città e villaggi, tra l’altro, molto lontani dalle nostre due pugliesi. Eminenti studiosi del settore riconoscono però che le popolazioni di etnia messapica provenissero tutte da quella regione conosciuta con il nome di Illiria. Anche le città omonime slovene, croate e serbe sembrano che siano state fondate da quelle popolazioni. La capitale di quell’antico popolo degli Illiri, storicamente conosciuta era Shkodra o Shkoder  in albanese, Scodra in latino, Skodra in greco antico, Scutari in  italiano. Essa secondo uno studioso inglese delle popolazioni balcaniche, fu fondata nel II sec. a.C. Alcune fonti che passano per la maggiore, affermano che Scutari fu fondata tra il IV e il V sec. a.C., altre, invece, tra il VI e il VII secolo. Tanto per doverosa informazione.

Oltre alla somiglianza dei nomi sorprendono anche i colori dei rispettivi Gonfaloni: giallo – azzurro, per le città slovene, azzurro - giallo per la città croata, giallo – celeste, per la città messapica.

I primi insediamenti umani nelle nostre tre città apparvero tra il VII e il VI sec. a.C. Nelle necropoli venute alla luce, le sepolture sono tutte per inumazione, ma compaiono raramente anche quelle a incinerazione. Il rito funerario per eccellenza è quello dell’inumazione. La deposizione del corpo del defunto viene posto in fosse scavate nella terra. La posizione del defunto è variata molto nel corso dei secoli. Nella fase più antica è inumato su un fianco in posizione rannicchiata con le gambe e le braccia piegate e con il viso rivolto a oriente, mentre sei secoli successivi la sua posizione è quella supina con braccia e gambe distese.

L’Amministrazione comunale cegliese potrebbe mettere in cantiere un eventuale gemellaggio con  le omonime città slovene, serbe e croate. 

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PRESUNTA VENDITA Delle terre di CELIE DE GUALDO NEL 1361

documento antico "Atto notarile n°55, fasc.24, Anno 1361" - Biblioteca "A. De Leo" di Brindisi                                                         

            Die quartodecimo mensis Madij XIIIJ Indictione Brundusij Reverendus in Christo pater et dominus frater Pinus magister in sacra pagina miseratione divina Archiepiscopus Brundusinus et Horitanus et Magnificus et Potens vir dominus Franciscus de Sancto Severino miles de celebrando contractu venditionis totius et omnis huris et actionis ac eius proprietatis ac tituli et possessionis seu qui cuiiunscumque quas et que dictus dominus Archiepiscopus habebat et habere poterat ratione dicte sue Maioris Ecclesie Brundusine et eadem sua Ecclesia vigore quosdam privilegios papalinos seu quocumque alio jure ratione vel causa in terra sei villa Cilij de Gualdo iniende inter ipsum dominum Archiepiscopum venditorem et dictum dominum Franciscum emptorem tractato dudum inter eos in presentia infrascriptorum testium ad hoc specialiter vocatorum et rogatorum ad invicem simil(i) voluntate devenerunt ad infrascripta conventiones conditiones et pacta

Videlicet

quod dictus dominus Archiepiscopus pure et liberaliter cum voluntate consensu et auctoritate sui Capituli predicte sue Maioris Ecclesie Brundusine vendat alienet et tradat  dicto domino Francisco pro se et eius heredibus et successoribus omne et totum jus prefatum ac actionem et causam proprietatem et titulum ac possessionem seu quasi quamcumque quas habebat et habet ratione dicte sue Maioris Ecclesie Brundusine in dicta terra Cilij cum hominibus et vassallis, silvis nemoribus, aquis, pascuis, juribus et pertinenciis suis pro florenis aurej mille computato quolibet floreno pro tarentis sex in carlenis argenti duobus per tar(enum) computandis, quos florenos mille confitebur recepisse et habuisse a dicto domino Francisco de propria sua pecunia pro vendicion(e) predicta quodque de vendicion(e) ipsa faciet dicto domino Francisco publicum instrumentum cum debitis et opportuni clausulis ad consilium sapientum ipsius domini Francisci reservando in ipsa vendicion(e). regio et reginali beneplacito et assensu impetrando ad p….la….expensas (……) ita quod dictus dominus Archiepiscopus et eius successores non teneantur de em[p]tione domino Francisco prefato jus ad id quocumque in contrarium ducant non observet reservata quaque dicto domino Archiepiscopo et suis succes(sores) non teneantur de evition(e) domino Francisco prefato iur(e) ad id quocumque in contrarium dictant(e) non obstante, reservata quoque dicto domino archiepiscopo et eius successori bus in perpetuum reddecima victualium quorumcumque dicte terre Cilij exhibenda anno quolibet in perpetuum dicto domino Archiepiscopo et eius successoribus.
Et modo dictus dominus Franciscus recipit presencialiter et manualiter et confitebitur se recepisse et habuisse in depositum et nomine depositi a predicto domino Archiepiscopo de propria pecunia sua florenos aurj mille computato quolibet floreno pro tar(enis) sex in carlenis argenti duobus per tar(enum) computatis restituendos et resignandos dicto domino Archiepiscopo et eius successoribus per predictum dominum Franciscum vel eius successo rum sine lite et controversia ac mora qualibet et defectu, et proinde dictus et proventus casalis Bucetine cum ho minibus et vassalis, iuribus et pertinentiis suis quod dictus domini Franciscus pro parte domine Magnifice domine Ysabelle consortis ipsius domini Francisci habebat tenenbat et possidebat in provincia Terre Ydronti, quodque dictus dominus Franciscus curabit et faciet quod ad omnem requisitionem dicti domini Archiepiscopi vel eius successorum consentiet obligationi fructum redditum et proventuum obligatorum dicti casalis et faciet dicto domino Archiepiscopo de predicto deposito publicum instrumentum ad consilium domini Archiepiscopi memorati.
acto et convento specialiter et expresse inter prefatum dominum Archiepiscopum ex una parte et dictum dominum Franciscum ex altera quod ubi contingat prefatum dominum Franciscum vel eius heredes et successores non posse regium et reginale debitum jmpetrare assensum confirmatem vendition(em) quia dicta venditio non valeat sine dicto consensu dictus dominus Franciscus vel eius heredes ac successores teneantur et debeant resignare dicto domino archiepiscopo vel eius heredibus et successori bus instrumentum depositi prefati et ex nunc in strumenta ipsa venditionis et depositi nullius sint efficace vel momenti, quodque si contingat dictum dominum Franciscum vel eius heredes et successores inquietari aut vexari et conveniri in judicio vel extra judicium per Magnificam mulierem dominam Comitissam Tochcii et venditio ipso facto dicto domino Francisco per predictum dominum Archiepiscopum non impugnar(e)t(ur), jura ipsius domine Comitisse que diceret se habere in dicta terra Cilij et dictus dominus Franciscus vel eius heredes et successores per ipsam venditionem archiepiscopalem non poterit se tueri nec sibi de aliquo proderit aut suffragatur tunc etiam dicta in strumenta hincinde resignentur nullis, cassi set irritis ut prefertur. et, ubi dicta vendition(e) Archiepiscopali repugnante juribus dicte domine Comitisse et per ipsam repugnantiam dictus dominus Franciscus cum dicta domina Comitissa devenirent ad aliquam concordiam per quam dictus dominus Franciscus vel eius heredes et successores revocent beneficium diminutionis seu allevacionis precij equivalent(is) dicte terre Cilij, ita quod ipsa diminucio seu alleviacio ipsius precii comunj extimacion(e) adscendat ad quantitatem florenorum mille et ultra in hoc casu dictus dominus Archiepiscopus vel eius erede set successores teneantur ad restitucionem depositi supradicti dicto domino archiepiscopo vel eius successori bus et ipse dominus archiepiscopus vel eius successores ex tunc libere utantur instrumento depositi supradicti contra dictum dominum Franciscum vel eius heredes et successores et bona. que predicta omnia et singula dicte partes convenerunt et promiserunt sub fide et sacramentis eorum habere et inviolabiter observare ac contra ea non facere .vel venire. Et in testimonium premissorum facta sunt exinde duo consimilia scripta quorum unum sigillatum et sub- scriptum subscriptione et sigillo dicti domini archiepiscopi, sit penes prefatum dominum Franciscum et aliud subscriptum et sigillatum subscriptione et sigillo dicti domini Francisci sit penes dominum Archiepiscopum memoratum ad certtudinem eorundem sub scriptum quoque subscrptionibus testium ipso rum subscrptotum ad hoc specialiter vocatorum et rogatorum.
Ego Abbas Pinus …………………illegibile

Ego Abbas Bartholomeus de Afflicto Canonicus Brundusinus testis sum
Ego judex Johannes de Magistri testis sum
Ego Judex Berardus judicis Georgij de Neriton predictis interfui et me subscripsi
Ego Angelus magister Goffredi testis sum
Ego Nicolaus magister Sanctori de Brundusii

Traduzione dal latino a cura del Prof. Damiano MEVOLI, docente di Storia e Letteratura latina presso l’Università del Salento di Lecce.

Il 14 Maggio della quattordicesima Indizione, a Brindisi, il reverendo in Cristo padre e fratello Pino, per divina pietà Arcivescovo di Brindisi e Oria, e il Magnifico signor Francesco di San Severino sono convenuti spontaneamente alla presenza dei sottoscritti testimoni, a ciò specificatamente convocati e richiesti, per stipulare fra lo stesso signor Arcivescovo, venditore, e il nominato signor Francesco, compratore, pubblico contratto di vendita – da tempo fra loro concordato – della proprietà, di ogni diritto, azione, titolo e possesso, ovvero, di qualsivoglia cosa il nominato Arcivescovo aveva e poteva avere a ragione di detta sua Chiesa Maggiore Brindisina – e la medesima Chiesa in virtù di privilegi papali ovvero a qualsiasi altro titolo e diritto – nella terra o meglio nella Contrada di Ceglie del Gualdo ai seguenti patti, convenzioni e condizioni:

Ovverosia

Che il signor Arcivescovo, presente liberamente insieme con la volontà, il consenso e l’autorità del suo Capitolo della predetta sua Chiesa Maggiore Brindisina venda, alieni e consegni a detto signor Francesco per sé e i suoi eredi e successori ogni diritto, azione, proprietà, titolo e possesso, ovvero, qualunque cosa abbia e ha in ragione di detta sua Chiesa Maggiore Brindisina in detta terra di Ceglie con uomini e vassalli, selve, boschi, acque, pascoli, diritti e loro pertinenze, per mille fiorini d’oro, computato ogni fiorino sessantatrè carlini d’argento, i quali mille fiorini egli dichiara di aver ricevuto ed avuto da detto signor Francesco per la predetta vendita, che farà con debite e opportune clausole per consiglio dei consulenti dello stesso signor Francesco.

Che il detto signor Arcivescovo e i suoi successori …per l’acquisto al predetto signor Francesco il diritto a ciò … al detto signor Arcivescovo e ai suoi successori (rendere) in perpetuo (vettovagliamenti) … della detta terra di Ceglie da consegnare ogni anno al detto signor Arcivescovo e ai suoi successori.

E di contro, il detto signor Francesco riceverà di persona e nelle sue mani e dichiarerà di aver ricevuto e avuto in deposito e a titolo di deposito dal predetto signor Arcivescovo per il predetto suo denaro mille fiorini d’oro, computato ogni fiorino per sessantatré carlini d’argento, da restituire e consegnare a detto signor Arcivescovo e ai suoi successori dal predetto signor Francesco o dai suoi eredi e successori a ogni richiesta di detto signor Arcivescovo o dei suoi successori senza lite e controversia e ritardo e mancanza. E per questo il detto signor Francesco obbligherà al signor Arcivescovo i diritti, frutti, redditi e proventi del Casale di Borgagne con uomini e vassalli diritti e pertinenze sue, che detto signor Francesco da parte della signora Magnifica donna Isabella, consorte dello stesso signor Francesco, aveva, teneva e possedeva nel [territorio] di Otranto, e che il detto signor Francesco curerà e farà che a ogni richiesta di detto signor Arcivescovo o dei suoi successori (si obbligherà a consegnare) il frutto, il reddito e i proventi di detto Casale di Borgagne a detto signor Arcivescovo per il predetto sunnominato deposito (secondo la decisione del ricordato signor Arcivescovo).

Per espressa e speciale convenzione tra il predetto signor Arcivescovo, da una parte, e il detto signor Francesco, dall’altra, il predetto signor Francesco o i suoi eredi e successori non possono impetrare il (regale) assenso dovuto per la vendita, poiché detta vendita non ha valore senza detto assenso, il detto signor Francesco o i suoi eredi e successori possano (ricredersi) e debbano annullare il debito a detto signor Francesco o ai suoi eredi e successori del predetto deposito e la stessa validità della vendita e del deposito siano di nessun effetto e valore.

Ad ogni evenienza, si conviene che se il detto signor Francesco o i suoi eredi e successori sono sollecitati o vessati e chiamati in giudizio o extra giudizio dalla Magnifica signora Contessa Di Tocco – e che la vendita stessa fatta al signor Francesco dal predetto signor Arcivescovo non lede i diritti che la stessa signora Contessa potrà dire di avere in detta terra di Ceglie -, e se il detto signor Francesco, o i suoi eredi e successori, a causa della stessa vendita arcivescovile non potrà difendersi né qualcuno potrà giovargli o difenderlo, allora tutte le cose qui dette invano saranno poi annullate e cancellate.

E se contrastando detta arcivescovile vendita con i diritti di detta signora Contessa e per lo stesso contrasto il detto signor Francesco con detta signora Contessa giungano a qualche accordo per il quale il detto signor Francesco o i suoi eredi o successori osservino una diminuzione ovvero uno (svilimento) del prezzo di detta terra di Ceglie, faccia salire la restituzione ad una somma di oltre mille fiorini in questo caso il detto signor Arcivescovo o i suoi successori dal … del sopraddetto deposito contro il detto signor Francesco o i suoi eredi e successori e beni.

Le quali cose predette, tutte e ognuna, convennero e promisero sulla parola e sui sacramenti di avere ferme e … osservare e senza dubbio … o venire e in largo e sotto … di detto signor Arcivescovo sia nelle mani del predetto signor Francesco e l’altro sotto e poniamo il sigillo … e con il sigillo di detto signor Francesco così … il signor Arcivescovo … del rotondo sotto anche al di sotto … dei testimoni che sotto … a ciò specialmente convocati e chiamati. E io al di sopra di Francesco di San Severino … i predetti patti … e di propria mano ho contrassegnato.

Io Abate Pino…………….illegibile
Io Abate Bartolomeo d’Afflitto, Canonico Brindisino, testimone.
Io Giudice Giovanni de Magistri sono testimone.
Io Giudice Berardo del Giudice Giorgio de Neri …
Io Angelo maestro Goffredi testimone.
Io Nicola maestro di Ottavio di Brindisi.

Precisazioni dello storico Pasquale Elia

Devo precisare, per doverosa informazione, che il foglio che stiamo analizzando è integro in ogni sua parte, non possiamo pertanto pensare perduta la data a causa di danni allo stesso.
Premetto che il rogito in questione (del 1361) non è un originale, né tanto meno una copia autentica, tutt’altro, trattasi invece di un semplice foglio di carta di formato rettangolare (cm.41x29) abbastanza consistente, ruvido, del tipo dell’odierno cartoncino, ripiegato in quattro parti, ben conservato, scritto in latino con inchiostro nero, calligrafia normale corsiva con molteplici contrazioni e svolazzi molto in voga all’epoca e rimasti in uso fino ad inoltrato XIX secolo. Le grafie dei testimoni sono identiche fra loro per cui devo ritenere che esse non sono assolutamente autografe. Tutto l’atto sembra che sia stato scritto dalla stessa mano, firme comprese.
Altri elementi che mi fanno dubitare della veridicità sono, primo fra tutti, la materia oggetto dell’accordo (compravendita di diritti feudali) tra le due parti, Pino, Arcivescovo di Brindisi e Oria e il miles (nessun titolo nobiliare – qualcuno ultimamente gli ha affibbiato addirittura il titolo di primo Duca di Ceglie. Il primo Duca di questa nostra città fu don Diego Lubrano nel 1641), Francesco di San Severino, alquanto strana per l’epoca (tarda età angioina) e, tra l’altro, quell’accordo non risulta abbastanza chiaro. Il Sanseverino e i suoi eredi e successori non potrebbero impetrare (il regale) assenso perché senza quell’assenso la vendita non sarebbe stata valida.

b.)- La Cancelleria: il certificato esplicita la presenza di un sigillo “dicti domini Francisci”. Se il Magnificus et potens vir Francesco di San Saverino, miles, possedeva un sigillo, doveva disporre pure di una sua cancelleria, come avveniva per gli altri Sanseverino.
Il Magnificus Francesco di San Severino miles non è connotato in alcun modo, cioè non è “duca di” o “conte di” o “signore di” o più semplicemente “filius”, è solo “ potens vir” : risulta pertanto molto più difficile identificarlo, poiché tutti gli atti ufficiali che sono stati pubblicati sui Sanseverino riguardano in genere coloro che hanno avuto la titolarità di feudi. Potrebbe essere però il figlio secondogenito o terzogenito o ultrogenito.
Il miles Francesco Sanseverino, proprio perché non poteva ereditare la titolarità dei feudi (potens vir), per garantirsi comunque degli introiti, avrebbe acquistato (secondo il rogito) quei diritti feudali che l’arcivescovo Pino aveva nella Contrada di Ceglie con i suoi uomini e vassalli, selve, boschi, acque, pascoli e loro pertinenze, ipotecando a sua volta i diritti, frutti, redditi e proventi del Casale di Borgagne (piccolo feudo nei pressi di Melendugno – LE), con uomini e vassalli, diritti e pertinenze sue, che detto signor Francesco da parte della signora magnifica donna Isabella, consorte dello stesso signor Francesco, aveva, teneva e possedeva nel (territorio) di Otranto.
Isabella, moglie del Sanseverino, era (secondo molti studiosi) la figlia di Guglielmo de Sabran, Conte di Loreto, di Celano e Governatore di Abruzzo  e Molise e di Francesca Celano. Era la vedova di Pietro di Tocco (detto Petrillo), 1° Conte di Martina.
Il certificato notarile che stiamo analizzando proviene dalla cancelleria del Sanseverino o da quella dell’Arcivescovo? Proviene proprio dall’archivio della Curia brindisina. E se fosse per davvero un atto notarile, perché non esplicita nel testo, come di regola, il nome del notaio estensore dell’atto? (vedi quello redatto a Ostuni nel 1100). Infine manca la firma del notaio e il “signum tabellionis”, ossia il sigillo notarile, oltre che il sigillo sia dell’arcivescovo (sigillo dicti domini archiepiscopi) che del signor Francesco Sanseverino (sigillo dicti domini Francisci).Eppure l’apposizione dei sigilli è esplicitamente riportato nell’atto. Non possiamo considerarla nemmeno una dimenticanza. Mi viene da pensare quindi che potrebbe non essere un “pubblicum istrumentum”, anche se nell’atto è riportato testualmente “pubblico contratto di vendita….”.

c.)- La moneta: dalla presunta vendita di Ceglie da parte del “…reverendo in Cristo padre e fratello Pino, per divina pietà Arcivescovo di Brindisi e Oria e, il Magnifico signor Francesco di San Severino…” (riporto in italiano per comodità) per la somma di “mille fiorini d’oro, computato ogni fiorino sessantatre carlini d’argento…”. Nell’attestato si fa dunque riferimento a fiorini d’oro e a carlini d’argento. Il carlino era certamente una moneta a corso legale nel ‘300. Esso, infatti, moneta d’oro e d’argento, fu coniato nella zecca di Napoli da Carlo I d’Angiò, nel 1278. E perché proprio i fiorini? Il fiorino era una moneta fiorentina coniata per la prima volta in argento intorno al 1180. Fu anche coniata in oro, nel 1252 e fino al 1553, si diffuse in tutto l’occidente come moneta internazionale.
Per ultimo l’uso del termine Magnificus, (Magnificam domine Ysabelle), a parere di emeriti studiosi, il vocabolo in questione non ha riscontri nel ‘300 pugliese. Esso venne diffusamente usato durante il periodo rinascimentale, mentre il documento vorrebbe essere del tardo periodo angioino (1361).
Intanto, grazie al Prof. Pasquale Cordasco, uno tra i relatori al convegno, scopriamo che i documenti sono due : uno a firma autografa – scrive Pasquale Cordasco - di Francesco Sanseverino, “destinato all’arcivescovo” e, l’altro, afferma lo scrivente del Reverendus in Christo pater et dominus frater Pinus, destinato al Sanseverino. Ma perché entrambi gli atti si troverebbero custoditi proprio nell’archivio della Curia brindisina? Quello a firma del prelato non dovrebbe trovarsi nelle mani del Sanseverino? Egli era feudatario di Nardò, Gallipoli e Copertino; era terzogenito figlio maschio di Guglielmo, signore di Policastro, Sansa, Padula e Montesano.
La compravendita poi, andò a buon fine? Ceglie con tutte le sue pertinenze fu veramente venduta? Oppure quella compravendita, non avvenne realmente mai?
Alla luce di quanto sopra esposto i due documenti non potrebbero essere stati redatti ad hoc per accampare diritti sulla Contrada di Ceglie da parte della Curia brindisina all’atto della divisione delle due diocesi di Brindisi e di Oria? Come è possibile pensare che ad un notaio, anche se ecclesiastico, nella stesura di un atto così importante di compravendita gli possa sfuggire di riportare l’anno, il suo stesso nome e il sigillo notarile ? Quale valore legale avrebbe potuto avere un documento notarile così confezionato?
Alla luce di quanto sopra esposto posso nutrire ancora seri dubbi sulla veridicità del documento da me analizzato? I motivi che mi hanno spinto, alcuni anni fa sono qui riportati carissimo dott. Victor Rivera Magos, alla “………azzardata lettura critica fondata sull’analisi filologica di alcuni termini usati….”.
Ho sempre affermato che Sire Paganus padrone del Castello di Ceglie potrebbe essere stato un normanno poi convertito al cristianesimo. Quelle popolazioni all’atto della loro conversione donavano alcune loro proprietà alla Chiesa e il feudo cegliese potrebbe essere stato ceduto alla Curia brindisina. E’ una ipotesi. Forse questo il motivo per cui i presuli di Brindisi accampavano diritti sul territorio di “Celie de Gualdo”. Un antico privilegio emesso a Velletri dal Papa Lucio III, il 2 gennaio 1183, con il quale concede il “Pallio alla Villa (inteso come villaggio, paese, città) di Celie e non alla Basilica di Sant’Anna”.Non conosco per quale motivo fu riservato questo antico privilegio a Celie de Gualdo.
E’ giusto e quanto mai opportuno precisare però che i personaggi menzionati nel documento sono tutti storicamente vissuti in quel periodo. Per finire, quel 1361 potrebbe essere anche il 1376. Anche sotto questa data tutti i personaggi menzionati risultano ancora tutti in vita.

(*) L’indizione era il modo di indicare l’anno e veniva principalmente usato dai notai ecclesiastici; aveva cadenza quindicennale, ossia ogni quindici anni ricominciava daccapo. Secondo il computo romano, nel XIV secolo, la XIV indizione corrispondeva agli anni: 1301 – 1316 – 1331 – 1346 – 1361 – 1376 – 1391. Il calcolo è semplice. Si aggiunge tre alla data considerata e si divide per quindici, il resto che si ottiene è l’indizione, in mancanza di resto l’indizione è XV.

Studio particolareggiato sui personaggi

PINO O PIETRO GISO (all’epoca arcivescovo di Brindisi e Oria), nacque a Genova, appartenente all’Ordine dei Predicatori (domenicano), già vescovo di Ventimiglia fu trasferito a Brindisi il 2 novembre 1352 dove assunse la carica di Archiepiscopus Brundusinus et Horitanus e vi rimase fino alla morte avvenuta nel 1378.

PIETRO II DI TOCCO, (detto Petrillo + post 1364/1377), riceve, nel 1353, da Giovanna I d’Angiò (1343-1380) Martina e i feudi sull’isola di Corfù ; viene, nel 1364, decorato con il titolo di Conte di Martina ; sposa, ante 13.4.1359, in seconde nozze Isabella de Sabran, figlia di Guglielmo Conte di Celano, Governatore di Abruzzo e Molise e di Francesca dei Conti di Celano (estratto da Famiglie Nobili Napoletane). Tutti gli studiosi unanimemente concordano nell’affermare che la morte di “Pietro di Tocco” è avvenuta molto dopo il 1364, ovvero tra il 1364 e il 1377.

ISABELLA de Sabran, nell’atto notarile che abbiamo minuziosamente analizzato in ogni sua parte, viene conosciuta quale ...Magnificam mulierem dominam Comitissam Tochij… “La Contessa Isabella”, per fregiarsi del titolo di “Contessa di Tocco” (cognome del suo primo marito) dovremmo far risalire la sua vedovanza successiva all’anno 1364, anno in cui Pietro di Tocco ricevette l’investitura di Conte su Martina. Alla luce di quanto sopra, quindi, la “Contessa Isabella di Tocco” non può avere convolato in seconde nozze con il Potens vir (così viene indicato nell’atto) Francesco Sanseverino prima della morte del suo primo marito avvenuta tra il 1364 e il 1377. Il nostro rogito (si dice del 1361), se fosse vero, dovrebbe risalire, quanto meno, ad una data posteriore al periodo 1364/1377.
Per il Prof. Pasquale Cordasco, invece, trattasi della “magnificam mulierem dominam Comitissam Terlicii” Isabella, figlia di Filippo Misbano, nominato duca di Calabria da Luigi di Ungheria, che fregiandosi del titolo di contessa di Terlizzi, il 3 novembre 1352 acquista un uliveto sito nei dintorni della città (Le pergamene della Cattedrale di Terlizzi 1266 -1381) E perché non pensare che quel Celie fosse riferita alla Ceglie vicino Bari?

FRANCESCO SANSEVERINO. Il Magnificus Francesco di San Severino miles, terzogenito figlio maschio di Guglielmo, signore di Policastro, Padula, Sansa e Montesano, non è connotato in alcun modo, cioè non è “duca di” o “conte di” o “signore di” o più semplicemente “filius”, è solo “potens vir” Sposa Isabella de Sabran, vedova di Pietro II di Tocco, Conte di Martina (non si conosce la data del matrimonio, comunque certamente dopo l’investitura di Pietro II di Tocco con il titolo di Conte su Martina avvenuta nel 1364.

 

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LA DUCHESSINA ISABELLA NOIROT

IL 25 luglio 1624 Cesare LUBRANO acquista il feudo di Ceglie, per la modica somma di ducati 54.800 da un certo Camillo Del Pozzo.
Lubrano era una famiglia napoletana di origine popolare. Nella insurrezione di Napoli del 1647 il popolo le bruciò le case e sperperò i tesori che la famiglia teneva nascosti nel Convento dello Spedaletto
Nel 1630, il giovane don Diego Lubrano, fece costruire, a sua cura e spese, nella Chiesa Madre di Ceglie, una Cappella (altare delle navate laterali) dedicata al Patrono della nostra città, Sant’Antonio da Padova, riservandosi, come era abitudine a quei tempi, lo Jus Patronatus, ossia il diritto di farsi ivi seppellire.
A titolo di cronaca, lo Jus patronatus della famiglia nobile o comunque economicamente agiata, era trasmissibile agli eredi e per questo sopravvissuta fino all’ultimo rappresentante, quando, con la morte di questi, passava alla consorte o ad altre famiglie con cui era apparentato, se non a decretarne, con il placet dell’Autorità ecclesiastica, la soppressione del beneficio e la vendita dei cospicui beni ad esso attribuiti per volontà del fondatore o di suoi congiunti.
Nel 1639, Cesare Lubrano cedette le Terre di Ceglie al figlio Diego, il quale il 21 settembre 1641, ricevette, con diploma dato a Napoli, il titolo di Duca su quel feudo. Da quella data il possedimento fu trasformato da baronia in ducato. Don Diego fu dunque il primo duca che Ceglie del Gaudo (nome di Ceglie a quel tempo) abbia avuto.
Il rampollo della famiglia Lubrano (don Diego), aveva sposato la giovane Isabella Noirot la cui famiglia era di origine belga, infatti, la ragazza sembra che fosse nata nelle vicinanze di Anversa.
Il 30 ottobre 1641, la duchessina, così viene indicata nella documentazione del tempo, morì improvvisamente.
Alcuni affermano per complicanze sopravvenute durante il parto per la nascita del figlio Domenico, altri per infarto del miocardio od ictus cerebrale, ma, allo stato degli atti, non abbiamo alcuna documentazione probatoria. La cosa certa è che nella sagrestia dell’odierna Chiesa di San Domenico troviamo il sacello della nostra giovane duchessa Lubrano.
Personalmente non sono per niente convinto che la duchessa Isabella possa essere stata tumulata in quel sito quando sappiamo, per certo, che undici anni prima il marito aveva fatto costruire una Cappella nella Chiesa Madre.
Ma perché dobbiamo credere che la giovane duchessa, amata e rispettata dalla popolazione cegliese, possa essere stata seppellita proprio in quella Cappella, che all’epoca, non era idonea nemmeno alla celebrazione del Sacro Rito, per mancanza delle cose necessarie da potersi celebrare il Santo Sacrifico?
A mio parere, la duchessina fu seppellita nella Chiesa principale di Ceglie, ossia la Chiesa Madre, sotto l’Altare fatto costruire alcuni anni prima dal marito e, quando questa fu abbattuta, nel 1871, per costruirla più grande e più bella, la tomba fu traslata nella Chiesa dei Padri Cappuccini, unitamente a quella di Fabrizio Sanseverino. Questo è certamente il motivo per cui alcuni storici, nei primi anni dello scorso secolo, affermarono che la tomba dei duchi di Ceglie fosse ubicata nella Chiesa dei Cappuccini.
La lapide collocata nella odierna sagrestia della Chiesa di San Domenico riporta: “……….in memoria dell’ottima consorte pose”. E perché non qui giace, qui riposa, come normalmente si usa ancora ai nostri giorni.
Don Diego Lubrano, non si rassegnò mai alla prematura scomparsa della giovane e amata moglie, tanto che da quel momento egli intraprese una vita molto disordinata, tanto disordinata che a richiesta (del nipote) don Cesare Lubrano e suoi congiunti, diversi magnifici testimoni, dichiarano e testificano descrivendo la vita disordinata condotta dal Duca di Ceglie don Diego Lubrano morto nel settembre del 1658.
Don Cesare e Donna Caterina Lubrano, duchessa di Ceglie ed alcuni cittadini della Terra di Ceglie testificano per atto pubblico alcuni avvenimenti storici a tutela ed interesse della famiglia Lubrano. 
Il caro Diego deve averne combinato di tutti i colori se proprio i famigliari vollero tenere le debite distanze.

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