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QUAL È IL SALENTO?

(ovvero: “Confusioni culturali ‘italiane’…”)

© Il presente saggio, qui aggiornato (2017), è stato già pubblicato su varie Riviste, fra cui: «Sociologia – la società in… rete»,

organo dell’Associazione Nazionale Sociologi-ANS (RM), Assoc. Prof.le riconosciuta ministerialmente.

Tutti i diritti sono riservati all’Autore.

Nessuna parte di questo lavoro può essere riprodotta in qualsivoglia maniera senza consenso scritto.

È concessa la citazione per brani se riporta questa fonte e l'Autore.

L’argomento è trattato estesamente anche nel volume:

Quale Salento, quale Puglia? Alle radici dell’identità di Gianni Simeone, Palomar 2010

(con prefazione di Nadia Cavalera; commento di Carmela Amati, Università di Bari; patrocinio ANS Puglia)

INTRODUZIONEtroione 

Per iniziare: “alcune citazioni contestuali…” 

Condizionamento culturale.

Ancora qualche osservazione sulle parole. Vi ho detto prima che le parole sono limitate, ma ho qualcosa da aggiungere. Esistono parole che non corrispondono a niente. Per esempio, io sono indiano. Ora, supponiamo che sia prigioniero di guerra in Pakistan, e i pakistani mi dicano: “Bene, oggi ti porteremo alla frontiera, per farti dare un’occhiata al tuo paese”. Cosí, mi portano alla frontiera, io guardo di là del confine e penso: “Oh, il mio paese, il mio magnifico paese. Vedo dei villaggi, degli alberi, delle colline. Questo è il mio paese natale!”. Dopo un po’ una delle guardie mi dice: “Scusa, abbiamo fatto un errore. Dobbiamo spostarci di altre dieci miglia”.

A cosa stavo reagendo io? A niente. Mi concentravo su una sola parola: India. Ma gli alberi non sono l’India: gli alberi sono alberi.

In effetti, non esistono confini né frontiere: sono stati posti in essere dalla mente umana, per lo piú da politici avidi e stupidi. Il mio paese, una volta, era uno solo: adesso sono diventati quattro. Se non stiamo attenti, potrebbero diventare sei. […]

A. De Mello (Da Messaggio per un’aquila che si crede un pollo)

 

“Non esistono pugliesi che conoscano passabilmente la Puglia piú d’una decina; meno della metà l’hanno vista coi loro occhi e finirò anch’io con qualche smorfia che salvi la faccia, per confondermi, fra qualche annetto, tra i vostri letterati, i quali si affrettano, non volendo passar per pazzi né perdere il poco pane, a ritornare all’ideale del cortigiano cinquecentesco e del fedele suddito del borbone e dell’Austria”. Tommaso Fiore  (Da Un popolo di formiche, Laterza 1978).

 

“Il pensiero dei grandi meridionalisti non è entrato nella circolazione mentale della gente, non è divenuto “patrimonio comune d’idee”... Compito essenziale degli uomini di cultura, a tutti i livelli, è quello di accostare il pensiero alla gente, perché possa crescere civilmente. Nelle scuole si fa tanta retorica e non si studiano i problemi e le tradizioni della regione. Il sud è ancor oggi terra di conquista… È auspicabile l’insegnamento fin dalla scuola di base di una materia che possa definirsi come educazione sociale al territorio… Chi oggi nelle scuole fa circolare in maniera profonda la voce dei grandi? Come può circolare se mancano gli operatori impegnati a farla divenire patrimonio comune? Domenica Severino (Da Puglia: un popolo di uomini, Lacaita 1987)

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  Questo breve saggio è stato scritto per fare chiarezza su una subregione storica dell’Italia e dell’Europa che ha rivestito sempre grande importanza e che, purtroppo, oggi è poco conosciuta nella sua evoluzione, anche dagli stessi suoi abitanti (fenomeno piuttosto ‘italiano’, anche se non solo…). In particolare, dato che ormai è assurta a meta turistica internazionale (insieme a tutta la Puglia), ci sentiamo in dovere, non solo in quanto oriundi, ma come ricercatori e studiosi di tematiche storiche, sociologiche e di comunicazione, di fare il punto della situazione, rifacendoci come sempre alla storia, alla cultura locale, alla geografia e agli studi piú importanti al riguardo. L’argomento è ‘paradigmatico’ anche da un punto di vista sociologico perché ciò di cui parliamo e che accade in Salento può, potrebbe accadere, o magari accade, pure in altri luoghi. Inizieremo con un articolo che nei fatti è la sintesi del saggio che segue, in modo che ci si possa fare subito un’idea veloce della questione; segue l’approfondimento e le nutritissime ‘considerazioni’ che sono imprescindibili per la comprensione del discorso (bisogna leggerle durante il proseguo e non alla fine…); in conclusione, una consistente ‘appendice’ con estratti da testi vari.

 Buona lettura! G.S. 

 

Il Salento: dov’è?

(Non solo a Lecce! Per i turisti, gli Italiani, i Pugliesi…) 

 Il Salento inizia da Egnazia e arriva a Leuca. Questo è un dato storico fondante. La Messapia, già antica Calabria o Salento, denominata anche penisola salentina o tacco d’Italia, è definita tale da sempre (vedi anche Greci, Romani, ecc.). Questo ‘limitare’ è individuato dai maggiori studi e dalla storia (vedi anche la bibliografia). Esso caratterizza la sua cultura (che è anche pugliese) attraverso la sovrapposizione di tante influenze, da nord a sud della penisola stessa, rielaborando il nuovo in sé da secoli fino a oggi, ed è questo che caratterizza non solo le peculiarità delle zone, e da paese a paese, ma la propria particolare identità unitaria che mantiene e dovrebbe mantenere. Quest’identità caratterizza lo Spazio Culturale: territorio storico-geograficamente determinato e il concetto di ‘Genio di un Popolo’.

Il Salento, la Messapia, non è una moda: finché non è stato infatti identificato come brand, un ‘marchio’ di cui ci si vorrebbe appropriare o si vorrebbe mantenere entro certi confini, non c’erano certi problemi identitari odierni (molti pensano addirittura che alcuni territori vogliano appropriarsi indebitamente del nome!). Ma chi vede il Salento come un ‘marchio’ (turista o persona locale), sarà sempre disposto a cambiare bandiera (e confine…) annullando le ragioni della cultura, della storia e dei rapporti, facendone ‘terra di conquista’. Per questi motivi, e per poca o distorta informazione, sui periodici, su internet e altrove si vede di tutto! C’è chi tratta della civiltà del Salento, ‘messapica’, attribuendola alla sola provincia di Lecce (che non è una penisola, ma solo una porzione!); altri, invece, arrivano ‘un poco piú su…’ Alcuni, per stabilirne il ‘confine’, parlano di ‘soglie messapiche’, incongrue storicamente e culturalmente: certuni fanno infatti arrivare questa ‘soglia’ sino a Martina Franca, oppure Ostuni, altri alla linea Grottaglie-Francavilla-Brindisi, altri invece Pulsano-S. Michele Salentino-Torre Guaceto, ecc. (senza includere le messapiche Ceglie od Ostuni, ed Egnazia!), che a loro parere dovrebbero caratterizzare il confine salentino settentrionale. Ma non mettono in evidenza il fatto che la cosiddetta ‘soglia messapica’ altro non è che il gradino, o limitare, che conduce alla parte piú alta della Messapia, del Salento, cioè la bassa Murgia salentina, e non il confine divisorio del Salento. È la zona che caratterizza il passaggio dalla piana salentina alla bassa Murgia salentina (che dovrebbe iniziare addirittura da Oria in su, fin oltre la Valle d’Itria!). Il confine a sud del Salento è dunque Leuca; il confine a nord (storico, culturale e geografico), da sempre, è la linea che congiunge il Golfo di Taranto a Egnazia (Fasano). Il ‘confine’ a nord è perciò rappresentabile dalla linea Palagiano-Alberobello-Locorotondo-Egnazia (Fasano); tutto ciò che sta sopra questa linea è perciò fuori del Salento, ma in realtà partecipa di quella subarea culturale almeno fino alla ‘linea’ Noci-Putignano-Castellana-Monopoli. È infatti un errore socioculturale, oltreché antropologico (e un danno) pensare di voler tagliare ‘col coltello’ un’area specifica. I confini sono mentali. La questione del dialetto poi è un falso problema: è stato sviscerato da tempo, bene e prima di tutti dall’illustre glottologo G. Rohlfs che ha scritto il famoso ‘Vocabolario dei dialetti salentini’ (definito come il piú compiuto stu-dio dialettologico italiano), che va da Palagiano a Mottola alla Valle d’Itria a Leuca. C’è chi invece vorrebbe ‘chiudere’ il confine dialettale ‘salentino’ alla linea Pulsano-San Michele Sal.-T.Guaceto (forse perché S. Michele si chiama ‘salentino’, per non cadere in evidente contraddizione), volendo attribuire erroneamente la sua parlata e cultura alla parte a sud, leccese, che considera come ‘il solo Salento’; ma esso, e gli altri comuni menzionati, appartengono invece all’area dialettale altosalentina, accomunati alla Valle d’Itria (vedi anche il Rohlfs). Oltretutto, anche S. Michele Sal.* appartiene alla cultura della Murgia dei Trulli, tipicamente altosalentina. Si vuol forse distorcere anche la cultura del trullo? Sapori, profumi e suoni s’intersecano poi in tutto il Salento a partire dalle orecchiette, alle frise, ai taralli, alle fave con cicoria, alle melanzane ripiene, ai lampascioni tanto per citare solo i piú comuni piatti (per approfondire leggi anche La cucina del Salento di G. Cretí), oltre le peculiarità. Passiamo poi ai ritmi della pizzica pizzica, ballo comune per contesti d’uso (e frasario) dalla Valle d’Itria (la Valle Calabra, cioè salentina), e oltre, a Leuca (anzi, le ‘pizziche’, che, come i dialetti salentini, e le peculiarità tradizionali, variano da paese a paese), alla medesima cultura contadina, ai bianchi paesi, insieme alle relazioni. Invitiamo perciò i turisti (e i locali) a non prendere in considerazione l’informazione raccogliticcia e scarna, o teorie campate in aria, ma di riferirsi agli studi e alla storia (vedi p. es. L. Pepe, Andriani, De Ferraris, Strabone, De Juliis, Carducci, Punzi, ecc.), ai reali rapporti sociali e alla cultura; per questo, diamo una prima bibliografia di riferimento!

(Questo breve articolo introduttivo sarà approfondito tramite il saggio che segue piú avanti: Qual è il Salento?).

 Gianni Simeone (cognome salentino: vedi il Rohlfs)

Docente-formatore di Comunicazione; Oriundo, saggista e studioso di Puglia e discipline sociologiche.

 

* NOTA. San Michele Salentino si è formato con persone provenienti prima di tutto da San Vito dei Normanni, Ceglie Messapica e Francavilla, e, in secondo luogo, da Martina Franca e Cisternino. Il suo dialetto è altosalentino e si differenzia da quelli dei paesi sottostanti: è accomunato a quelli dell’area nord salentina fin oltre la Valle, che sono salentini per ovvi motivi e storia e cultura in comune. Anche Villa Castelli e San Vito dei Normanni appartengono alla medesima area. Alcuni, invece, fanno partire l’area salentina da questi comuni in giú errando clamorosamente. La zona sotto Grottaglie-Francavilla-Brindisi (vedi G. Rohlfs) ha un dialetto definibile bassosalentino e non salentino tout court, perché il Salento non termina lí, i centri sopra questa linea sono altosalentini e appartengono alla Murgia dei Trulli (quelli a cono; ma anche gli altri scientificamente lo sono). Vediamo ora qualche esempio del dialetto sammichelano da L. Ciraci (di S.M.Sal. Vedi bibliografia), che dice:

- «Il sammichelano, pur facendo parte del Salento […], si richiama essenzialmente ai dialetti del centronord della nostra regione (Taranto, Bari, Foggia) […]. Anzi, assieme al cegliese, all’ostunese, al castellano [e ai dialetti della V. d’Itria] fa un po’ da cerniera tra le due grosse aree linguistiche della Puglia. Sotto questo punto di vista, la caratteristica principale è la frequente mancanza, nella lingua parlata, della vocale finale atona (cioè priva dell’accento tonico). Siccome però la parola si sillaba in due momenti, piuttosto che scrivere ‘säl’ è meglio ‘sälë’ per ottenere il giusto suono (diversamente per chiazz’ e casedd’). Es.: ‘Na! Uè nu pic di gelätë?’ (Tieni! Vuoi un po’ di gelato?); ‘Na mmet nientë’ (Non mettere nulla); ‘Na nci venë mä’ (non viene mai); ‘Na nc’ ona sçiutë’ (Non sono andati). ‘La ‘a’ che vira verso le ‘e’ e la vocale finale muta o ‘semi’ viene piú correttamente indicata coi due punti, o altrimenti con apostrofo’. A volte, può capitare che, invece di ‘na’, si senta dire ‘no’, oppure ‘né’ in altro contesto. Questo non deve meravigliare. Esiste , infatti, un principio di glottologia, che dice, pressappoco questo: esiste una lingua per ogni nazione (es. l’italiano); una lingua per ogni regione (es. il siciliano); una lingua per ogni provincia o circondario (es. il leccese); una lingua per ogni città o paese (es. il brindisino, il sammichelano). Non solo! Esiste anche una lingua per ogni quartiere, per ogni strada, per ogni famiglia, per ogni individuo. Questo perché ogni parlata e ogni parlante sono influenzati dai piú disparati fattori». Avremo, perciò, un dialetto salentino di Otranto, uno di Manduria, uno di Cisternino, ecc. Sopra la linea Grottaglie-Francavilla-Brindisi inizia l’AltoSalento, con peculiarità di zona, anche dialettali, e la Murgia dei Trulli, tipicamente altosalentina. San Michele e gli altri paesi di quest’area hanno un dialetto diverso rispetto a quelli piú a sud a causa di varie influenze. Ma anche Lecce si differenzia dai dialetti piú a sud di essa, avendo ben altri suoni; il Parlangèli diceva, appunto, che l’unità linguistica non esiste nemmeno in provincia di Lecce, nel sud Salento, perché spezzata: se nella zona piú meridionale, p.es., nella zona del Capo S.M. di Leuca, si è conservato un dialetto piú arcaico e si dice bonu, già a Lecce vediamo nette aperture a influenze settentrionali in quanto tale parola si trasforma in buenu, già ormai accanto alla forma buene, usata anche a Bari, e che troviamo sopra la linea Grottaglie-Francavilla-Brindisi, cioè nell’Altosalento. Queste differenze caratterizzano il Salento (e ogni terra…), non esiste una zona ‘più salentina’. E citando appunto il Parlangèli: «La storia demografica italiana è, in genere, molto, ma molto complessa; quella salentina lo è ancor di piú. Sin da quando l’uomo è stato capace di organizzare emigrazioni da una regione all’altra, l’Italia, e quindi anche il Salento, è stata meta d’innumerevoli tribú e nazioni, diversissime spesso fra loro. E ognuna di queste tribú e di queste nazioni ha lasciato traccia di sé nella nostra razza, oltre che, naturalmente, nella nostra lingua». Tornando poi al grande glottologo G. Rohlfs, definito ‘linguista salentino’, autore del ‘Dizionario dei dialetti salentini’ (dalla Valle d’Itria e oltre a Leuca), si sa che coloro che venivano da lui interrogati in Salento, gli dicevano: “Ma che mi domandi a fare? Ssignuría sai il dialetto meglio di me!” Il Parlangèli diceva, che, effettivamente, egli conosceva la terra salentina molto meglio di tanti Salentini! Tedesco, diventato cittadino di Calimera e commendatore della Repubblica, la sua opera migliore, insieme col Vocabolario dei dialetti salentini è la Grammatica storica della lingua e dei dialetti italiani; studiò il Salento di Puglia profondamente sia in senso storico-temporale che spaziale-geografico-culturale.

Riguardo, infine, il dialetto di S. Michele Salentino, ecco qui un tratto d’un gustoso  poemetto paesano, che gli stessi conterranei ci hanno recentemente fornito, dove vediamo come s’esprime perciò il sammichelano (un tipico dialetto della Murgia dei Trulli, altosalentina appunto):  

LU PAIS’ DI LI TIRNITT’ E NISCIUN’ CA LI FITT’, “JADDIN’, PECR’ E VOLP’” (si po sapí di ci et la colp’?)

Nu giurn' scev' caminann' inta lu pais,

mi pigghiò nu lamp quann li vitiv tis.

Eren fatt li ches di rem, com ci na jerm chiú cristien.

Pinziev: “Ce nona pigghiet tutt pi jaddin?

Cu tant barracch tutt vicine vicine?

Va be’ ca di la cannilor tutt li jaddin azzechn all’ove!

Ma et cuss lu cambiament di Massaria Nova?

Dopp pinziev ca li fatt no ere accussí ca erene ajesse… […]

 

 Comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura;

tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura. J.W. Goethe 

Solo se si ha la consapevolezza del comune passato si può progettare il futuro. Q. Punzi 

 

‘Qual è il Salento?’

(ovvero: ‘Confusioni culturali “italiane…”’)  

    «Penisola (dal latino paene, quasi e insula, isola): nome dato alle terre, piú o meno estese, circondate dal mare in tutte le loro parti, salvo una (collo) che le unisce a un continente, sia con una semplice lingua di terra (istmo), come il Peloponneso e la Crimea, sia con una piú larga attaccatura, come le P. indiane dell’Asia meridionale, la balcanica, l’iberica, l’italiana e la scandinava». Cosí recita il Grande Dizionario Enciclopedico Utet (1970); una penisola è perciò un territorio, quasi un’isola, che si protende in mare distaccandosi dalla terraferma propriamente detta. La Geografia non è un’opinione. La Storia e la Cultura nemmeno: i loro fatti singoli possono essere opinabili, ma solo in mancanza di dati e/o considerazioni fondanti. Spesso e volentieri, martellati da tante “informazioni”, non ci si sofferma su quanto ci accade intorno: non ci si domanda se ciò che ci viene fatto sapere, in particolare dai mass media, corrisponda alla realtà: “l’ha detto la tv!”, o chissà chi o cos’altro… 

    Durante le vacanze, molti (di questi tempi forse un po’ meno…) si spostano per andare a riposare in altri lidi. Viaggiare (ma anche leggere) vuol dir molto, significa anche imparare a conoscere altre realtà, culture, costumi. Si viaggia all’estero, ma anche nella nostra Italia, che troppo bene, a volte, crediamo di conoscere. Qualcuno, magari, se ne va in America, sulle belle spiagge della Florida, o forse in California, chi in Sardegna; altri nella nostra penisola, forse in Puglia nel Salento, o chissà… Bei posti, architetture differenti da quelle della Sardegna o di altre regioni, usi diversi, o comuni se mediterranei. Eppure, quando arriviamo in un luogo lo si avvicina spesso con notevoli pregiudizi, metri di conoscenze pregresse, magari incomplete o non fondate, col “sentito dire”. Ecco che allora ci avviciniamo a chiedere alle persone che vivono nei posti che visitiamo, per capire di piú, per farci un’idea, per sapere “tutto”. Di solito, però, non ci si chiede se anche queste persone, gli “autoctoni”, sappiano davvero, e quanto e come, del luogo in cui abitano. Molto sovente, ciò che sanno è quello che i mass media, a volte interessati organi d’informazione, anche loro condizionati, fanno passare, o riescono a fare, tanta è la confusione odierna, che il Web contribuisce ad alimentare: vi si trova tutto e il contrario di tutto, costruendo l’illusione di un sapere che non c’è, perché il sapere lo si costruisce “sulla propria pelle”, non sul “ho letto cosí una volta”, qui o là, “cosí mi han detto”, eccetera. È sulla propria pelle che si costruisce la Cultura, un’identità, eppure a volte ci si continua a bere tutto cosí come viene viene: l’ha detto la tv, il tg, Internet; Wikipedia, magari…, Tizio e cosí via, e si pensa sia solo quello il conoscere. Fin “troppo facile” caderci. 

    Torniamo a noi! Che ne pensereste se per esempio, pian piano, surrettiziamente, iniziasse, come e quando non si sa, a girar voce un po’ ovunque (in alcune pubblicità, alcune riviste, tg, tour operator, persone, libri, ecc.) che la Florida, la penisola della Florida, cominciasse da Tampa in giú (iniziate a controllare l’atlante…) e quella della California, invece, fosse considerata da Santa Rosalía in giú? Chi, comunemente, si farebbe tante domande? “È quella, punto…”, molti penserebbero (e altri ne rimarrebbero invece confusi). E pian piano eccoti creato un misconoscimento montato ad hoc, magari inconsapevolmente, perché figlio dell’opinione pubblica («il mostro senza testa» la definiva Simone Weil¹), del Sofisma Comunicativo². Alcuni potreb-bero anche dire (e accade…): “Ma in fondo, che stiamo a cercare? Il pelo nell’uovo? Oggi è quel territorio che è identificato come Florida”; e via, senza studiarci su. E ecco il disfacimento della cultura e delle menti! Il chiaro e cosciente pensare non esiste piú. Purtroppo, «non ci sono piú filosofi, perché corrotti dall’educazione»¹. Bene, che ne direste, allora, se un giorno si iniziasse a chiamare Penisola Italiana solo il territorio da Roma in giú? E per un’isola, la Sardegna, solo da Oristano in giú? Probabilmente molti non s’occuperebbero della cosa, pensando che sia una “naturale evoluzione”. In realtà, v’è il disconoscimento di uno specifico Spazio Culturale, della Storia e della Geografia. Ma forse questo esempio è solo un’esagerazione… Ah, ma voi siete andati a visitare il Salento! Lecce, vero? Bella meta, ne parlano tutti: mare sole vento, e barocco campagna gente accogliente, ecc. E la “pizzica”! Avete acquistato qualche giornale locale, dei libri, sentito la tv, gli abi-tanti; alcune riviste regalano la cartina della Penisola Salentina per farla visitare tutta al meglio; eccola: essa riporta la provincia di Lecce, per intero. E poi gli abitanti vi hanno spiegato tante cose, vi siete fatti una cultura di questo lembo estremo d’Italia – Salento finibus terrae – che ancora non avevate visitato. Bello! E poi la “pizzica pizzica”, la taranta…, il famoso ballo ‘salentino’ assurto ormai a simbolo culturale e ideologico di controculture varie: se ne trovano i dischi in tutta Italia e si danno concerti ovunque [A, da ora leggi anche le ‘considerazioni’ che trovi alla fine]. Qualcuno avrebbe qualcosa da obiettare su ciò? Ma no, i mass media e il web informano… (a onor del vero ci sono anche alcune – poche - riviste, emittenti, ecc., e abitanti del luogo, che informano sul Salento intero!).

 Ma torniamo alla definizione di “penisola” data all’inizio. Ben pochi s’accorgono – forse nessuno – che la provincia di Lecce non è una penisola ma solo una porzione di penisola (guardate la cartina), un solo pezzo di essa; cosí come sarebbe una sola porzione di penisola, parlando della Florida o della California, se iniziassimo a considerarle partendo da Tampa o Santa Rosalía, appunto. L’ipnosi collettiva ha fatto effetto: si prende una cosa per quel che non è, una porzione di territorio per l’intero, una penisola per ciò che penisola non è e si crede spesso che il Salento sia solo la provincia di Lecce (e/o dintorni, o ‘poco piú su’…), mentre ne è solo una sua parte. E ci credono persino molti pugliesi! E non parliamo solo di geografia, ma anche di cultura e storia. 

    Tutto il discorso si configura, anche, come un problema di comunicazione, e al riguardo bisogna dire che nella Scienza della Comunicazione si distingue fra osservazione e interpretazione, fra oggettivo e soggettivo. Quando si “comunica”, o si riporta quanto letto, detto, visto, molto spesso si condiscono i discorsi di affermazioni senza alcuna base reale e fondante, di interpretazioni personali, cioè, e cosí pareri e affermazioni, o i fatti diventano altro da quel che realmente sono. Pure Gerardo Magro, dandoci degli esempi concreti, dove il nostro articolo è un’applicazione al caso specifico della comunicazione culturale e mediatica considerando il “caso Puglia”, ci spiega che «molte difficoltà comunicative derivano da tutta una serie di distorsioni e rimaneggiamenti del messaggio iniziale tali da modificare completamente parole e significati giungendo al destinatario talmente trasformati, ingigantiti, ribaltati, da creare non poche situazioni di malintesi e conflitti aperti». Questo accade nella comunicazione in generale, non solo quella interpersonale, causato dal «potere inconsapevole che ciascuno di noi detiene nel farcire di elementi puramente soggettivi qualsiasi comunicazione inerente notizie di cronaca, racconti di avvenimenti o, addirittura, eventi osservati de visu i quali dovrebbero possedere oggettività intrinseca e immodificabile». Insomma, si tratta del portare a consapevolezza qualcosa che «è da ricondurre a quel meccanismo automatico attraverso il quale tendiamo a non differenziare adeguatamente le osservazioni dalle interpretazioni e, una volta osservato [o letto] o ascoltato qualcosa, comunichiamo, senza rendercene conto, le nostre soggettive interpretazioni piuttosto che le oggettive osservazioni», meccanismo che è favorito pure dall’eccessiva velocità con cui si trasmettono oggi le notizie, dal non vagliarle e dal passare immediatamente dall’osservazione all’interpretazione. Allora, «l’allenamento nel mantenere separate le osservazioni dalle interpretazioni può favorire una piú efficace comunicazione evitando commistioni e dolorose imprecisioni. Forse l’acquisizione di uno stile comunicativo da piccoli scienziati, intendendo per esso l’assunzione di una mentalità piú rigorosa nella differenziazione delle osservazioni sulle quali successivamente poter svolgere delle interpretazioni, cosí come procede ogni ricercatore, migliorerebbe di molto i processi comunicativi in qualsiasi contesto essi avvengano». (E poi tutti ignoriamo qualcosa, per cui occorre attenzione, umiltà, voler approfondire). E in Puglia, nel Salento, ma anche altrove…, quanti si adoperano o allenano a impegnarsi in questi distinguo riguardo la trasmissione della cultura locale, che è parte di quella generale? Dove si studia in effetti? 

     E ecco che ormai, «da tempo il termine Salento viene veicolato a livello massmediatico, costruito, con interessi turistici o culturali molto variegati, e spesso con modalità artificiose, figlie della globalizzazione (iniziata non certo nel nostro XXI secolo). Persino a molti pugliesi il termine è diventato poco chiaro, ma il piú delle volte si risponde: “Lecce”! Ma come – ci viene da dire – “da che mondo e mondo” il Salento è sempre stato da tutti identificato e conosciuto come Penisola Salentina! Il “Tacco d’Italia”, no? Non mezzo tacco! [Non mezza penisola!] E se [tradizionalmente] è la “Terra fra due mari” [B], perché ne verrebbe considerata una sola parte di essa…? [Quella leccese…]. Eppure, molti ormai sono rimasti abbagliati dal tam tam pubblicitario della Provincia di Lecce, che promuove (bene) il suo territorio come il solo Salento, anche sulle proprie cartine [diamo anche un’occhiata sul web per vedere quante poche siano le cartine che riportano l’intera penisola…]. Ma quante mistificazioni! E le province di Taranto e Brindisi che fine hanno fatto? Effettivamente sembra che finora a loro poco importi che gli venga rubato il nome, a tutto discapito della memoria storica. E allora magari ci pensa Lecce… [o chi per lei] e per abitudine… Eppure non tutti la pensano cosí; meno male…»³. Peraltro, alcuni individuano la penisola tagliando con delle cosiddette ‘soglie messapiche’ dalla linea Taranto-Brindisi in giú, o ancora dalle linee Grottaglie-Francavilla-Brindisi, o Pulsano-S.Michele Salentino-Torre Guaceto in giú, incongrue sia a livello storico-culturale che geografico, oppure sotto la linea Taranto-Ostuni, e cosí via, errando ancora anche a livello di dialetto (e spezzettando e deformando piú volte pure la cultura della Murgia dei trulli!); moltissimi, invece, la sola provincia di Lecce!  

 Ma qual è il Salento, allora? La Storia culturale e la Geografia da sempre indicano: la Messapia, il territorio degli antichi Messapi (una delle antiche popolazioni italiche della Puglia) [C]; dai Greci e Romani in poi la Penisola Salentina (anticamente denominata anche Calabria o Iàpigia), collegata al resto della Puglia e dell’Italia dal “collo” che taglia dal Golfo di Taranto a Egnazia (Fasano) in giú. Comprende perciò anche le province di Brindisi e Taranto (tranne una fetta a nord-ovest) e una porzione del basso barese (Locorotondo, Alberobello, per es.); eppure, molti, nelle province di Taranto e Brindisi, campanilisticamente dicono oggi, fra le varie surreali definizioni: “Noi Salento? Che mai c’entriamo con Lecce?”, dimenticandosi delle origini e radici comuni e pure dei centri come San Michele Salentino o San Pancrazio Salentino in provincia di Brindisi… che ci indicano l’appartenenza [D]. Cosí come la pizzica pizzica, la gastronomia, ecc., con ovvie peculiarità subareali. Lo Spazio Culturale ci indica una zona storico-geograficamente determinata, e prendere oggi per Salento attuale la sola provincia di Lecce (o un po’ piú su) sarebbe un falso socioculturale, storico e geografico: «Ecco dunque la storia di Puglia quale vien fuori da tanti fra i libri che vanno per le mani degli studenti: una povera storia mingherlina e contraffatta», diceva il grande meridionalista Michele Viterbo. Ci si dimentica dei massimi storici della Puglia, e d’Italia, di Tommaso Fiore, del glottologo Gerard Rohlfs che ha individuato anche culturalmente i dialetti salentini e le loro differenti subaree (dialetti e non “dialetto”, altrimenti per “vicinanza” anche calabresi e siciliani dovrebbero essere considerati salentini!) dai paesi della Valle d’Itria e oltre in giú, e di L. Pepe, Strabone, De Ferraris, Andriani, o di Punzi, D’Andria, Carducci, ecc.

Alcune persone, però, com’abbiam visto, fanno arrivare il Salento fino a Ostuni (pure col ‘forse’, ma spesso nemmeno fin lí), senza includere la Valle d’Itria, e senza considerare che Ostuni, S. Michele Salentino, Carovigno, Ceglie Messapica, ecc. appartengono alla medesima subarea dialettale della Valle d’Itria! O, il che è lo stesso, la Valle appartiene alla medesima loro subarea dialettale; ma anche storica, sociale, geografica e culturale! (Vedi anche Murgia dei Trulli e insegnamento del Rohlfs). Altri non vorrebbero includere nemmeno Ceglie Messapica, S. Michele, Carovigno, ecc. E non ve n’è il motivo! E ovviamente senza considerazioni sistematiche o fonti… Non mancano poi, purtroppo, libri o guide che parlano della ‘civiltà del Salento’ (e/o della Messapia) riferendosi, storicamente e culturalmente, alla sola provincia leccese (l’attuale), definita da essi stessi come ‘la provincia salentina’! L’unica…

Sembra, dunque, che oggi solo la provincia di Lecce (o a volte poco piú) sia considerata la terra dei Messapi, mentre, storicamente, la Messapia - antica Calabria o Salento - aveva proprio (e ha) Egnazia, nei pressi di Fasano, il suo ultimo confine a nord, stanziandosi da Leuca a tutta la Valle d’Itria (o “Valle Calabra” [E] - cioè salentina – come dice a questo riguardo il lavoro dell’illustre studioso di Cisternino Quirico Punzi, 1991) e oltre: la Penisola Salentina appunto [F], e con Brindisi come capitale (tutta la costa salentina fino a Leuca era infatti chiamata “brindisina”!). E vediamo poi Strabone - citato anche da Ludovico Pepe, uno dei massimi storici della Puglia – che nella sue famose opere denomina l’antica Gnathia (Egnazia) come oppidum salentinum, centro salentino…! E Plinio il Vecchio (Historia Naturalis 2, 107) cosa recita, riguardo la “leggenda del tempio” egnatino? «“In Salentino oppido Egnatia imposito ligno in saxo protinus flamma esistere”: A Egnazia, nel Salento, appena si pone un legno su di un sasso ne scaturisce una fiamma» (vedi Pensato A., 1985); e ugualmente Frontino, Lucio Florio, ecc. Nella sola Egnazia sono stati ritrovati reperti messapici in quantità superiore a tutti quelli raccolti addirittura in tutto il resto della Messapia (triangolo peninsulare Egnazia-Golfo di Taranto-Leuca)! Il non approfondire o il non conoscere (quanti, per sé, in Italia, approfondiscono la propria storia locale?) fanno sí che a volte la presunzione e/o gl’interessi, magari economici, la facciano da padrone: «nelle menti si è ormai insinuata in modo forte l’idea che “Lecce uguale Salento”, causa marketing turistico e di campanile (e non solo), e allora è chiaro che si sentano certe affermazioni: il fatto è che non si vuole essere definiti ‘leccesi’; ma è una questione campanilistica, appunto. Infatti, quando nelle altre due province si dice “che c’entriamo noi con Lecce” è proprio lí l’errore, perché Lecce non è il Salento ma solo una parte di esso»³, peculiare. Alcuni paesi del brindisino e tarantino, per contro, vorrebbero passare alla provincia di Lecce per sentirsi - o perché si sentono – “salentini”, o “piú salentini”! Mentre lo sono già e nel loro territorio, che è Salento! Con proprie peculiarità. Tutto questo porta a dimenticare il Genius Loci, il genio del popolo e la cultura genuina del posto, che comprende e riconosce anche le differenti modalità di rappresentazione della stessa cultura all’interno del proprio Spa-zio Culturale (e che va oltre qualsiasi mutabile considerazione politica: non è infatti necessariamente un confine politico, provinciale, né un “sistema turistico locale”, tantomeno una cosiddetta “area vasta territoriale” o “gal” che stabilisce una subregione). La mediazione spetta allora a chi ne ha le conoscenze. Il Salento di Puglia, nella sua interezza, è da sempre una subregione storico-culturale e geografica dell’Italia (e d’Europa) di grande importanza, perciò appartiene a tutti gl’Italiani, siciliani, sardi [G] o lombardi che siano, cosí come agli Europei e oltre. Una storia che va conosciuta e oggi, essendo distorta, non la si vuol riconoscere piú, perché il merchandising economico-turistico della provincia di Lecce ha creato una falsa credenza; ma non è solo questione di Lecce, naturalmente: alla situazione ha contribuito il campanilismo “autonomista” delle tre province, dei singoli paesi, la poca conoscenza e altro ancora. Nel Salento, da sempre, ci sono varie ‘subaree’ culturali e dialettali [H] dovute alle varie stratificazioni, colonizzazioni, migrazioni e influenze (Greci, Pedicoli, Albanesi, Slavi, Bizantini, Latini, Normanni, Svevi, Arabi, Longobardi, ecc., ecc., a parte i Messapi, naturalmente), Lecce ne è solo una, non l’intero, e da sola può definirsi Bassosalento mentre Altosalento è il resto. D’altronde è dalla parte nord del Salento - Torre Canne, Valle d’Itria, Torre Guaceto - che iniziarono a stabilirsi e a diffondersi i Messapi (cfr. ancora Sozzi, 1986; nota ‘C’). Ora, invece, col nome balzano e commerciale di “Grande Salento”, Lecce – in particolare, e anche se in parte giustamente - vorrebbe recuperare la denominazione di tutto il territorio, includendo le tre province (e dunque anche la Valle) rimanendo a capo, causando per reazione altri campanilismi divisionari. Le altre province (e la Valle) tengono alla loro ‘autonomia’ (e fors’anche per non mostrar eventuali vicendevoli ‘competizioni/invidie turistiche’), bisogna però che non dimentichino che sono parte del Salento, anche se non di Lecce. Il nome ‘Grande Salento’ non ha ragion d’essere perché il Salento c’è già, c’è sempre stato: è tutta la penisola! Il discorso è lungo e complesso e non esauribile tutto in questa sede, perciò vi invitiamo alla lettura sia di testi sociologici, storici e culturali (fra cui un nostro lavoro³ già citato) per approfondire una tematica che non riguarda solo la Puglia, ma tutti, come esempio paradigmatico di quel che accade nella società odierna. È un problema sociocultura-le… Bisogna considerare però, a questo riguardo, che la cultura non può venire valo-rizzata dalla massa per il suo peculiare. La Cultura non viaggia sulle linee dell’a-bitudine, dell’interesse turistico-commerciale, dell’informazione raccogliticcia o del sentito dire, dei festival, delle feste di piazza e dei media ‘generalisti’: bisogna rifarsi ai grandi, all’esperienza viva, alle fonti e allo studio. Non si può eliminare, cosí, senza motivo, una parte della storia del Salento, del suo territorio e della sua cultura! Della sua storia e pure della sua cultura attuale, di una sua area peculiare da sempre. Ci sono subaree specifiche, ma è l’insieme delle varie aree che costituisce il Salento! Ci sono infatti sempre commistioni e unità perché tutte hanno avuto le stesse influenze e storia partecipando a una medesima identità (salentina-pugliese) e rielaborando il proprio peculiare comune. Altrimenti, dovremmo sostenere che nemmeno la Grecía Salentina è Salento perché ha tradizioni, peculiarità e parlata differenti dal resto del Salento!  

Quella salentina ‘intera’ è in ogni caso una parte di cultura che appartiene a tutti; bisogna ricordarlo, altrimenti si distorce anche la Storia italiana e pugliese! E per concludere con un esempio, che ne direbbero i Sardi se un giorno per Campidano, quello “vero”, si considerasse solo quello ricadente nella provincia di Cagliari? Andando oltre: e se il Peloponneso fosse considerato soltanto come quello corrispondente a una sola (o due…) delle sue sette aree, la provincia della Messenia, per esempio? «E la Maremma? Molti l’associano solo alla Toscana (forse anche il nostro lettore?), mentre comprende anche parte del Lazio; i suoi confini: dai monti di Rosignano Marittimo a Civitavecchia, ca. 5000 km², formata da una serie di pianure separate fra loro da sproni montuosi protesi verso il mare. E non vi è qualcuno che surrealisticamente dica che la Maremma “vera” dev’essere quella pianeggiante, o, viceversa, quella montuosa; o quella laziale (o magari c’è?). Ma in Salento succede, questo e altro…»³ (anche se ci sembra che le cose stiano cambiando...). Infine, il nostro discorso riguardo la Puglia è valido per qualsiasi territorio come esempio paradigmatico: dobbiamo approcciarci a essi con un altro spirito. Insomma, l’invito è quello di non fermarsi alle apparenze ma di approfondire sempre tutto, soprattutto oggi, perché si crede, erroneamente, che ci sia piú informazione, mentre c’è spesso solo piú confusione…; bisogna, perciò, imparare a integrare e gestire le conoscenze.

© Gianni Simeone [cognome “salentino”; vedi il Dizionario del Rohlfs]

Docente-formatore di Comunicazione; Oriundo, saggista e studioso di Puglia e discipline sociologiche.

 CONSIDERAZIONI INTEGRANTI

[A] Dal nostro lavoro (Palomar, 2010): «Infine, ancora sul Tarantismo come “morbo” tipico di tutta la Puglia, è da riferire che una volta si sapeva che “nascono le Tarantole non solamente nelle Province di Bari, Lecce ed Otranto (si noti la differenziazione…), ma anche in quella di Capitanata, la Daunia, cosí come diceva il Sangineto nel XVII secolo, e che tutta la Puglia, e non solo il Salento, fosse investita da questo strano morbo che induceva a danzare per guarirne è chiaro non solo dalle testimonianze letterarie, ma anche dall’iconografia ufficiale” (Annibaldis, 2003), benché nel tempo si sia diradato [dalla Daunia] rimanendo prima da Bari in giú, poi nel solo Salento, e poi neanche lí». Ora lo si vuol recuperare in altra forma - bene…- ma facendone spesso una tradizione solo ‘salentina’, magari leccese… (da ‘Notte della Taranta’). In ogni caso, nel Salento la tarantella viene denominata “pizzica pizzica” (dalle “pizziche pizziche” della Valle d’Itria, ecc. a Leuca).

Ma la pizzica pizzica si ballava anche sul Gargano. L’autorevole conferma ci giunge da vari studi e in particolare dal libro di Michele Vocino: Lo sperone d’Italia, Casa Editrice Scotti-Roma 1914, indiscusso punto di riferimento per tutti quanti vogliano approfondire la storia e la cultura del Gargano e della Puglia intera (e poi dell’Italia…). Vocino spiega bene che il nome locale della tarantella del Gargano è la ‘pizzica pizzica’, spiegando poi anche il fenomeno del tarantismo, connesso alla cultura e storia locale. Libro d’inestimabile valore culturale, c’illumina sull’errata opinione comune che la pizzica si balli/ballasse solo nel Salento. E questo in tempi ‘non sospetti’… La pizzica pizzica (e il ‘tarantismo’) si configura perciò come caratterizzante, accomunante e fondante l’intera cultura e storia del popolo pugliese, non solo dell’area salentina com’erroneamente si è portati a credere oggigiorno! Una storia che va studiata, riconosciuta, rinnovata e recuperata. (A proposito della cultura che accomuna tutta la Puglia sono utili anche, fra i tanti, i volumi di Jurlaro e Jurleo. Vedi bibliografia).

 [B] Bisognerebbe specificare che il mar Adriatico termina a capo d’Otranto; perciò, secondo la denominazione del Salento come “Terra fra due mari”, allora da Otranto in giú non saremmo piú in Salento, ma esso andrebbe a terminare proprio lí, costituendosi in tutto il territorio a nord di Otranto: il territorio fra Otranto e Leuca non si trova fra i due mari Adriatico e Ionio, infatti, ma solo nel secondo. Quasi l’intera provincia leccese verrebbe cosí per contro esclusa dal Salento… (ma in realtà esso è l’intera penisola). Eppure, v’è anche chi parla erroneamente della “Terra fra due mari” identificandola col Salento della sola provincia leccese (o dintorni: poco ‘piú su…’).

 [C] Dal nostro lavoro (Palomar, 2010): «Sui primi stanziamenti messapici nell’Altosalento, dove sbarcarono i primi coloni, e da cui estesero la loro influenza in tutta la penisola, da Egnazia in giú, mescolandosi agli autoctoni, il Sozzi – di cui riportiamo la cartina sottostante – ci informa che intorno al Mille a.C. “i Messapi, popolo indoeuropeo, già stanziato nell’Illiria, giunsero per via migratoria sulle coste del Salento; è suggestivo immaginare come ‘distanziandosi una giornata di marcia, gruppo da gruppo, da Torre Canne a Torre Guaceto, abbiano intrapreso l’esplorazione all’interno, segnando cinque percorsi, quasi paralleli sull’indicazione del corso del sole, durante la giornata di marcia’ [Sozzi qui cita lo Jurlaro, 1976]. Questo schema stradale, che si può dire urbanistico, fu impostato dai Messapi con la coscienza di tenere uniti gl’interessi economico-sociali e politico-culturali dei centri dell’intero Stato”. Vediamo cosí che la cartina del Sozzi riporta la prima viabilità salentino-messapica, e i siti salentini antichi e moderni (da Torre Canne e Cisternino fino ad Avetrana e San Pancrazio) nati prima o dopo la prima influenza messapica, tuttavia sempre presente. La zona adriatica e collinosa (murgiana) del Salento veniva chiamata Calabria dai Greci tarantino-salentini, ma poi, coi Romani, venne a definire l’intera penisola. I coloni greci, mescolatisi poi coi Messapi, diedero il via alla civiltà della Magna Grecia». Dunque, i Calabri sarebbero, dapprincipio, i Messapi della parte settentrionale adriatica e collinosa del Salento. Il nucleo primigenio dei cosiddetti Messapi-calabri-salentini (da cui si denominò poi tutta la penisola come Calabria o Salento e Messapia o Iapigia) corrisponderebbe grosso modo all’attuale Altosalento, la zona della Murgia meridionale (che si estende fino a Oria), quella dei trulli (a cono) in particolare. Considerando poi che l’antica Calabria o Messapia era (è…) una penisola, ecco che i Greci pensarono bene di identificarla come Salento: «Il primo nome della penisoletta – per quanto sostiene il geografo greco Strabone al cap.277 – fu “Salento”, che dal greco als – mare ed entos – dentro vuol dire appunto terra estesa nel mare”. (Da “Ceglie Messapica», P. Locorotondo, Loparco, Br 1963). (L’odierna Calabria si chiamava invece ‘Bruzio’ e cambiò il suo nome in quello attuale a causa della prefettura salentina che fuggí dal Salento a causa delle incursioni saracene, stanziandosi appunto nel Bruzio).

 [D] Nonostante ciò, qualcuno afferma “surrealisticamente” che San Michele Salentino non sia Salento, o che lo era una volta e ora non piú. Chi lo avrebbe deciso? E perché? E per quanti anni lo sarebbe stato visto che si è costituito nel 1928? A Fasano, in varie interviste, si riconoscono salentini, altri no, e cosí a Cisternino, od Ostuni, Martina, Taranto, Ceglie Messapica, Erchie e cosí via, per il timore campanilistico di confondersi coi Leccesi, o per non conoscenza alimentata anche dai mass media meno informati e dall’industria turistica interessata, alimentando il caos e dando spazio a misconoscimenti vari. Significative come esempio alcune frasi, raccolte in Valle d’Itria, a Cisterrnino, ma simili altrove: “Certamente, Cisternino è terra salentina ma vallo a dire ai cistranesi…”, riferendosi allo scarso studio della storia regionale e ai campanilismi locali, che, dicevamo, arrivano addirittura fino a Erchie (dove ancora c’è chi si riferisce al Salento solo in quanto provincia di Lecce, non credendosi perciò salentini… nonostante il dialetto bassosalentino).

 [E] Riportiamo qui sotto alcuni brani di Quirico Punzi, illustre studioso e ricercatore di Cisternino, nonché ivi insegnante e già primo cittadino, tratti da: Punzi Q., La Valle d’Itria (L’habitat e l’uomo nelle vicende storiche), in “Locorotondo” n. 7 (rivista), Ed. Cassa Rurale ed Artigiana, dicembre 1991 e Schena 1992. Essendo la Valle d’Itria territorio calabro, perciò salentino, riassumendo, Punzi specifica che in epoca classica era la ‘Valle Calabra’ o le ‘Paludi di Calabria’, cioè del Salento, facendo specificamente riferimento anche al fatto che:

- «Un glottologo di Cisternino, il dott. Edoardo Pozio, in uno studio sulla Rudia enniana, fa dei rilievi veramente interessanti: ‘Quando dalla pianura di Fasano, attraverso la Gravina di Castro si sale per andare a Cisternino, egli scrive, appena giunti sull’altopiano, la prima contrada che s’incontra è ancora oggi chiamata in dialetto ‘Calavrese’; se da Cisternino si va verso Ceglie, appena fuori, si trova la contrada di ‘Calavelon’: altra parola greca per Calabria ‘eleion’ che significa ‘la parte paludosa di Calabria’, cioè la vallata, dove, durante le alluvioni, si formano, anche oggi, vaste pozzanghere nei punti piú bassi di terreno argilloso compatto, che vengono utilizzate per la raccolta dell’acqua piovana per uso agricolo nelle cosiddette ‘fogge’ scoverte; di tali Fogge ve ne sono parecchie nella Masseria Semeraro, a Foggia Nuova, alla Rascina presso San Salvatore, a Fogge d’Isauro e sono formate da enormi buche, foderate di pietra, per conservare l’acqua. In origine, quindi, questa denominazione dialettale di ‘Calavelon’ dovette avere un’ampiezza eguale a tutta, o quasi, la vallata che separa Martina Franca da Cisternino e da Locorotondo, mentre oggi è ridotta a una contrada, proprio a causa della fondazione di Martina, avvenuta nel XIV secolo».

Inoltre, sulla successiva grecità basiliana (salentina) della Valle:

- «A Martina Franca il culto dell’Odegitria era molto sentito e diffuso. Al tempo dei Basiliani, come si è detto, proprio nel punto dove l’antica strada istmica che collegava Egnazia a Taranto, s’incrociava con l’altrettanto antica via mediterranea che collegava Oria a Monte Sannace, sorse un insediamento ipogeico dedicato all’Odegitria; questo nome, per un fenomeno studiato dai fonologi, s’abbreviò sulla bocca del popolo in Madonna d’Itria e, dal culto cosí diffuso nella zona, tutta la Valle prese il nome di Valle d’Itria. [Culto poi diffusosi anche nelle province di Bari e di Lecce: altra comunanza culturale e non ‘imitazione’… n.d.a.].

- Al limitare della Valle, come si è accennato, intorno al 1000 d.C., sorsero i centri urbani [odierni] di Cisternino, Locorotondo e Martina Franca; anche se con una differenza temporale non superiore a un secolo, essi ebbero una comune origine in quella diaspora dei seguaci di San Basilio che lasciarono, ad iniziare dall’VIII secolo, le sedi orientali, a seguito della persecuzione dell’imperatore Leone l’Isaurico, detto l’iconoclasta.

- Anche le colline di Martina Franca furono abitate, fin dal Mille, da popolazioni di cultura greca, abituata a convivere con gente di origine longobarda… <[…] Martina ebbe origine da alcuni villaggi, sparsi su quei colli, che avevano il nome di san Vito, san Pietro, san Nicola e san Giovanni, detti “dei greci” perché si ricordasse la loro origine.

- Le prime casupole dell’odierna [rifondata] Cisternino sorsero al fianco della chiesa ipogeica di san Nicolò di Pàtara, ma si radicano anche i culti dei SS. Quirico e Julitta della Cappadocia, di san Biagio di Sebaste e della vergine d’Ibernia. Altri insediamenti basiliani costellarono la Valle…

- Strabone descrive l’agro brindisino come fertilissimo, produttore di miele e di lana, fonte di fiorenti industrie tessili; lo stesso geografo parla di “porti brindisini”, evidentemente riferendosi a Torre Guaceto, a Santa Sabina, a Villanova e a Torre Canne, donde partivano i navigli carichi di prodotti, anche della nostra Valle, per l’alto Adriatico e per l’Oriente, come attestano i bolli anforari ivi rinvenuti». (Tutti porti salentini).

Riguardo le costruzioni megalitiche, Quirico Punzi, ci dice poi che nella Valle d’Itria:

- «[…] tribú di agricoltori e di pastori innalzavano monumenti megalitici come dolmen e specchie: monumenti funerari che venivano eretti in ‘alti luoghi’ a ricordo di capi e di guerrieri; appunto perché sorte sul culmine delle colline, esse furono poi utilizzate come posti di avvistamento e di vedetta (specula, specla), integrati in un sistema difensivo all’epoca dei Messapi.

-       Sulle colline di San Salvatore [nella Valle d’Itria] le civiltà si svilupparono senza soluzione di continuità: ci sono le testimonianze delle varie epoche preistoriche; si raccolse ceramica messapica… monete magnogreche… monete imperiali romane… monete angioine…elementi decorativi architettonici di stile bizantino…

-       L’antica Calabria [Salento] comprendeva tutta l’attuale provincia di Brindisi, perché andava da Egnazia e Brindisi… per testimonianza di Strabone, l’antica Calabria confinava con la Peucezia».

[F] Fra i tanti, ricordiamo che anche l’Andriani e il Pepe, piuttosto che il De Ferraris, il D’Andria o il De Juliis, la Cavalera, ecc. indicano chiaramente che, nonostante la geografia politica sia stata in ogni tempo soggetta a mutazioni, pure l’istmo salentino (linea Golfo di Taranto-Egnazia/Fasano) è sempre stato - in ogni tempo! - il tratto che distingueva e distingue la Peucezia (il Barese) dalla Iapigia (il Salento). Inoltre, bisogna specificare che nei secoli i toponimi “Salento” e “Terra d’Otranto” sono stati usati purtroppo in modo indifferenziato e anche questo ha creato ulteriori confusioni. Terra d’Otranto è una connotazione politico-territoriale che fa capo a Lecce, dai confini cangianti nei secoli, mentre Salento è la Penisola come spiegato nell’articolo (Calabria, Iapigia o Messapia). In effetti, per distinguere le varie zone della Penisola, la provincia leccese potrebbe denominarsi Bassosalento, Sud Salento od odierna Terra d’Otranto e Altosalento la zona nord (che diffonde la sua influenza fin verso Putignano, sovrapponendosi oltre Fasano). Lecce, dunque, sarebbe capitale del Salento meridionale. Non esiste una zona “piú salentina”, ma aree peculiari della stessa subregione: il Salento non è mai stato solo la provincia di Lecce o poco oltre: è variegato, comprende anche Taranto e Brindisi, e una porzioncina dell’attuale provincia barese, con ovvie peculiarità, subidentità, comunanze e subaree specifiche, come qualsiasi regione. Anche la Grecía Salentina, allora, non sarebbe Salento perché ha peculiarità, dialetto e tradizioni che la distinguono dal resto del Salento? Ma il Salento non corrisponde a una provincializzazione odierna… e forse è meglio cosí, almeno non si litiga per il timore che aree di territorio passino ad altre eventuali province (che possono anche rimanere come sono perché il Salento è sempre quello).

 [G] Eppure, p.es., anche i Sardi riconoscono la loro unità e il proprio Spazio Culturale (territorio storico-geograficamente determinato e determinabile) all’interno delle varie caratterizzazioni territoriali (anche forti) e linguistico-dialettali dal nord (corso e gallurese…) al sud dell’isola; e forse il fatto di essere un’isola li facilita: se il Salento intero fosse stato diviso da una striscia di mare dal resto della Puglia probabilmente ci sarebbero stati meno problemi di misconoscimento. Ricordiamo, comunque, che limiti assoluti in quanto tali non esistono: la Cultura è uno “spazio aperto” con zone di sovrapposizione. Dal nostro lavoro (Palomar, 2010): «Benché ogni comunità umana sia caratterizzata da “cultura”, cioè per il nostro discorso, tradizione ed eredità sociale differenti o differenziabili, pure all’interno della stessa, o meglio dello stesso Spazio Culturale, possono convivere sottoculture o diversi modi di rappresentazione della stessa cultura». E cosí potremmo parlare di un Salento di Otranto, uno di Gallipoli, o uno di Cisternino o di Mòttola, uno di Martina Franca o di Manduria, di Carovigno, ecc.; o una Puglia di Foggia, una di Bari una di Lecce, ecc. Saper riconoscere e gestire comunanze e peculiarità di un territorio caratterizza il Genio di un Popolo, il contrario genera disordini. Non si tratta perciò di diventare “leccesi” ma di riconoscere le diverse peculiarità “salentine”. Insomma, se nelle province di Taranto e Brindisi (e una particella di quella dell’attuale barese) o nella Valle d’Itria (che sta a cavallo di tre province), ecc., può essere giustificato dire che non si è a Lecce non lo è dire che non si è in Salento o che non si è “salentini”, perché tutte queste zone hanno diverse peculiarità salentine, sono cioè subaree caratteristiche della stessa storica (culturale e geografica) subregione. Se ieri vi erano zone peculiari, cosí è pur oggi: il Salento odierno è quello che insiste sulla medesima area con le sue diverse subaree e caratteristiche, come accade in qualsiasi regione d’altronde. Accade sovente, però, che nel brindisino o tarantino, e in subaree salentine specifiche, per esempio si dica “Qui non è Salento è Valle d’Itria” o “Devo andare in Salento” disconoscendo il territorio, per inveterata abitudine, non approfondimento, campanilismi, ecc. Insomma, è come se in alta Sardegna, in Anglona, si dicesse devo andare in Sardegna quando ci si deve spostare in Ogliastra o a Cagliari (o viceversa), ma invece sono tutte subaree della stessa regione con loro specificità. Sarebbe come se si dicesse che a Roma siamo nel Lazio e non in Italia…; o che la penisola italiana, l’Italia, è solo il Meridione non anche il Settentrione e/o il Centro. O ancora, è la stessa cosa dire che: “Siamo in Valle d’Itria, non in Puglia”; “Siamo in Grecía e non in Salento”; viste le loro peculiarità… ecc. Appare cosí perciò evidente quanto ciò sia paradossale, illogico e porti in tutti i sensi a disconoscimenti culturali, a errori vari… tutto ciò non ha niente a che fare con la cultura e porta alla disgregazione (con corollari di campanilismi, interessi particolari, ecc. (Eppure, che la Valle d’Itria sia Salento non è una scoperta odierna…).

 [H] Tutti i comuni (e non solo alcuni) sopra la linea Grottaglie-Francavilla-Brindisi fino alla Valle d’Itria inclusa (e oltre) insistono nella medesima cosiddetta subarea dialettale definibile ‘altosalentina’ (cfr. il Rohlfs); mentre a volte, si vede definire erroneamente questa linea sopra S. Michele, non includendolo. Il Rohlfs, uno dei massimi dialettologi, e punto di riferimento per l’intera dialettologia italiana, ha indagato come salentini i dialetti di tutta la penisola, da Palagiano e Massafra, passando poi a Mòttola e a Cisternino, Taranto, Martina Franca o Ceglie, Brindisi e Carovigno e via dicendo, fino a Capo S. Maria di Leuca, individuando chiaramente varie subaree e zone d’influenza, termini in comune o differenti, e indicando anche i diversi tipi di trullo delle varie zone salentine del nord o del sud (a “cono” e non)… Anche il Carducci, fra gli altri, ci fa comprendere come il Salento intero si divida storicamente da secoli in tre aree geolinguistiche con peculiarità distinte, ma pur sempre salentine. E se nel leccese si parla di “Grecía Salentina”, non dimentichiamoci dell’”Albanía Salentina” nel tarantino (salentino, appunto…). E anche G. Cretí (2002, vedi bibliografia) trattando dell’intero Salento (e della sua cucina…) ci dice che: «Pur con ovvie differenze, spesso soltanto ortografiche, il dialetto che si parla a Massafra, in provincia di Taranto, è piú vicino a quello di Gagliano del Capo, che a quello di Bisceglie e dall’ortografia di un lemma, cosí com’è registrato, si può determinare l’area in cui lo stesso è in uso; da una località all’altra può cambiare anche la pronuncia [il cacuminale ‘dd’ di Lecce è quasi assente nelle provincie di BR e TA; da Palagiano, passando alla Valle d’Itria fino alla linea Grottaglie-Brindisi la vocale finale è spesso muta o semimuta, e cosí via, a causa di varie influenze] […] per contro, a sud di Lecce e a nord di Otranto sopravvive la lingua grika, parlata assieme al dialetto leccese piú propriamente detto […]». Andando oltre: «Il termine messapico in senso lato coscrive in sé anche la lingua dei Dauni (FG) e quella dei Peuceti (BA), che, pur non differenziandosi notevolmente, erano alquanto diverse dal tipo strettamente messapico, parlato piú propriamente nel territorio che si estendeva a sud delle linee Monopoli-Taranto, in tutta la regione – salentina – che da questa linea va sino a S. Maria di Leuca, promontorium japigium delle fonti latine» (Santoro da Iurleo, 1993). In senso lato, dunque, tutta la Puglia potrebbe essere definita “salentina”, messapica… Dauni, Peuceti e Messapi erano infatti (e sono…) accomunati da tante affinità: costruzioni, riti, costumi, provenienza (illirica), che attestavano (e attestano) comuni origini e/o fusioni; le loro varianti dialettali erano poi tutte facenti parte del gruppo satem (orientale delle lingue indoeuropee). La Puglia si attesta come un’unica regione, dalla Daunia al Salento, per comunanza culturale e di popolo tanto che già i Romani ne fecero una regione a sé stante dell’Impero (la Regio Secunda), unita, con la caratterizzazione nominale della sua penisola salentina, messapica (da Egnazia a Leuca): Apulia et Calabria. (I Messapi continuavano a chiamarsi tali…).

G. Simeone 

¹ Weil S., Lezioni di filosofia, Adelphi, Milano 1999

² Simeone G., Cosa comunichiamo?, Fermenti Ed., Roma 2010

³ Simeone G., Quale Salento, quale Puglia? Alle radici dell’identità, Palomar Ed., Bari 2010 (in via di riedizione, può ora essere richiesto all’autore)

4  Magro G., La comunicazione efficace, Franco Angeli Ed., Milano 2007

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BIBLIOGRAFIA

Per chi desidera approfondire la Puglia col suo “Salento intero”, consigliamo:  

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Pepe L., Notizie storiche ed archeologiche dell’antica Gnathia (1882), Schena, Fasano 1980 (sulla storia di Egnazia)

Punzi Q., La Valle d’Itria (L’habitat e l’uomo nelle vicende storiche), in “Locorotondo” n. 7 (rivista), Ed. Cassa Rurale ed Artig., 1991; Schena 1992.

Punzi M.T., Cisternino: un paese… una storia, Schena, Fasano 1981

Rohlfs G., Vocabolario dei dialetti salentini, 3 voll., [da Palagiano a Mòttola, a Martina Franca e Cisternino a Leuca], Congedo Editore, Lecce 1976

Rohlfs G., Dizionario dei cognomi salentini, 2 voll., Congedo Editore, Lecce 1982

Rohlfs G., Dizionario storico dei soprannomi salentini, Congedo Editore, Lecce 1982

Semeraro R., Cisternino (storia, arte, tradizioni, ecc.), Schena, Fasano 2005

Severino D., Puglia: un popolo di uomini (Rileggendo “Un popolo di formiche” di T. Fiore), Lacaita, Manduria (Ta), 1987

Simeone G., Quale Salento, quale Puglia? Alle radici dell’identità, Palomar Ed., Bari 2010 – Prefaz. di N. Cavalera, commento di C. Amati (Univ. Ba)

Sozzi A., Ostuni nella storia, Schena, Fasano 1986

Valli D./A.D’Oria a cura di, Novecento dialettale salentino, Manni ed., Lecce 2006 (excursus poetico sulle diverse lingue del Salento)

Viterbo M. (Peucezio), Gente del sud, Laterza, Bari 1959

Vocino M., Lo sperone d’Italia, Casa Editrice Scotti, Roma 1914 (spiega che il nome della tarantella del Gargano è la ‘pizzica pizzica’, connessa alla cultura locale; e parla anche del tarantismo) 

 

Sul Salento di Puglia in internet si può vedere: 

www.altosalentorivieradeitrulli.it (Giuseppe Fedele)

Raimondo Rodia (Blog di Galatina, ecc.)

www.altosalento.com

www.fondazioneterradotranto.it

www.tuttosalento.it

www.filonidetaranto.it  http://www.filonidetaranto.it/2015/07/sfatiamo-gli-errati-luoghi-comuni.html

 © G.S.

Appendice: CITAZIONI E IMPORTANTI NOTERELLE SPARSE

 - “Ex oriente lux! Si adatta perfettamente se riferito alla Puglia. Per quasi tutti gli studiosi, le sue caratteristiche (culturali e geografiche, architettoniche, fauno-floralistiche, toponomastiche, linguistiche ed epicoree, cultuali) paiono manifestarsi, tali da poter essere lette, solo alla luce della sua dipendenza dall’oriente. La sua storia, le sue manifestazioni artistiche e culturali, i suoi costumi sono sempre stati considerati subordinati a quelli della Grecia e dell’Asia Minore. […]. Un esempio. Persiste tuttora tra la gente della Murgia dei Trulli, l’usanza, di origine orientale, di trovarsi, avanti l’alba del 1° sett. (inizio dell’anno bizantino), sulla riva del mare per immergere la testa nell’acqua, al sorgere del sole, come rito propiziatorio contro il mal di capo. […] (Da “La cultura del trullo”, C. e P. Speciale, Schena, Fasano 1980) 

- “Plinio pone in Salentino oppido Egnatia”. [Plinio ci dice che Egnazia si trova in Salento…; anche Frontino, ecc.]. 

- “Frontino, o l’ignoto autore del libro “De Coloniis”, pone l’ager ignatinus in Provintia Calabriae”. (Da “Gnathia…”, L. Pepe, Schena, Fasano 1980). [Ludovico Pepe: insigne storico ostunese, originario di Cisternino]. 

- Egnazia o Gnatia: la città si trovava sul mare al confine settentrionale della Messapia con la Peucezia (Da A. Pensato, Schena, Fasano, 1985). [Nella sola Egnazia sono stati ritrovati reperti messapici in quantità superiore a tutti quelli raccolti addirittura in tutto il resto della Messapia (triangolo peninsulare Egnazia-Taranto-Leuca)!]. 

- “La Messapia [o Salento] comprendeva – per quanto ci informa lo storico greco Strabone – il territorio che da Leuca si estendeva sino a Egnazia, presso l’odierna Fasano; e confinava con lo Stato di Taranto e la Nazione Peucezia”. (Da “La Puglia…”, P. Locorotondo, Agrit, Bari 1977) 

- Sul Salento, altresí tradotto come “Terra fra due mari”: Il primo nome della penisoletta – per quanto sostiene il geografo greco Strabone al cap.277 – fu “Salento”, che dal greco als – mare ed entos – dentro vuol dire appunto terra estesa nel mare”. (Da “Ceglie Messapica”, P. Locorotondo, Loparco, Br 1963) 

- Plinio riporta l’arrivo dei cretesi in Iapigia dicendo che: “alla popolazione dettero il nome di Salentini o Messapioi, vale a dire ‘popoli situati tra due mari’”. (da A. Pensato, Schena, Fasano, Br, 1985). [Erano, dunque, popoli commistionatisi nel territorio da Egnazia in giú…].

- Intorno al 1000 d.C.: “un periodo storico estremamente difficile ma fecondo, in cui notiamo che gli apporti della civiltà bizantina, longobarda, araba e infine normanna, realizzano quelle nuove esperienze culturali che condurranno alla presenza di elementi che formeranno il carattere unitario della civiltà pugliese”. (da A. Pensato, Schena, Fasano, Br, 1985).

- “La dominazione normanna in Puglia, malgrado le vessazioni alle popolazioni, può considerarsi positiva. I Normanni avevano formato nella nostra regione la coscienza di un comune denominatore etnico avendo assicurato la pacifica convivenza fra gruppi etnici e religiosi diversi”. (da A. Pensato, Schena, Fasano, Br, 1985). 

- Circa i vescovadi della subregione calabra, il Salento, se le cose non andavano meglio, certamente da parte della S. Sede si cercava di migliorarle. Vediamo singolarmente la situazione dei cinque vescovadi (Otranto, Gallipoli, Taranto, Lecce, Brindisi). A.P. Anthropos, Il Cristianesimo nella regione Apulia et Calabria, 1983 

- Il Parlangèli ricorda che “la popolazione ellenofona del Salento viveva in perfetta comunione di tradizioni e sentimenti con quella romanza, con un unico orientamento nazionale e culturale, e che l’unico tratto distintivo non era la cultura (la quale era comune), ma solo le differenze dialettali, dovute ai ‘rimescolamenti’, e non una lingua a parte!” La diglossia infatti era (ed è) un fatto ‘naturale’… La differenziazione dei dialetti salentini va perciò considerata come un semplice aspetto della storia del Salento. 

- Licinio ci ricorda come Brindisi era capitale della Messapia, poi nominata ‘Calabria’.

- Strabone ci ricorda come i Salentini, erano chiamati anche calabri (Rerum geographicarum L. VI., Andriani, 166).

- Andriani parla del tarantismo a Carovigno: “Si fa sentire nella state (anche se molto meno d’una volta) e guarisce gl’infermi colla musica e la danza”, ravvisandone con dovizia di particolari gli ascendenti.

- Andriani: “L’albero indigeno di Carovigno è l’olea salentina di Plinio, olea iapygia di Teofrasto, in questa parte d’Italia dal beato clima…”.

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Citazioni da F. D’Andria, “I nostri antenati-viaggio nel tempo dei Messapi”, Schena, Br, 2000:

- Gli scrittori antichi attribuivano grande importanza al tema delle origini: queste potevano riguardare un singolo personaggio, una famiglia, oppure un popolo intero. Nel sistema mentale degli uomini del passato raccontare i miti di fondazione significava definire una identità. Il nome piú remoto per indicare i popoli della Puglia è quello di Iàpigi. Ad essi si attribuiva un comune antenato, Iàpige, figlio di Dedalo e di una donna cretese. Col passare del tempo avrebbero assunto nomi diversi: Dauni nella Puglia settentrionale (oggi prov. di Foggia), Peucezi nella centrale (prov. di Bari), Messapi nella meridionale (corrispondente alle tre province di Brindisi, Taranto e Lecce).

- […] il Salento perde l’antico nome di Calabria con cui era stato indicato durante tutta l’età messapica, romana e bizantina […].

- Costruita sulla costa adriatica, Gnathia è la città messapica piú settentrionale, proprio al confine del territorio dei Peuceti.

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BRANI TRATTI DA SIMEONE GIANNI 2010

- Il termine Salento ha sempre indicato estensivamente il territorio dell’antica Calabria o Messapia, e prescindendo dai significati di esso (che possiamo ritenere tutti validi e varianti nell’uso) è questo territorio che bisogna considerare nell’individuare una matrice identitaria radicata: dalla linea Golfo di Taranto/Egnazia a Leuca. Per far ciò bisogna far riferimento non solo a ciò che sappiamo dalla storia ma a considerazioni riguardo la situazione odierna a essa strettamente interrelata, anche a livello antropologico, e ai piú insigni studiosi della nostra regione salentina, dove fra gli altri (latini e greci che nel nostro studio riportiamo: Plinio, Strabone, ecc.), citiamo in primis il Galateo (A. De Ferraris), l’illustre studioso salentino Vincenzo Andriani, e forse “il piú salentino di tutti”: Gerhard Rohlfs (glottologo tedesco) il piú importante studioso dei dialetti e conseguentemente della storia antropologica del Salento a livello internazionale (e anche dei vari dialetti italiani). Egli si recava sistematicamente in Salento per decenni per compiere indagini sul campo, tanto che alla fine fu per lui considerata patria: “Cosa ci chiedi a fare, signoría, ne sa piú di noi…”; cosí veniva apostrofato a volte dagli abitanti del luogo. Come vedremo, il suo studio comprendeva tutta l’area peninsulare, appunto. Alcune sue definizioni (citazioni tratte dai “Dizionari Salentini” del Rohlfs):

- “…con queste inchieste dirette estese a tutta la penisola salentina è garantita una documentazione che permetterà una localizzazione assai precisa dei vocaboli dialettali”.

- “…come ho fatto per i cognomi, ho pensato di concentrare la mia attenzione sui soprannomi che veramente si possono chiamare originali e tipici del Salento”; con “…ripetute ricerche personali... sempre con visite sul luogo, in piú di settanta comuni dell’intera regione salentina: da Mòttola e Cisternino fino a Santa Maria di Leuca” (dal Rohlfs G., Dizionario storico dei soprannomi salentini, Congedo Ed., Lecce 1982). Il Rohlfs definí storico-linguisticamente il Salento in maniera esemplare, connotandone appositamente la geografia, il territorio, la cultura. 

- Peraltro, il Mommsen sostiene che anche Monopoli gravitasse in area messapica, piuttosto che peuceta, in base a varie scoperte, vedendo i confini della Messapia poter giungere fin lí! E in questo caso si potrebbe individuare il territorio salentino dalla linea Golfo di Taranto/Monopoli… Alcuni studi, addirittura, ritengono che per un certo periodo tutta la Puglia fu messapica! Comunque, l’Antonucci (2005) ci dice che

 «Se il termine Salento non ha mai assunto un significato amministrativo, la “Terra d’Otranto” sí, nel Medioevo, forse per indicare il territorio della provincia di Lecce e con “Salento” anche i territori di Brindisi e Taranto. Questioni discordanti, ma che si possono semplificare intendendo per “Salento” il territorio fra Taranto, Brindisi e Lecce fino al Capo di Santa Maria di Leuca, e per “Basso Salento” o “Terra d’Otranto” quello della sola provincia di Lecce, anche perché ha una caratteristica geologica unitaria già dal principio del Quaternario». Una soluzione! Se oltretutto volessimo ribadire e riconoscere le specificità di Lecce e del suo territorio, e per contro quella delle altre due province salentine. 

- Ma pensiamo sia evidente che se i territori provinciali dovessero cambiare, come hanno cambiato nei tempi, e per esempio tutto il territorio a nord di Brindisi, a partire da Egnazia fino a S. Pancrazio Salentino (Br), fosse destinato a Bari, ciò non cambierebbe il fatto, perché una parte di Bari in quel caso dovrebbe considerarsi Salento! Come oggi Locorotondo e Alberobello. Non è un confine provinciale che definisce un territorio subregionale, tant’è che alcuni, dicendo che una volta alcuni Comuni della Provincia di Brindisi appartenevano a Bari, non dovrebbero essere considerati Salento; ma se ora appartengono a Brindisi, allora ‘sí’ dovremmo dire! E non avvertono la contraddizione! Non si sa effettivamente a cosa appigliarsi per affermare le proprie campanilistiche “differenze”. 

- Solo dopo Bisanzio, coi Normanni, si inizia a parlare anche di Terra d’Otranto, dopo che Otranto acquisisce la spiritualità e la cultura del monachesimo basiliano (diffusosi in tutta la penisola da Fasano, Cisternino, Ostuni in giú, ma anche oltre), diventando un centro rinomato.  

- Sulla salentina e ‘basiliana’ Cisternino: «A questo proposito, uno storico di Mesagne (Br), Luigi Scoditti, nel 1957, sostenne che la rifondata Cisternino poteva benissimo ritenersi, al pari di non pochi altri centri salentini, essere sorta sul finire dell’alto Medioevo, ad iniziativa ed intorno a dimore di monaci Basiliani, oppure per incremento e colonizzazione agricola intervenuta in alcune zone della Puglia dopo la pacificazione dei Normanni» (Semeraro R., 2005). 

- Nel 1946 su: “I rei di Stato Salentini del 1799”, Nicola Vacca (in Lecce) ci dice: “[…] Scopo di questa pubblicazione è far conoscere una importantissima fonte d’informazione su uomini e fatti del 1799 nel Salento (attuali province di Lecce, Brindisi e Taranto)[…]”. Dunque? E vediamo qui per esempio parlare di gente di Martina Franca, Ostuni, Mottola, ecc., naturalmente… E, piú in là, fra i nominati liberali salentini guide della Carboneria, ecco fra gli altri anche un tal Giuseppe Capece di Cisternino… (Carducci, 2006). 

- Parlando della Valle d’Itria N. Palmisano scrive: «È un piccolo lembo di Puglia: la campagna che da Locorotondo va verso Cisternino, nella Murgia dei trulli e del fragno, dove l’antica Peucezia diventa Messapia.», cioè Salento (Anche il fragno fiorisce, Schena, Fasano 1987; anche in «Locorotondo», IX, 1993) 

- E venendo ai nostri giorni, vogliamo qui anche ricordare l’illustre Paolo Grassi, oriundo pugliese, il fondatore del “Piccolo Teatro di Milano” ed ex presidente Rai, che presenta sé stesso: “Sono nato a Milano, il 30 ottobre 1919, primo cittadino milanese di una vecchia, cara famiglia salentina e tarantina”. Il padre era di Martina Franca…, provincia di Taranto, nel cuore della Valle d’Itria insieme a Locorotondo e Cisternino; lui un pugliese-salentino doc… Tanto era vicino a questa terra che a Martina è un nome illustre che compare in svariate iniziative culturali a lui dedicate. 

- Ritornando piú puntualmente sul nostro excursus storico, lungo i secoli, varie comunità etniche immigrarono nella regione salentina; queste, in modo diverso e peculiare, si fusero e rifusero con le popolazioni indigene, lasciando varie tracce di lingua e cultura, cosí che già in pieno Medioevo si arrivava a stabilire la divisione del territorio salentino in zone etniche specifiche, pur con “beneficio d’inventario”, e che hanno valenza attuale (vedi Carducci, 2006): “La prima era il territorio del Basso Salento intorno ad Otranto, zona leccese, dove l’elemento greco si manteneva piú compatto ed omogeneo. La seconda era nella zona a nord di Lecce e comprendeva le attuali province di Brindisi e Taranto”. Alto e Medio Salento. “Nonostante la presenza di gente italogreca, intorno al Mille, le due città erano infatti piú soggette ad una varietà di popolazioni, longobarde, arabe, ebraiche”. Questo ha inciso anche nella differenziazione delle parlate nel Salento – in tutto il Salento reale, non solo la provincia leccese, dunque - le cui segmentazioni dialettali si stabilizzarono caratterizzando infine “tre aree geo-linguistiche specificamente salentine”, anche se commistionate: Otranto, Brindisi, Taranto, dove la prima caratterizzava il centro della koinè grecofona (area Lecce-Gallipoli-Leuca), escludendo le eccezioni, che si contrapponeva alle varietà linguistiche del resto della penisola. E prima era Taranto la “greca” in terra messapica, che però ebbe commistioni con gli autoctoni e successivamente vi si “con-fuse” totalmente… Perciò, la varietà e il risultato dei continui contatti umani non poteva non esprimersi che con parlate singolari (articolazione e inflessioni) che distinguevano ogni comunità, pur se molto vicina, e tutto questo gettò le basi delle attuali differenziazioni e sub-aree salentine. [Il ‘Paretone’ dei Greci racconta una delle vicende avvenute nel Salento non il suo confine naturale]. 

- Il Prof. Adriano Augusto Michieli-Enciclopedia Utet: “Salento: estremità peninsulare dell’Italia Meridionale tra il Golfo di Taranto ed il Canale d’Otranto. Si stacca di fatto dalle ultime pendici delle Murge (comprendendole!) e finisce al Capo S. M. di Leuca, con un’approssimativa lunghezza di 140 km e con una larghezza media di 43 km […]. Popolazione scarsa nelle campagne, densa nei centri dell’interno, nelle insenature e approdi come: Martina Franca, Grottaglie, Francavilla Fontana, Lecce, Manduria, Galatina, ecc..” Vediamo, dunque, la Bassa Murgia, o meridionale, compresa nel Salento. I 140 km non finiscono certo con la provincia di Lecce, che arriva circa a 70, ma arrivano appunto circa ad Egnazia. 

- Il De Juliis (1988): indica chiaramente che l’antica Messapia corrisponde territorialmente al Salento - e cosí era anche chiamata - e che l’ultimo lembo settentrionale corrispondeva appunto a Egnazia!

- L’enciclopedia delle Regioni De Agostini, parlando della Murgia dei Trulli, la presenta come subregione radicata i cui centri maggiori hanno origini messapiche (Cisternino, Ostuni, Ceglie); dunque, salentine…

 - Romano Rinaldi ne “Le Regioni d’Italia” (Age, 1967), descrivendo alcune immagini della Selva di Fasano, dice: “due aspetti dell’Alto Salento, che confina col barese, disseminato di bianchi trulli”. E anche parlando di Ostuni e Ceglie Messapica li colloca nel Salento che sconfina col barese. Dunque, la Murgia dei Trulli va dalle salentine Ceglie, Ostuni, Cisternino, Fasano (“testa di ponte”), ecc., per poi continuare nel barese.

 - Anche Tommaso Fiore ricordava, riguardo tutta la Puglia e i suoi dialetti:

-Cosí noi formiamo una stirpe con caratteri fisici e morali facili a distinguere, una e compatta dal Varano a Finibusterre” [dal Gargano a Leuca].

- “Beato chi in vita ha potuto percorrere in lungo e in largo tutta quanta la regione dov’è nato, imparato a conoscere anzitutto quelli della sua antica stirpe”. T.F.

- Tommaso Fiore, maestro, si è prodigato nel riconoscere un dialetto regionale sufficientemente omogeneo, invitandoci a comprendere che: «…è  questione di fonemi e di pronuncia piú o meno sguaiata, piú che di diversità linguistiche vere e proprie», relegando «in campanilismi locali o nelle vecchie faide comunali il tentativo di chi si affannava a rinverdire il dialetto barese, il leccese, l’otrantino, e non so quant’altro…». E in vecchie faide comunali e provinciali ancor oggi ci troviamo… Fiore relegava in beceri campanilismi chi voleva rinverdire i contrasti fra le province pugliesi tentando di usare la scusa delle differenze di pronuncia. 

- Ancora da Simeone G., 2010: La caratteristica “multiculturalità” o “variabilità culturale” che contraddistingue la Puglia (ovviamente fenomeno non solo pugliese) è una forza e non un motivo di divisioni interne; e se perciò, per fare un esempio, parliamo della “Murgia dei Trulli” è necessario distinguere al suo interno la “Valle d’Itria” (Martina Franca, Locorotondo e Cisternino) come subregione radicata, appartenente sia alla Puglia, che alla Murgia sia alla Murgia dei Trulli che alla Bassa Murgia e allo stesso Salento; tanto, inoltre, che possiamo distinguere qui un Alto e un Basso Salento, e una Grecía Salentina, e cosí via.

È ovvio che per odierno Salento non si possa che intendere, in senso storico-culturale, oltrechè geografico, la situazione odierna della penisola salentina che è sempre stata quella che era con le sue varie aree e non solo quella di Lecce, evidentemente.

Insomma, il Salento (Calabria o Messapia) da sempre inizia da Egnazia (Fasano), e conserva e ricrea (e dovrebbe ricreare e riconoscere) il suo Spazio Culturale all’interno di sovrapposizioni dovute a Iapigi, Messapi, Pelasgi, Cretesi, Bizantini, Pedicoli, Albanesi, Slavi, Arabi, Normanni, Longobardi, Latini, ecc. ecc. Perché dove mai esiste una “purezza” assoluta o un’identità assoluta? “Ciò che caratterizza le persone che condividono la medesima cultura non è l’uniformità (Anolli)”. All’interno della stessa, o meglio dello stesso Spazio Culturale, convivono sottoculture o diversi modi di rappresentazione della stessa cultura. 

- Eppoi chi dice che dev’essere Lecce capitale del Salento? Lucio Florio (ivi) ci ricorda che la Capitale dei Salentini (Calabri, Messapi) e della Messapia era Brindisi: “Salentinis Picentibus additi, caputque Regionis cum inclito Portu (lib. XX)”; e il Cluverio, commentando Strabone (ivi): “Sed ex Strabonis praescriptis verbis colligitur totius Messapie peninsulae caput fuisse, et regiam sedem Brundusium…”. 

- Le origini di Locorotondo, fra l’altro, paiono risalire a una colonia di Greci locresi ivi stanziatisi (lokròs + tónos, “forte locrese”, da cui il nome). Interessante, a tal proposito, quel che riporta lo Iurleo (op. cit.): «È da tenere in considerazione anche quanto afferma Tucidide, secondo il quale un popolo locrese era conosciuto col nome di Messapo, e a tale proposito è da notare che il Pauli vede derivare l’alfabeto messapico da quello locrese». 

- Frasi estrapolate da varie Pizziche Pizziche della Penisola Salentina:

Da “Pizzicarella” (Le):

Pizzicarella mia Pizzicarella / Quando cammini sembra che balli / Amore Amore cosa mi hai fatto fare / a quindici anni mi hai fatta impazzire /

E da “Alla festa te Santu Roccu” (Le):

Ballate, che avete le scarpe nuove…/ Nella ni na, bello l’amore e chi lo sa fare

Da un’altra “Pizzicarella”, Pizzica Pizzica del Leccese:

Pizzicarella mia, pizzicarella / quando cammini tu sembra che balli / dove ti ha pizzicato /sotto il giro d’orlo della sottana / a quindici anni mi hai fatta impazzire

Da una Pizzica Pizzica di Muro Leccese:

Il mio tamburello è arrivato da Roma / me lo portò una napoletana / l’ha morsa la taranta sotto il piede / sotto la pianta del piede /

Ecco, invece, una Pizzica Pizzica brindisina di Ostuni:

Dove ti ha pizzicato / la tarantola / sotto il giro d’orlo della gonnella/ bello è l’amore e chi lo sa fare /

O una Pizzica Pizzica bridisina di Cisternino:

Dove ti ha pizzicato/ la tarantola / dentro il giro d’orlo della gonnella / quando cammini sembra che balli / porti la tarantola sotto i piedi

E una Pizzica Pizzica del tarantino:

Dove ti ha pizzicato Maria mia / sotto l’orlo della camicia /

Evidente: i modi sono gli stessi, ritornelli simili, frasi simili o identiche…, stessi contesti tradizionali d’uso….  

- Passiamo adesso a considerare da dove discendono i pugliesi. Se è vero che per origini e tradizioni la storia ci indica gli Japigi, antichi abitanti della Puglia, come Dauni (Gargano), Peuceti (Bari) e Messapi (che fra loro non si denominavano Salentini!), tutti sotto-gruppi facenti parte di un’unica stirpe etnica, illirica, a volte uniti a difesa… ci dice Jurleo che […] “I molti fatti che accomunano le popolazioni pugliesi ci inducono, quindi, a pensare che non si tratti di popoli diversi. Lo stesso Augusto, in epoca posteriore, nel suddividere l’Italia in regioni, tenendo conto di questa unità culturale e sociale, fece della Puglia una sola regione: la Regio Secunda. Si tratta, quindi di un unico popolo chiamato da altri con nomi diversi. “Nei Messapi non si dovrà pertanto vedere una distinta sezione della gente Japigia, bensí soltanto il nome che agli indigeni della Salentina dettero i primi coloni greci che occuparono la zona dove sorse Metaponto” (Giannelli) Lo stesso Strabone dice che gli abitanti della Puglia non hanno mai usato per essi stessi nessuno di quei nomi che venivano loro dati, a scopo indicativo, dalle genti che avevano contatti con loro…: ”La maggior parte della gente chiama quest’ultima col nome generale di Messapia, oppure Japigia, oppure Calabria (e Tito Livio chiama Salentini gli abitanti dell’antica Calabria) o anche Salentina, sebbene alcuni distinguono piú parti””. Non tre “razze” diverse! Un unico popolo che ha assorbito la medesima cultura!  

- Il Salento, cosí come qualsiasi altro territorio o Spazio Culturale specifico, non corrisponde alla Geografia politica sempre mutabile… - “Il Salento c’è già, c’è sempre stato, è tutta la Penisola, non è un allargamento della Provincia di Lecce”. - “…non si vuole essere definiti leccesi; ma è una questione campanilistica”». E non solo.

Gianni Simeone 

RICORDANDO MARCUCCIO PUNZI

 Vogliamo ricordare semplicemente un caro amico di famiglia, spentosi improvvisamente nel 2016: Marco Tullio Punzi (Marcuccio), figlio del poeta Vincenzino Punzi e fratello di Ricuccio (Quirico). Dedichiamo qualche parola a Marcuccio, per onorare e far apprezzare il suo lavoro: Marco Punzi è stato (è…) un portavoce della cultura di Cisternino, che tanto amava, e della Puglia. Ricordiamo sempre la sua accoglienza e i dialoghi con lui. Insegnante benemerito, ha istruito e allietato generazioni col suo sapere e col suo fine e pacato umorismo. Scrittore e poeta, riteniamo importante rammentare le sue opere principali:

- Sa’ Nnïcòle e ‘a ciôle, Cisternino: un paese… una storia (Schena, 1981).

- Luce di Puglia (Schena, 1984), “lettura lirica del territorio pugliese, itinerario personale nella geografia dell’anima”;

- Ha inoltre pubblicato tante poesie e molto altro su riviste locali, trattando temi politici e quotidiani, con battute e flash al ‘fulmicotone’ che spiegavano tutto in poche significative parole, e ha lavorato a un ‘vocabolario del cistranese’.

Speriamo che continui a essere un esempio per la cultura locale, magari ricordato o studiato dagli stessi insegnanti. Riportiamo qui sotto alcuni suoi brani. Grazie Marco, arrivederci! Gianni Simeone

Da ‘Luce di Puglia’:

«La luce, qui, in questa terra, ci riconsegna intatto tutto il nostro passato e lo fa rivivere e convivere con il presente, ininterrottamente. È sempre la stessa luce che ci trasmette il mito e la storia di noi uomini e nelle nostre cose» […]. M.T.Punzi

 

 TESTIMONIANZE POETICHE (Per una cultura adatta ai luoghi…)

Terra e gente di Puglia
… e fu la scoperta di un mondo!
Non cosí a noi era stata narrata
la tua storia lontana e recente,
non cosí a noi i vili
calcoli interessati e le voci
inesperte avevano configurata
la tua faccia proteiforme,
terra di Puglia, verde e solare,
punta estrema d’Europa;
non uscirai piú dal cuore nostro,
da quest’umile viandante
innamorato della vita!

Mario Montanari
(scrittore e poeta romagnolo).
Una risposta al Peucezio?
(lo pseudonimo di M. Viterbo)
 

Lu prim’amore (in dialetto ostunese)(la ‘e’ finale è semimuta)
Da quarand’anne e cchjú na lla vedeva;
l’acchjebbe, a jere sera, sola sola,
mendra a ll’a ppete fore se ne sceva,
e nna mme disse manghe na parola.

Fermate faccia a ffronde, i’ tremendeva
nu circhje d’ore, ‘m biette, e nna viola;
ma, ca s’arrecurdava, ci credeva,
de quanne sceme nzèmela a lla scola?

Japrí li vrazze, ‘m biette se menoe,
e fforte me strengí sobb’a llu core,
po’ se mettí, chjanginne, a rrecurdae:

- Tu sí state pe mmè lu prim’amore.
Benga so’ qquarand’anne, disse poe,
lu prim’amore na sse scorda mae. -

Tommaso Nobile

 

Sud
Il nostro cuore è antico
Il nostro cuore è antico
ha risonanze
nei muri calcinati delle case
bianche di sole,
vive nei profili
delle donne in nero
nascosti dietro
rossi di gerani.

Cesare Corrado (Oria)

 

Puglia (Omaggio a T. Fiore)
Terra:
fior di popolo!
Formiche instancabili,
da sempre cercano di dividerle;
il vento le unisce.

Gianni Simeone

 

Il mio paese

 È un piccolo paese, il mio,
con case bianche, benedette da Dio.
                È un paese piccino, Cisternino, sulla collina. 
È un paese, il mio,
senza pretese,
ma ha pure una villa sulla valle protesa,
ha pure la Scuola, la pineta e la Chiesa…
ha tutto, ed è cosí piccolo.
                 Ma anche se fosse piccino piccino,
anche se tutto il paese
fosse una sola casina, la mia,
e avesse il suo piccolo cielo, e, il sole,
e avesse la sua piccola luna, e, le stelle,
e un albero accanto al ruscello, 
sarebbe il paese piú bello,
il paese piú piccino,
che io chiamerei sempre: Cisternino;
sarebbe il mio mondo e intorno all’albero farei il girotondo,
rincorrendo, a braccetto coi miei pensieri,
di oggi e di ieri, un’antica carezza,
rincorrendo per sempre
la mia fanciullezza.
 
Marco Tullio Punzi
 

I nostri volti sono scolpiti

I nostri volti sono scolpiti
in tufi millenari
ossidati dal tempo.
Abbiamo gambe forti
come radici e mani
nodosi rami, olive
nell’orbita degli occhi.

Cesare Corrado (Oria)

 

Canzone alla mia terra (estratto)

Puglia feconda, Puglia laboriosa
fosti preda di barbari e tiranni
e tu patisti, o Terra, per tant’anni
l’orma di stirpe nomade e oltraggiosa.
Ma, soggiogato, il popolo tuo fiero
forgiava il suo destino: muto e silente
chiuso nel suo travaglio, sempre altero
volgeva il guardo al Ciel, sempre fidente.

Maria A. Stecchi De Bellis

 

Tornare…

Il mio Salento:
rosso come la terra
bianco come la pietra.
Coni di neve.
Silenzio nell’aria.

Gianni Simeone

 

Cisternino

…il bianco accecante
ti esprime nel sole;
fra cieli azzurri
di mare
case di pietra
mi tuffo nella terra rossa;
d’amore.

Gianni Simeone

 

Alla Puglia

(1) È bianco il mio paese
(2) Dove i trulli si fanno compagnia
(3) So’ nu terròne, sí!
(4) Stasère ca me iacchie sule sule
(5) Lasciatemi bere la mia terra
(6) In testa ho i paesi bianchi
e scale a chiocciola
(7) Ci sono gli ulivi
(8) Il mio segno
(9) Voce d’ulivo
(10) Jè ‘u sole ca stè’ scenne
(11) Dalle radici è luce la figura.

Ogni riga è tratta da:
1. Elena Sansonetti-Anglani da Il mio paese;
2. Elio F. Accocca da Dove i trulli;
3. Osvaldo Anzivino da I terrúne;
4. Lino Angiuli da Le chetugne;
5. Rino Bizzarro da Sud;
6. Raffaele Carrieri da In testa ho i paesi bianchi;
7. Angela Pensato da Il trullo;
8. Angela Pensato da Il trullo;
9. Gianluigi Capitanio da Voce d’ulivo;
10. Domenico Candelli da Tramonde tarandine;
11. Girolamo Comi da Immagine del Salento

(collage poetico a cura di Gianni Simeone)


GIANNI SIMEONE  Docente di Comunicazione.  Sociologo e Dr. in Filosofia. Oriundo e studioso di Puglia. 

È autore di diversi saggi fra i quali: 
"QUALE SALENTO, QUALE PUGLIA? Alle radici dell’identità"   

   Altri contributi presenti nel nostro sito: "Puglia Sud Est", "In viaggio verso la Puglia"


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