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REPORTAGE GIORNALISTICI SULL'ALTOSALENTO



Tra torri e grotte, meraviglie dell'Alto Salento di Isa Grassano   " LA REPUBBLICA" del 26 aprile 2017

Puglia. Tra Carovigno, Ceglie Messapica e San Vito dei Normanni, una visita letteralmente "sopra" e "sotto", dell'area che fa capo all'area protetta di Torre Guaceto

«Torre Guaceto è un posto magico». Lo ha ripetuto più volte la cantante Elisa che ha girato il video clip del suo successo "Bruciare per Te" tra queste spiagge, passando per le ampie di sabbia, alle rocciose con alghe nere. «Sembrava uno scorcio di Cornovaglia, un paesaggio nordico», ha detto. E chiunque arrivi qui, in quest'angolo di Alto Salento - sia se c'è il sole o una leggera pioggerellina, perché capita che piova anche in Puglia - resta affascinato dal paesaggio. Si avverte subito di essere "altrove", lontano nel tempo. Un altrove che ti colpisce per immagini: lo sguardo spazia da una parte sul verde della pianura e dall’altra sull’azzurro del mare Adriatico. Siamo nell'Area Marina Protetta gestita dal WWF, in provincia di Brindisi, la Riserva Torre Guaceto, un paradiso di macchia mediterranea ancora intatto che corre lungo otto chilometri di costa (ingresso gratuito nel rispetto della natura). E nel mezzo spicca la Torre Aragonese Torre Guaceto (dà il nome all’intera aerea), una torre d'avvistamento a pianta quadrata, con tre caditoie con archetto per lato, costruita nel XIV secolo a opera di Carlo d’Angiò per contrastare gli sbarchi dei Saraceni.

All'interno conserva l’imponente installazione storico-artistica di una nave romana, utilizzata per il trasporto di olio e vino nelle anfore di terracotta e realizzata da uno dei più famosi maestri d’ascia in Italia, Mario Palmieri (visitabile su prenotazione). Tante le attività organizzate dal Consorzio di Gestione: escursioni guidate a piedi e in bici alla scoperta dei diversi habitat della riserva, attività subacquee (snorkeling e immersioni) per esplorare i ricchi fondali dell’area marina protetta e poi le lezioni di vela nella bella spiaggia di Punta Penna Grossa, Bandiera Blu. Presso il Centro Visite Al Gawsit (è la parola araba "luogo dell'acqua dolce" da cui deriva Guaceto, perché sorge nei pressi di un fiumiciattolo di acqua sorgiva) c'è il Museo della Riserva, dove ammirare virtualmente gli ambienti del parco. Si scopre pure che le acque sono ricche di tanti cavallucci marini, una rarità. Il territorio agricolo della Riserva è diventato pure protagonista di un progetto per la produzione de L’Oro del Parco, l’olio extravergine di oliva da agricoltura biologica da ulivi secolari della varietà Ogliarola Salentina.

Nei dintorni, si trova l'azienda Calemone, che insieme all’Ente Parco di Torre Guaceto e Slow Food Alto Salento ha deciso di tornare a valorizzare le coltivazioni storiche, tra cui il pomodoro fiaschetto in biologico, presidio Slow food, il cui nome si rifà alla forma ovale che ricorda vagamente un fiasco di vino. Per rilassarsi c'è la spiaggia di Pantanagianni con lettini e ombrelloni messi a disposizione dal Reverse Hotel, un hotel semplice ma accogliente in mezzo agli ulivi.

Una curiosità? Torre Guaceto grazie alla sua splendida posizione riesce a vedere tutte le altre torri del territorio di Carovigno. Sparse qua e là ce ne sono ben quattordici. Un'altra spettacolare da non perdere è Torre Santa Sabina. È una delle tre torri, in Italia, ad avere la Pianta Stellare detta anche “a cappello di prete” con i quattro spigoli orientati verso i punti cardinali e il coronamento merlato.

Ma come si comunicava tra gli "abitanti" delle torri? Durante le incursioni turche, Torre Guaceto e Torre Santa Sabina lo facevano attraverso un piccolo falò acceso dai soldati. Era quello il segnale di avvistamento per avvertire dell'avvicinarsi del nemico proveniente dal mare. Molte altre si trovano nel territorio di Carovigno, cittadina di origini messapiche (ritrovamenti ne accertano l’esistenza già nell’VIII secolo a. C.), che colpisce per il bianco abbacinante delle case e gli stretti vicoli. Tra queste, c'è Torre Gironda a forma circolare e in parte nascosta nell’abitato del centro storico. Al suo interno c'è un forno che un tempo riforniva il castello (da assaggiare dolcetti e taralli) o la Torre dell'Orologio, detta civica, perché a fianco c'erano le insegne civiche della città. Mentre si passeggia, si scopre all'improvviso la trecentesca Chiesa Madre dedicata all’Assunta. Una chicca è il rosone decorato che sembra un ricamo in pietra, su una navata laterale nascosta, testimonianza delle numerose trasformazioni urbane intercorse nei secoli. Il 21 giugno, giorno del solstizio d'estate, il sole di mezzogiorno "entra" in chiesa e proietta in chiesa la "fotografia" riflessa del rosone. E si arriva poi al castello Dentice di Frasso (ingresso gratuito) che si erge nella parte più alta e che si caratterizza per la torre a mandorla che ricorda la prua di una nave. Nel fiabesco cortile, ornato da ficus, palme e da quattro enormi platani centenari, si ammirano la torre angioina del XIV secolo e la scenografica scala dei Grifoni.  Da qui sono passati principi e personaggi illustri come Guglielmo Marconi. Persino Vittorio Emanuele III fece sosta di due notti durante il periodo di Brindisi capitale d'Italia. Una leggenda racconta che tra queste mura sia stato murato il corpo di una bambina, nata - attorno al 1600 quando erano Signori i Caputo - da una storia passionale al di fuori del matrimonio tra un signorotto e una donna della servitù. Qualcuno dice di avvertire anche la presenza di un fantasma, si pensa a quello della contessa Maria d'Enghien, che ha fatto costruire la seconda parte del maniero, che di tanto in tanto si rivela con rumori o accarezzando la spalla dei turisti che si aggirano nelle sale.

Omonimo è anche il castello della vicina cittadina di 
San Vito dei Normanni. Nel cuore del centro storico, deve il suo nome alla famiglia che ancora oggi vi risiede (per visite su prenotazione 339 2003758, costo dieci euro, anche bed & breakfast di charme). Ed è proprio il conte ad accompagnare durante la visita. Ci si aggira di stanza in stanza, ben trenta, da quella “delle udienze”, dove si riceveva il popolo per parlare delle problematiche del paese, alla stanza delle “delle Dame” con pavimenti in ceramica proveniente da Vietri, soffitti affrescati, e una collezione di corpetti dell'800. Dentro un mondo incantato, fuori l'incanto dei ritmi lenti, della gente che si ferma a chiacchierare all'aperto nella piazza dedicata a Leonardo Leo, un musicista del '700 nato qui, e più volte set cinematografico. Sono stati girati, tra gli altri film, L'Uomo Nero di Sergio Rubini e Latin Lover di Cristina Comencini. Fuori la tradizione delle rezze, le tende realizzate con composta da bacchette di legno parallele tra loro che si trovano su ogni porta per proteggere dal sole. Vengono decorate (molte a cura dell'associazione Amarezza) e diventano delle vere proprie opere d'arte. E non solo: “Rezza … palcoscenico di amori fugaci, di sguardi rubati. Nascondiglio per occhi indiscreti, dretu la rezza sveliamo segreti…", perché la tenda è un modo per sparlare senza essere visti, per osservare, dare giudizi. Così a metà agosto tra le "stratodde" (le viuzze) si celebra la festa della "rezzica" e tutti, dietro le tende, sono autorizzati a dire di tutto: il pettegolezzo corre più veloce che in rete.

Poco fuori l'abitato, vale una visita (su prenotazione) la cripta di San Biagio, in località “Jannuzzo”, santuario bizantino, posto al centro di un antico insediamento monastico, ricavato all’interno di una grotta scavata nel banco roccioso. Conserva un ciclo pittorico con scene cristologiche, unico nel meridione, e datato 1196: l’Annunciazione, la Natività, la Fuga in Egitto, la Presentazione al Tempio, l’Ingresso a Gerusalemme. Le pareti interne conservano scene della vita del santo titolare, episodi tratti dai Vangeli apocrifi e ritratti dei santi della chiesa orientale e occidentale. Per una pausa golosa a base di prodotti del territorio a km0, si va all’Ex-Fadda (www.exfadda.it), un ristorante sociale, il primo della Puglia, frutto di un progetto di inserimento lavorativo delle persone disabili. È stato ricavato in un vecchio stabilimento enologico in disuso, arredato con pezzi uno diverso dall'altro e tutto è in vendita, dalle sedie alle lampade, fino ai tavoli.

Di grotta in grotta e di torre in torre si arriva infine a 
Ceglie Messapica con la svettante Torre Quadrata del Castello Ducale, simbolo della cittadina e risalente all’anno Mille. Numerose le famiglie che si sono susseguite come dimostrano i diversi stemmi nobiliari, tra i quali i coniugi Giovanni e Aurelia Sanseverino. Alla duchessa Aurelia (l'unico suo ritratto è sull'ingresso della porta del castello) si deve anche l'arrivo dei domenicani che, insediatisi nel 1534, contribuirono alla vita religiosa e intellettuale del paese. Nel Settecento, i domenicani si trasferirono in un convento caratterizzato da un piccolo chiostro interno, oggi sede della Med Cooking School (forma giovani chef, in collaborazione con Alma), a ridosso del quale è ubicata la chiesa di San Domenico, gioiello dell'architettura barocca. Al MAAC (museo archeologico e di arte contemporanea) si ammirano i reperti - tra il VI e il III secolo a.C. - provenienti dal sottosuolo cegliese. Spazio anche all'arte contemporanea con la programmazione di mostre temporanee tra cui va menzionata quella del premio Emilio Notte dedicata al pittore futurista originario proprio di Ceglie. Ma Ceglie è anche terra di gastronomia con una selezione dei migliori ristoranti, tra cui Cibus: Lillino, il proprietario, è un appassionato e di ogni piatto racconta la storia e la provenienza dei prodotti.

Infine, appena fuori l'abitato si trovano le grotte di Montevicoli. Uno “scrigno speleologico” che ricorda le più famose grotte di Castellana, ma in versione ridotta: circa 60 metri di lunghezza. Si scende di pochi metri sotto il livello di calpestio e si è circondati da stalattiti, stalagmiti e colonne. La fantasia spazia attorno a queste forme carsiche, sembra di vedere persino un re magio sul cammello, forse perché condizionati da un presepe artistico esposto per tutto l'anno. Tutto intorno l’abbraccio di una campagna, che s’illumina con i riflessi argentei degli uliveti - alberi secolari, che viene voglia di stringere per ritrovare energia - e il verde delle altre colture. E tornano alla mente i versi di Pietro Gatti, poeta locale quando scrive: «un rametto tutto storto buttato a terra di pesco. In cima un mucchietto di fiori color di rosa. C'è un fringuello che gli vola intorno a saltelli tra una zona e l'altra. E gli occhi e il cuore s'empiono di luce».


 

Alto Salento, viaggio attraverso le eccellenze della Puglia   di Nadia Giammarco  da "Moto-ontheroad.it" ( Magazine on line) di Aprile 2017

Perdersi in Alto Salento. Un itinerario tutto da gustare in una Puglia generosa e fertile che cela in sé patrimoni culturali e artistici di rara importanza.

Toccheremo tre città nella provincia di Brindisi, durante il nostro viaggio in Salento, che a loro volta nascondono tesori tutti da scoprire, mentre la fioritura dei mandorli ci annuncia l’arrivo della primavera.

 Ceglie Messapica è il nostro punto di partenza, un posto meraviglioso non ancora intaccato dal turismo di massa come la vicina Ostuni, ma con la stessa atmosfera di una piccola città collinare pugliese. Il suo centro storico fatto di case rifinite a calce bianca, strade strette e continui sali scendi, è pieno di vita e tradizioni.

Varchiamo le mura antiche inglobate nel paesaggio urbano e, attraversando i vicoli serpeggianti, giungiamo senza quasi accorgercene al castello ducale. Visivamente si possono distinguere in esso due stili, in quanto la costruzione risale a due momenti diversi: la parte più antica, di cui fa parte una torre molto alta del periodo federiciano, e una parte successiva di cui ammiriamo la scalinata monumentale. Gli spazi interni del palazzo rinascimentale, realizzato in tufo pugliese intorno alla torre normanna, sono stati recentemente trasformati in spazi polivalenti comprendenti la biblioteca, con l’esposizione di alcuni preziosi manoscritti, e la pinacoteca dedicata al pittore futurista Emilio Notte originario di Ceglie Messapica. Da un balcone si può godere della vista sui giardini privati e sulla torre, oppure si può uscire su un terrazzino da cui osservare la facciata della Chiesa della Santissima Maria Assunta.

Nel nostro girovagare tra i balconi e le finestre attrezzate del cuore del paese ci accorgiamo presto di essere arrivati alla piazza centrale, il principale punto di aggregazione per gli abitanti e per i villeggianti di Ceglie. Siamo a piazza del Plebiscito. E’ evidente la recente risistemazione di questo spazio con una pavimentazione in pietra e lo stemma civico messo in risalto con dei sampietrini. La torre dell’orologio spicca nel mezzo della piazza e, dall’alto, sta a guardare i suoi cittadini che passeggiano con il giornale sottobraccio mentre si godono il clima mite.

Camminare, girovagare, visitare. Voi non sentite un certo languorino? Proprio qui in piazza del Plebiscito, praticamente di fronte alla torre dell’orologio, potrete scorgere l’insegna della Birreria Zanghett. Entrate e chiedete un panino cegliese, con un paio d’euro ci sta dentro pure una birra e gusterete una specialità locale. La ricetta prevede una rosetta farcita con mortadella, provolone capperi e tonno, il tutto condito dall’ottimo olio extravergine d’oliva locale; l’accostamento potrebbe sembrare azzardato, ma già dal primo morso ci ringrazierete del consiglio.

Se invece volete optare per una pausa in un ristorante, vi consigliamo il Cibus, nei pressi del castello. Oltre a piatti realizzati con passione utilizzando ingredienti del territorio dell’Alto Salento, troverete una piccola cantina in cui il proprietario detiene un vero e proprio tesoro: formaggi selezionati tra i migliori che il ricco territorio pugliese ha da offrire, una gioia per gli occhi, ma ancor di più per il palato. Il ristorante è stato ricavato ristrutturando un ex convento e l’ambiente, in cui predomina il colore bianco, è semplice ma accogliente.

Ci si accorge presto che in Alto Salento territorio cucina e cultura sono uniti da un legame indissolubile, questo ha fatto sì che, proprio qui, sia nata una realtà come Med Cooking School, diretta dalla Chef Antonella Ricci, frutto di una collaborazione tra l’amministrazione comunale e ALMA (scuola internazionale di cucina italiana). Questa scuola si pone come obiettivo quello di far formare dei cuochi in grado di far conoscere i prodotti di un territorio generoso, attraverso la sapiente lavorazione degli ingredienti. Alla preparazione di piatti tradizionali come le orecchiette i taralli e il biscotto cegliese si affiancano corsi di pasticceria, pasta fresca, pesce e di tutto ciò che l’area del mediterraneo ha di buono. I corsi sono diretti alla formazione di professionisti ma la med cooking school propone anche corsi per appassionati e operatori del settore.  Alla Med Cooking School abbiamo avuto la possibilità di metterci alla prova con la realizzazione di orecchiette e taralli, e di osservare il metodo di produzione del biscotto cegliese, presidio Slow Food dal 2010, a base di un impasto di mandorle uova e zucchero aromatizzato con buccia di limone, che racchiude un cuore di marmellata di ciliegie o uva. Ricoperto con glassa di zucchero o cacao per preservarne la morbidezza e conservarlo nel tempo, il dolce veniva consumato nelle feste importanti e durante i matrimoni.

Dopo una pausa in piazza, un panino e qualche biscotto, ci allontaniamo dal cuore della città e usciamo dalle mura perché non vogliamo lasciare Ceglie Messapica senza essere stati sul Belvedere del Monterrone, attraversiamo la porta omonima e raggiungiamo l’ampia terrazza da cui poter godere del panorama e scattare qualche foto sulla splendida Valle d’Itria. Lasciamo il paese con il suo centro storico denso di vita storia e tradizioni culinarie per andare a conoscerne le bellezze naturali.

Un breve tragitto di circa 5 minuti dal centro di Ceglie ci porterà a visitare un piccolo tesoro nascosto tipico della natura carsica che caratterizza questo territorio: le Grotte di Montevicoli. Questo sito naturale è stato recentemente oggetto di lavori di riqualificazione e messa in sicurezza che lo hanno reso più fruibile e gli hanno donato un aspetto molto gradevole con una passerella realizzata in materiali moderni ma che si fondono armoniosamente con l’ambiente naturale. Un percorso breve ma interessantissimo durante il quale si possono ammirare formazioni calcaree di raro fascino, caratterizzate da un colore rossastro tipico del terreno che abbiamo osservato durante i nostri spostamenti. Qui sotto la natura ci parla di lei e del tempo che scorre; ad esempio una stalattite spezzata racconta di sé attraverso i cerchi visibili sulla sua sezione, allo stesso modo in cui si può leggere l’età da un tronco d’albero tagliato. Ciò che si può visitare è solo una parte delle numerose ramificazioni esistenti, di cui alcune inesplorate, ed altre che sono tutt’ora oggetto di studi speleologici.

Lungo la strada che con le sue dolci curve immerse in una vasta area ricca di ulivi secolari ci porterà da Ceglie Messapica a Carovigno, osserviamo i tronchi di queste piante monumentali: sculture naturali frutto dell’avvicendarsi delle stagioni e degli anni. La Puglia ci ha già conquistati per i paesaggi, la cucina, le atmosfere: il suo asso nella manica è l’emozione che riesce a trasmettere. Questa terra e la sua gente sono capaci di un’accoglienza ineguagliabile.

La città di Carovigno è un insieme di viuzze e case candide che si incastrano, chiese con elementi architettonici di stili differenti e, protagonista incontrastato, l’imponente Castello Dentice di Frasso. Il castello, di origine normanna, appare come una massiccia fortificazione di forma triangolare i cui vertici sono contraddistinti da tre torri di forma diversa: una quadrata, una tonda ed una “a mandorla”. In questa cornice suggestiva veniamo accolti da un’intera squadra di sbandieratori con tanto di banda. Un’esibizione che racconta di amore per le tradizioni popolari, della partecipazione di questi giovani alla vita della città, della voglia di renderci partecipi e di condividere con noi la passione per i propri luoghi e per la propria storia. Durante l’esibizione rimaniamo rapiti dal momento. La musica, le bandiere rosse e blu e le coreografie si svolgono nel cortile del castello: una scenografia di scaloni, finestre, terrazzi e merlature che si incastrano tra loro a formare una vista d’insieme degna della scena di un film.

Intanto la mente ripercorre la leggenda della “Nzegna” ascoltata poche ore prima al Santuario della Madonna del Belvedere, una tradizione popolare e religiosa a cui Carovigno è intimamente legata e che celebra ogni anno il lunedì di Pasqua e il Martedì in città, ed il primo sabato successivo dopo la Pasqua, al Santuario. Il battimento della “Nzegna” (insegna mariana), in onore della Vergine S. Maria di Belvedere, è una tradizione che si tramanda di generazione in generazione e, proprio per questo, lo sport della bandiera, di cui abbiamo avuto una splendida dimostrazione, appassiona tanto la popolazione. La leggenda narra che un Signore di Conversano, colpito da una grave malattia, sognò una Matrona vestita con un abito stellato che gli suggerì, per guarire dalla sua grave malattia, di cercare la sua immagine dipinta in una grotta della contrada di Belvedere. Durante la ricerca di una vacca della propria mandria, avvenne il doppio ritrovamento: la giovenca era inginocchiata in una cripta proprio di fronte all’immagine della Madonna che gli avrebbe donato la guarigione. Preso dall’emozione della grazia ricevuta il mandriano legò un fazzoletto colorato al proprio bastone e lo utilizzò per attirare l’attenzione dei cittadini e comunicare loro l’accaduto. Il miracolo avvenne nella grotta scavata all’interno della chiesa del Santuario della Vergine S. Maria di Belvedere che si trova a pochi chilometri da Carovigno, sulla strada che conduce alla frazione di Torre Santa Sabina, sul litorale adriatico. Dal sagrato del santuario si può godere di un ampio panorama e ci si sente avvolti da una sensazione di quiete e spiritualità. Inaspettatamente, all’entrata della chiesa, subito sulla destra, si nota una ripida scalinata scavata nella roccia che sembra condurre nelle viscere della terra. Mano a mano che si scende in questa grotta di cui non si riesce nemmeno a vedere la fine, si apre uno spettacolo davvero suggestivo. Ci sediamo a contemplare l’affresco che ritrae la Madonna e la mente torna al racconto sulla nascita della “Nzegna”. Una vecchia leggenda narra che dalla cripta dove ci troviamo, un tempo, attraversando dei vecchi cunicoli, si arrivasse dritti fino al mare.

Ed è proprio verso il mare che vi vogliamo portare ora. Accompagnati da distese di ulivi secolari, ci fermiamo presso la riserva naturale di Torre Guaceto, un’oasi WWF che si può raggiungere solamente a piedi, in bici o con il treno navetta. In questa riserva molte spiagge sono balneabili, mentre che circondano la torre e la palude sono visitabili con il divieto assoluto di entrare in acqua, in quanto comprese nell’area marina protetta.

A Torre Guaceto scopriremo una forte interconnessione tra didattica e prodotti tipici: un lampante esempio di come il rispetto per l’ambiente naturale che ci circonda possa tramutarsi in una risorsa inesauribile. E’ grazie alla costante presenza dei volontari del WWF che custodiscono la Torre di avvistamento, garantiscono il rispetto delle regole e accompagnano i visitatori in questa area naturale, che la riserva rimanga intatta e possa essere fonte di studio costante. Si può visitarte la piccola mostra informativa all’interno della torre oppure andare a conoscere le tartarughe Caretta Caretta che sono in attesa di essere reinserite nell’ambiente naturale dopo la loro riabilitazione.
Ci troviamo immersi in una splendida riserva naturale marina che confina con un parco agricolo di ulivi secolari. Ma non solo: i laghetti salmastri presenti tra la vegetazione di canne e arbusti costituisce l’habitat ideale affinché gli uccelli migratori ne possano fare tappa durante i loro passaggi migratori verso sud.

Nella Riserva di Torre Guaceto anche l’agricoltura e la pesca sono sottoposte a regole molto rigide che tengono conto della salvaguardia della vegetazione, della fauna e che garantiscono la massima qualità del prodotto nel pieno rispetto dell’ecosistema. Fondamentale a tale scopo la collaborazione con l’organizzazione territoriale no-profit di Slow Food dell’Alto Salento (con sede a San Vito dei Normanni) che promuove l’importanza di un cibo di qualità, che racconti storia, tradizioni e cultura tipici di un territorio e che diffonda un consumo consapevole dei prodotti della propria terra.

Consigliamo ai buongustai di programmare una tappa presso l’Azienda Agricola Calemone per provare di persona alcuni dei tanti prodotti che le terre di Torre Guaceto sono in grado di regalarci. Ad esempio: chi di voi sa che alle origini il pomodoro era giallo? Se ci pensiamo bene proprio il nome ce lo suggerisce: pomo d’oro. Qui si coltiva il pomodoro giallo, e il suo sapore è molto diverso dal classico pomodoro rosso che siamo abituati a mangiare. Provate anche il Pomodoro Fiaschetto (presidio Slow Food) condito con l’olio extra vergine d’oliva tipico di questo territorio. Scoprirete sapori tanto diversi tra loro come diversi sono i paesaggi ricompresi in quest’area naturale.

Risaliamo ora la costa verso nord per una ventina di chilometri per raggiungere Torre Santa Sabina, particolare per la sua forma ottagonale a cappello di prete, i cui quattro spigoli sono orientati verso i punti cardinali. Una sorta di Rosa dei Venti. La tradizione popolare ci racconta che il suo nome deriva da una statua di Santa Sabina ritrovata proprio nelle acque di fronte alla torre, ritrovate da alcuni pescatori del luogo. Di certo c’è che Torre Santa Sabina è la principale stazione balneare della zona.

La particolare conformazione rocciosa dei fondali di questo tratto di costa, la rende impraticabile alle imbarcazioni, fatta eccezione per le poche barche di pescatori, quindi ne ostacola lo sfruttamento della pesca e la frequentazione da parte di naviganti “della domenica”. Si rimane incantati di fronte al blu intenso del mare che lambisce questo tratto di costa, il cielo impetuoso lo ha reso ai nostri occhi ancora più particolare. Madre natura si è fatta ampiamente perdonare per la giornata poco soleggiata.
Proprio in prossimità della torre vi consigliamo di fermarvi a mangiare dell’ottimo pesce fresco, non potrebbe essere altrimenti, nel ristorante Miramare di Michele. Piatti a base di pescato del giorno cucinati con semplicità in modo da far risaltare al massimo i sapori naturali. Una coccola per il palato.

L’Alto Salento ci sta meravigliando per la sua capacità di offrire una moltitudine di punti di interesse in grado di soddisfare segmenti diversi di domanda. Il mare, la natura, il cibo, la storia e le tradizioni. Come, ad esempio, a
San Vito dei Normanni.

Questa città funge da contenitore per un bellissimo castello nel suo centro storico, giovani capaci di rendere omaggio e valorizzare la propria città e, non ultimo, un insediamento rupestre come quello di San Biagio. Questo insediamento rupestre è uno dei più importanti della Puglia per il suo valore storico e artistico. Proprio in queste zone si insediò una comunita di monaci italo-bizantini, antecedentemente al XII secolo, che utilizzò queste cavità già precedentemente utilizzate nel IV secolo d.C. Si vennero a creare anche grotte contigue, utilizzate come ambiente comune, in cui si distinguono degli scavi usati probabilmente come giacitoi, oppure adibite a luogo di culto. La Cripta ovviamente è la parte principale dell’insediamento, in quanto vi si svolgevano i rituali religiosi. Di forma rettangolare con l’accesso posto su uno dei lati lunghi ha delle dimensioni di circa 13 metri di lunghezza e 4.50 di larghezza. All’interno si distinguono due diverse aree: una affrescata dove si celebrava il rito greco, e l’altra non affrescata riservata al popolo. In origine anche le entrate erano diversificate, una per il clero e l’altra per i fedeli, poi una venne chiusa e al suo posto troviamo una finestra. Molte notizie storiche relative alla Cripta son giunte a noi con una certa esattezza grazie ad una scritta posta proprio sul soffitto in corrispondenza della porta di accesso. Le pitture che possiamo ammirare sulla volta e lungo le pareti rappresentano un ciclo pittorico tra i più interessanti della Puglia, ispirati a modelli bizantini. Stando all’iscrizione greca riportata all’ingresso i dipinti risalgono all’ottobre del 1196 e sono opera del pittore Daniele. Le scene dipinte sulla volta e sulle pareti riguardano Scene cristologichee figure di Santi. Troviamo ad esempio sulla volta l’Annunciazione, la Fuga in Egitto e l’Ingresso di Gesù in Gerusalemme. Sulle pareti invece troviamo ovviamente San Biagio (rappresentato con gli animali guariti), San Nicola (con una epigrafe in greco e una in latino) e la Natività. Purtroppo questo luogo è stato oggetto di atti di vandalismo, forse alla ricerca di ipotetici tesori nascosti, quindi sono evidenti tentativi di scavi che probabilmente hanno portato via altre parti di dipinti. L’insediamento rupestre di San Biagio è visitabile esclusivamente con una visita guidata previo appuntamento.

Dedichiamoci ora alla città di San Vito dei Normanni dove, passeggiando tra le bianche stradine, veniamo incuriositi da un particolare tipo di tenda parasole, una serie di listarelle di legno legate parallelamente tra loro da una corda che le rende facilmente avvolgibili tipo pergamena. Molto funzionali. In realtà oltre alla funzione di riparare il sole lasciando che l’aria passi, sono anche degli ottimi ripari dietro cui spiare i vicini e i passanti senza essere scoperti. Attività sempre molto praticata, specialmente nei piccoli centri, insomma una sorta di Social Network d’altri tempi. Qui a San Vito un gruppo di ragazzi che si fa chiamare Amarezza decora in modo egregio queste Rezze con silouette su fondo colorato, in modo da dare una impronta propria e, a dire il vero, rendendo molto allegre e colorate le vie del paese. Interessante questa modalità di rinnovare e rendere moderna una tradizione così antica, affascinante osservare come le nuove generazioni vivano con passione e interesse le proprie origini. Alla Rezza è dedicata anche una festa tradizionale che nasce nell’estate 2009 e che si svolge nelle vie del centro storico con le attività tipiche delle feste di paese: si canta si balla e si mangia. Il nome della manifestazione “REZZICA” è la fusione tra due tradizioni molto sentite a San Vito: la Rezza e la Pizzica. Durante i festeggiamenti attenzione a passeggiare per il paese, perché durante quei giorni ognuno, nascosto dalla propria Rezza, può dire ad alta voce ciò che pensa, o ciò che sa, del passante di turno. In tal modo si possono venire a conoscere cose interessantissime sul proprio conto. Astenersi permalosi.

Dalla grande piazza principale di San Vito dei Normanni si accede direttamente al Castello Dentice di Frasso. Ampio e con una grande torre di pianta quadrata ornata da merli guelfi, risulta completamente inglobato nel nucleo del centro storico. Ha sempre un certo fascino entrare in un castello ancora abitato dal Principe e dalla sua famiglia. La storia del Castello Dentice di Frasso, e quella delle famiglie nobiliari che lo abitarono, è strettamente connessa con la storia di San Vito; così come peraltro la cappella familiare che si trova alla base della torre di pianta quadrata costruita da Boemondo il Normanno, che fu la prima chiesa parrocchiale del paese. Lo stemma araldico è costituito da un dentice, lo troviamo anche sul portale d’ingresso della cappella insieme al motto della famiglia Dentice “noli me tangere”. Si accede al castello varcando un grande arco a sesto acuto e, osservando la struttura si possono notare una parte più antica normanna ed una più recente che risale al cinquecento.
All’interno ogni oggetto ci racconta le vicende storiche, le abitudini e le passioni di chi le abitò. Abiti dell’epoca, ritratti di famiglia, libri e trofei di caccia. Riviviamo la storia attraverso le parole del Principe e di sua moglie mentre passiamo di stanza in stanza fino a giungere nella camera dove in occasione della fuga del Re nel 1943 lo stesso fu ospitato dormì per qualche tempo. La stessa stanza che il Pricnipe mette a disposizione con un B&B, per chi fosse in cerca di una sistemazione “regale” per visitare l’Alto Salento.

Lo stretto legame tra la famiglia Dentice e la storia della città lo troviamo anche nella Chiesa di San Giovanni dove, proprio sopra l’altare, ne ritroviamo il simbolo. Questa chiesa, ora sconsacrata, fu infatti venduta dalla famiglia Dentice di Frasso, questo spiega la presenza dello stemma araldico in pietra. Questo luogo ospita oggi eventi culturali e mostre. La struttura è tardo barocca, e al suo interno troviamo, sulle pareti laterali, quattro tele con cornice di forma ottagonale rappresentanti: la Fuga in Egitto, il Battesimo di Gesù, S. Giovanni che predica alle folle, la Visita di Maria SS. a S. Elisabetta. I dipinti ritraenti il Battesimo e la Visita, sono firmate dal pittore leccese Serafino Elmo e risalgono al 1737.  Sopra ai due altari laterali troviamo due tele raffiguranti S. Giuseppe e S. Irene probabilmente opera della scuola napoletana del tardo ‘700, come le ricche cornici lignee intagliate che li contengono. Anche l’altare maggiore è attribuibile alla stessa scuola artistica.

Anche a San Vito dei Normanni siamo venuti a contatto con un forte interesse a diffondere la conoscenza del proprio patrimonio, soprattutto da parte dei giovani che, coadiuvati delle nuove tecnologie, organizzano visite guidate presso i siti del loro territorio che rimarrebbero, altrimenti, poco conosciuti. E’ questo il caso del gruppo dei Sunday Selfie Project, che organizza visite guidate con cadenza settimanale e testimonia, attraverso un selfie di gruppo, la voglia di promuovere la propria terra e ciò che di più bello ha da offrire.
La stessa voglia di fare e di reinventarsi che abbiamo trovato all’ExFadda, una azienda vitivinicola abbandonata 50 anni fa e acquistata dal comune che la utilizza come sede temporanea dell’associazione che gestisce degli spazi utilizzati per attività musicali, ginniche, laboratori ed eventi vari. Un laboratorio urbano dove varie associazioni del territorio hanno a disposizione aule che utilizzano anche per corsi di formazione e avviamento a mestieri ormai in via di estinzione come falegnameria, restauro e liuteria. Con la stessa filosofia ha preso piede l’iniziativa del ristorante Xfood, nata con l’idea di includere dei ragazzi con disabilità psichiche impiegati in sala, in cucina e nella coltivazione dell’orto. Normalmente sono 5 i ragazzi impiegati, che salgono di numero in occasione di eventi particolari o in periodo di alta stagione. Ciò porta ad una esplosione di libertà di questi ragazzi, si annullano la vergogna e la paura che vengono sostituite dalla fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Qui all’Xfood abbiamo trovato una cucina ottima, i prodotti sono freschi e provengono direttamente dalle terre circostanti, la presentazione dei piatti poi è una gioia per gli occhi prima che per il palato. Il costo medio di un pasto, escluso il vino ovviamente, si aggira intorno ai 20 – 25 euro a persona e, considerata la qualità, è un prezzo veramente ragionevole. Li abbiamo visti all’opera questi ragazzi, precisi, cordiali e sempre con il sorriso sulle labbra: non sempre, anche nei ristoranti più rinomati, si viene accolti così. La location è stata pensata dalla designer Sara Mondaini che ha dato un volto all’Xfood tenendo presenti elementi tradizionali e rielaborandoli in forme accattivanti. Come il gioco di luci sulle pareti, un pattern che prende spunto dalla tradizione delle luminarie, molto forte in questi luoghi specialmente nelle feste di paese, e si trasforma in una illuminazione originale. I tavoli sono lunghi, pensati per un mangiare “sociale”, ospitano infatti fino a 32 commensali e sono il risultato di vecchi tavoli assemblati tra loro. Gli arredi qui sono frutto del laboratorio di restauro che si tiene nella contigua area dell’ExFadda.


Ecco ciò che ci ha colpiti dell’Alto Salento: una forte tradizione, prodotti della terra eccezionali e passione per il proprio territorio si fondono con idee innovative e con la voglia di fare. Da questo non può che nascere il meglio.

La struttura che abbiamo scelto come base per le nostre escursioni è la Casina Vitale a Ceglie Messapica, una vecchia masseria a corte chiusa sapientemente ristrutturata per offrire un soggiorno fatto di relax, natura e ottima cucina. Può accogliere fino a 40 persone nelle sue camere, alcune con angolo cottura, e mette a disposizione degli ospiti una piscina d’acqua salata, un’ ampia area per mangiare all’aperto e un percorso attrezzato tra ulivi e alberi di sughero dove porre rimedio, almeno in parte, agli inevitabili peccati di gola. La cucina è ottima, fatta di prodotti del territorio e delle aziende vicine, preparati come a casa e la conduzione familiare garantisce una accoglienza straordinaria.

Prima di rientrare a casa potrete passare a far visita alla Masseria Fragnite a Ceglie Messapica, dove si producono formaggi freschi, stagionati, mozzarella, ricotta forte e caciocavalli di prima qualità, ma anche biscotti prodotti tipici e salumi di produzione propria.


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