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un approfondimento storico sociologico

Nel 1860, alla proclamazione del regno d’Italia, la popolazione rurale dell’Italia meridionale viveva in condizioni di arretratezza, l’agricoltura era gravata da vincoli e pedaggi medievali e la proprietà terriera era concentrata nelle mani di pochi latifondisti. Il feudalesimo era stato già formalmente abrogato nel 1806 dai Borboni, ma  con il regno d’Italia il feudalesimo di fatto si rinforzava. I beni demaniali e i beni ecclesiastici furono ceduti a basso prezzo ai privati. Gli agrari meridionali si accaparrarono le terre in vendita e, i contadini divennero in gran parte salariati giornalieri, che restavano disoccupati per gran parte dell’anno. I contadini cercarono di reagire attraverso quella che fu definita da Giustino Fortunato una vera e propria guerra civile: il brigantaggio, che venne duramente represso dal governo del Regno d’Italia senza affrontarne le ragioni di fondo. Si diffonde fra la gente la rassegnazione e si radica ‘il feudalesimo’ come sistema politico e sociale.

In questo contesto, tra la fine dell’ 1800 e i primi  del 1900 e con l’aggravarsi della crisi agraria, si accese il sogno americano, una vita nuova in un mondo nuovo. In molti partirono dai nostri paesi per gli Stati Uniti e il Sud America. L’emigrazione ridusse la disoccupazione e favorì l’aumento dei salari, migliorando le condizioni di chi era rimasto a casa anche, con le rimesse degli emigranti.

 L’Altosalento si rispecchia in questa descrizione storica riguardante, in generale,  l’Italia Meridionale, ma probabilmente il rapporto fra proprietari e contadini fu meno teso. Molti contadini integravano il reddito saltuario da bracciante agricolo con i frutti del  podere di proprietà, a mezzadria, in affitto, o  in enfiteusi; diffusi i contratti che prevedevano un canone basso con l’obbligo di piantare determinate colture arboree. Fra contadini e i signori terrieri s’instauravano delle forme miste di rispetto e sudditanza, che si trasmettevano di generazione.

I grandi latifondisti avevano le loro proprietà verso la pianura e favorivano la migrazione della popolazione dai paesi della collina, per disboscare o bonificare le terre e predisporle alla coltivazione.

Il primo nucleo sparso dell’odierno paese di San Michele nasce con un atto notarile del 1839 con il quale il principe Francesco Dentice di Frasso (che possedeva i castelli di Carovigno San Vito e Serranova oltre a grandi latifondi)  concedeva terreni per 210 tomoli (misura locale corrispondente a 8000 mq.) e 1500 querce a 61 coloni di Ceglie e Ostuni.

Alla fine dell’ottocento il nobile napoletano Ettore Tagliaferro si trasferisce a Ceglie nella masseria Palagogna non lontano da San Michele. Con illuminata intuizione, profonda competenza e grande sensibilità d’animo, attua una vera e propria riforma agraria, dividendo in lotti di cinque ettari il suo esteso latifondo ed assegnandolo a famiglie di contadini, che s’impegnano a trasferirvisi e a dissodarli. Per offrire loro anche l’indispensabile sostegno economico e per accostarli alla mentalità della cooperazione, crea una Cassa Rurale. Fu l’ispiratore dell’autonomia di San Michele (1928) che purtroppo non vide, morì nel 1922 colto da una crisi cardiaca durante lo svolgimento di un consiglio comunale a Ceglie, comune del quale era sindaco. A Ceglie lungo la strada che porta al castello, vicino all'ex municipio, una larga targa così lo ricorda:Sulla casa del popolo nel fervido lavoro si spense repentinamente radiosamente per passare quale trionfatore fra un nimbo corrusco di fiori di laudi del popolo benedicente glorificante”.

Nella prima metà del secolo scorso, una coltivazione diffusa nel Salento, in particolare nel medio e basso Salento, era quella della coltivazione del tabacco.  A Carovigno e San Vito, su iniziativa dei principi Dentice di Frasso, nacquero stabilimenti per la lavorazione del tabacco. Erano stabilimenti anche grandi, con centinaia di lavoratori (nel 1924 il tabacchificio di San Vito impiegava 570 unità) ed essendo in massima parte donne disponevano anche di una sala di allattamento e custodia dei bambini.

Agli inizi degli anni 50 con la riforma agraria, il latifondo ebbe un duro colpo, le terre furono assegnate ai contadini. Un manifesto del comune, affisso per le strade di San Vito nell’Ottobre del 1952, così recitava: - Domenica prossima 19 corrente avrà luogo in questo Comune la cerimonia di consegna dei terreni già scorporati nei rispettivi territori ed assegnati ai contadini dei comuni di Carovigno e San Vito. Nella stessa giornata avrà luogo la posa della prima pietra del villaggio di Serranova, ove sorgeranno confortevoli case rurali per le laboriose famiglie contadine. –

Alla fine degli anni 50 inizia quel fenomeno nazionale che va sotto il nome di ‘miracolo economico’. In forme diverse, spesso contraddittorie quegli anni portarono a una rivoluzione sociale anche nei paesi dell’Altosalento.

A Brindisi nasceva il petrolchimico della Montecatini, a Taranto il centro siderurgico dell’Italsider.  Taranto e Brindisi con le loro nascenti aree industriali assorbivano una gran quantità di lavoratori e certo contribuivano all’innalzamento del tenore di vita. Ma il grande sviluppo industriale avveniva al Nord, la richiesta di operai era alta; così in molti partirono, in particolare dai paesi più popolosi e collinari (Ceglie che in quegli anni aveva più abitanti che oggi,  ha conosciuto una fortissima emigrazione).

Nel 1961 a 10 km da San Vito apriva la base Usaf di San Vito dei Normanni. Fu chiamata così dagli americani per un errore: erano convinti che fosse nel comune di San Vito, invece si trovava nel territorio di Brindisi. Si notava una grande antenna circolare (che gli americani chiamavano ‘il colosseo’, per le dimensioni e l’aspetto simile all’anfiteatro romano); era il grande orecchio per le intercettazioni su tutta la ex Unione Sovietica. Molti dei militari americani con le loro famiglie abitavano a San Vito tanto da far apparire la cittadina più americana che italiana: locali pubblici stile americano, lunghe auto americane che sfrecciavano per le strade, scuola-bus americani (come si vedevano nei film) che prelevavano  i bambini la mattina per portarli a scuola alla base e li riportavano a casa al pomeriggio, e anche americani ubriachi e chiassosi che disturbavano i vicini con le loro frequenti feste. Nel 1999 gli americani hanno lasciato la base, che è ancora in attesa della nuova destinazione d’uso.

Nel 1957 ad Ostuni aprono i primi due alberghi, che danno inizio in maniera pionieristica al turismo nella città bianca.

A partire dagli anni 80 si è avuta una migrazione di ritorno con molti emigranti degli anni 50 e 60 che sono rientrati nei loro paesi d’origine, e ricchi dell’esperienza accumulata nelle industrie, e con i risparmi accantonati hanno dato vita a piccole aziende. Nella zona era nato un vero e proprio distretto industriale tessile che si basava sulle innate capacità sartoriali dei nostri artigiani. Dalla fine dell’800 agli anni sessanta cittadine come Ceglie, Martina Franca, Cisternino e Locorotondo erano conosciute anche per le loro sartorie che confezionavano su misura. In questo stesso quadrilatero, con diramazioni a Ostuni e Francavilla sul finire degli anni settanta si sono diffuse piccole e medie aziende tessili che  sino a pochi anni fa impiegavano 10.000 persone, confezionavano in massima parte per grandi marche della moda italiana; oggi il fenomeno è purtroppo molto ridimensionato.   

Dalla narrazione fin qui fatta si evince che la popolazione dell’Altosalento è accomunata da un’origine contadina, che esperienze diverse hanno caratterizzato i suoi comuni, ma la diversità che alcune fasce della popolazione hanno maggiormente vissuto, sono la forza vitale, la nuova linfa creativa per il futuro del comprensorio.         


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